DARE A CESARE, ESSERE DI DIO – XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO/A

 

18 ottobre 2020 – XXIX Domenica del T.O./A

 

La liturgia della XXIX Domenica del Tempo Ordinario ci propone il racconto della prima controversia tra Gesù e i suoi accusatori, quella relativa alla liceità del pagamento dei tributi a Cesare. Si tratta di un brano che ci conduce ad assumere atteggiamenti di ascolto profondo di noi stessi e dell’altro, incoraggiandoci a sperimentare la conciliazione degli opposti: “Tutta la nostra pace in questa misera vita consiste nel sopportare con umiltà, piuttosto che nel non avere contraddizioni. Chi meglio sa patire, godrà maggior pace. Egli è vincitore di se stesso e padrone del mondo, amico di Cristo ed erede del cielo.” (Tommaso da Kempis)

 

 

Dal libro del profeta Isaìa (45,1.4-6)

Dice il Signore del suo eletto, di Ciro:

«Io l’ho preso per la destra,

per abbattere davanti a lui le nazioni,

per sciogliere le cinture ai fianchi dei re,

per aprire davanti a lui i battenti delle porte

e nessun portone rimarrà chiuso.

Per amore di Giacobbe, mio servo,

e d’Israele, mio eletto,

io ti ho chiamato per nome,

ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca.

Io sono il Signore e non c’è alcun altro,

fuori di me non c’è dio;

ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci,

perché sappiano dall’oriente e dall’occidente

che non c’è nulla fuori di me.

Io sono il Signore, non ce n’è altri».

 

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (1,1-5)

Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicési che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace. Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro.  Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.

 

 

Dal Vangelo secondo Matteo (22,15-21)

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

 

 

Per comprendere meglio il significato delle parole di Gesù riportate in questo brano, è molto utile ricorrere al capitolo 17 di Matteo (vv. 24-27) in cui si racconta che a Cafarnao gli esattori delle tasse per il tempio si avvicinano a Pietro chiedendogli se il suo maestro paga o meno le tasse. Gesù infatti dice: «Che cosa ti pare, Simone? I re di questa terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli altri?». Pietro risponde: «Dagli estranei». E Gesù: «Quindi i figli sono esenti. Ma perché non si scandalizzino, va’ al mare, getta l’amo e il primo pesce che viene prendilo, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala a loro per me e per te». Dai due racconti appare chiaro come Gesù distingue, in un primo momento, ciò che l’uomo vive interiormente (l’essere figlio di Dio) da ciò che l’uomo vive nel contesto sociale di cui è parte (l’essere suddito dell’impero romano). Pone quindi innanzitutto l’attenzione sulla questione dell’appartenenza: “… di chi sono?”. Le due realtà sembrano contraddittorie: da una parte la libertà, che viene dal riconoscersi figli di Dio, e dall’altra la forzata sottomissione all’autorità romana. Come conciliare questi due opposti? A questo punto Gesù mette in relazione l’interno con l’esterno, la dimensione personale con quella sociale, indicando uno sguardo capace di tenere insieme ciò che sembra non poter convivere. Il principio che guida la scelta di Gesù di pagare il tributo è questo: è meglio scegliere un compromesso, che in fondo non mi toglie la libertà, piuttosto che una posizione distruttiva per l’altro, che in questo caso si sarebbe tradotta in disordini sociali e divisioni cruente. Gesù pensa alle conseguenze delle sue azioni sulla vita degli altri. Non gli basta che la sua scelta sia giusta, vuole che la sua scelta sia costruttiva e non distruttiva sia nei propri confronti sia nei confronti degli altri: “Perché non si scandalizzino” e ancora “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio“. Gesù fa convivere il bene dell’altro con la propria integrità e coerenza. Ci mostra che è possibile sostenere una sottomissione esteriore per il bene altrui a condizione che dentro si viva una grande libertà interiore.

 

 

Commento patristico  (Sant’Agostino, Trattato su S. Giovanni, 33, 4-6; CCL 36, 308-309)

Come argomenta bene sant’Agostino, anche nel caso del giudizio sull’adultera (Gv 8, 1-11), Gesù invita coloro che vorrebbero lapidare la donna colpevole, a guardare dentro il proprio cuore, a riconoscersi “solidali” nel peccato che alberga in ciascuno di noi e che necessita ogni giorno di conversione e di misericordia verso se stessi e verso gli altri: come nel caso del tributo dovuto al potere politico, l’accento va posto sull’integrità e la salvaguardia della persona.

La Legge aveva ordinato di lapidare gli adulteri. Ora, la Legge non poteva prescrivere un’ingiustizia; e se qualcuno si esprimeva contro ciò che la Legge ordinava, questi era colpevole d’ingiustizia. Anche i farisei dicevano tra loro a proposito di Gesù: «Egli ha fama di essere veritiero, da lui emana dolcezza; è sulla giustizia che noi dobbiamo metterlo alla prova. Portiamogli una donna sorpresa in delitto flagrante di adulterio ed interroghiamolo su ciò che la Legge comanda al riguardo»…
Che cosa risponde il Signore Gesù? Che risponde la Verità? che cosa la Saggezza? Che risponde la Giustizia stessa chiamata in tal modo in causa? Gesù non dice: «Non venga lapidata», perché non vuole dare l’impressione di parlare contro la Legge. Eppure, si guarda bene dal dire: «Sia lapidata», in quanto non è venuto per perdere ciò che ha ritrovato, ma per cercare ciò che è perduto. Allora, che cosa risponde? Osservate quanto egli sia ricolmo di giustizia, di dolcezza e di verità! Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra (Gv. 8, 7). Risposta dettata dalla saggezza! Come li fa rientrare tutti in se stessi! Le loro subdole trame erano esteriori, in quanto essi non riuscivano a penetrare i loro cuori in profondità. Giudicavano l’adultera, senza però considerare se stessi. Ora, chiunque scruta sé attentamente si scopre peccatore. E’ inevitabile. Dunque, o restituite la libertà a questa donna, o subite con lei il castigo della legge.

 

 

Commento francescano  ( RnB, VII, 1-2: FF 24)

Tutti i frati, in qualunque luogo si trovino presso altri per servire o per lavorare, non facciano né gli amministratori né i cancellieri, né presiedano nelle case in cui prestano servizio; né accettino alcun ufficio che generi scandalo o che porti danno alla loro anima; ma siano minori e sottomessi a tutti coloro che sono in quella stessa casa.

Attraverso i suoi scritti, si comprende che per Francesco i valori fondamentali sono tre: l’anima della persona, il servizio ed il dono di sè. Qualsiasi scelta da fare dovrebbe essere preceduta da un sincero discernimento rispetto a questi tre punti. Ciò che sto per fare permette alla mia anima di avanzare? E’ concreta espressione dell’amore ricevuto? Mi permette di essere a servizio agli altri?

 

 

Orazione finale

Ti ringraziamo, Signore, perché accompagni ognuno di noi con pazienza e amore sulla strada della pace, aiutandoci a riconciliarci con le nostre miserie e ad abbracciare le contraddizioni della vita. Tu sei Dio e vivi regni nei secoli dei secoli. Amen.