FIGLI DELLA COMPLESSITÀ – 16 Agosto 2019

         A cosa sono legate la femminilità e la mascolinità?
         Il primo gradino della loro distinzione naturalmente è l’anatomia, ma è un gradino appunto, dopo il gradino c’è l’intera scala da percorrere.
         Ci sono bimbe capaci già di minuscoli sguardi audaci, consapevoli del potere della loro bellezza e del modo di usarlo, altre invece amano nascondersi, mimetizzare il loro corpo, sentendosi brutte e inadeguate.
         Allo stesso modo ci sono bambini che da subito sono evidentemente maschi, corrono felici verso tutto ciò che è meccanico facendo brumm brumm con le labbra, calciando tutti i palloni che incontrano. Ma ci sono anche dei maschietti che preferiscono giocare con i colori e stare quietamente seduti a contemplare un disegno.
         Chi è davvero maschio, chi è davvero femmina? Siamo tutti figli della complessità e ognuno di noi – in quanto persona continuamente illuminata dalla sua complessità – ha un modo diverso di esprimere la sua personalità.
         Non si tratta di buttarsi tra le braccia dell’indistinto, così in voga in questi tempi, ma piuttosto di introdurre un concetto ormai scomparso dal panorama contemporaneo.
         Quello di cammino.
         La vita di un essere umano è – prima di qualsiasi altra cosa – un continuo cammino verso la consapevolezza, e una buona parte di questo lavoro consiste nell’armonizzare gli opposti che fin dall’inizio stridono e si scontrano dentro di noi.
         E questo non avviene trasformando esternamente il proprio corpo, ma piuttosto indagando la profondità del proprio essere.
         Tutto ciò che è maschile contiene anche il principio del femminile, come il femminile, il maschile.
         Lo sconquasso di tante realtà sentimentali dei nostri tempi è dovuto anche a questo. Gli opposti, invece di completarsi, creando un insieme armonico, si pongono sullo stesso piano, entrando in competizione.
         E in questa competizione non ci sono vincitori, ma, piuttosto, un unico sconfitto.
         L’amore.

(Susanna Tamaro, “Un cuore pensante”)

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