LECTIO DIVINA – 19 Maggio 2019 – V Domenica di Pasqua / C

 

 

 At 14, 21-27; Sal 144; Ap 21, 1-5; Gv 13, 31-33. 34-35

 

 

Una città che rinasce dall’alto (Ap 21, 2) è il simbolo sotto il quale collochiamo le letture odierne. Gerusalemme, nodo cruciale della vicenda di Cristo e dei suoi discepoli, le poleis dell’Antica Grecia, le città della Turchia e Roma, luoghi chiave dell’evangelizzazione dei pagani nei primi anni del cristianesimo, rivelano la centralità pratica e simbolica della civitas nell’opera di evangelizzazione: ricca, dinamica, capace di accogliere una pluralità di persone e di attività, ordinate da un sistema di governo che dovrebbe favorirne la crescita armonica, la città è anche soggetta al rischio di incrementare l’avidità di pochi, la concorrenza sleale, la violenza, l’intolleranza… La città rinata dall’alto, la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, diventa, a seconda delle interpretazioni, la Gerusalemme storica, la Chiesa di Cristo, l’umanità redenta oppure l’anima. La chiave della sua trasformazione, della sua vita nuova è Cristo, “tenda” (Ap 21, 3) dell’incontro, fatta di carne, fra cielo e terra.

  

 

Testo e commento alle Letture

 

Dagli Atti degli apostoli (14, 21b-27)

 

21Dopo aver annunciato il Vangelo a quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, 22confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». 23Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. 24Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia 25e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; 26di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto. 27Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.

 

I viaggi missionari costruiscono relazioni nuove, consolidano quelle vecchie, alimentano la speranza e accrescono la solidarietà in tempi e luoghi difficili: essi sono così lontani dal nostro modo di intendere il viaggio come occasione di svago, in cui toccare un po’ superficialmente tappe culturali, artistiche, naturali, senza entrare davvero in relazione con i luoghi e con le persone.

Come “tende” sempre in movimento, i primi apostoli attraversano le città pagane della Grecia e della Turchia per portare il messaggio di Cristo, dell’amore di un Dio che si è fatto vicinissimo all’uomo, ai popoli pagani che sentono spesso il desiderio, non ben identificato, di vivere una vita migliore, più profonda, a partire da una relazione di amicizia con un Dio vivo e vero, non con idoli distanti e silenziosi.

La vita di tanti cristiani, ancora oggi, conosce le “tribolazioni” dell’indifferenza, della persecuzione, dell’emarginazione: per questo abbiamo bisogno, come i primi cristiani, di con-solarci a vicenda, di invitarci reciprocamente a non perdere la speranza nella forza costruttiva del Vangelo, guardando alle guide esperte che il Signore ancora oggi designa nella Chiesa. Per questo è importante che ci siano spazi, nella vita dei cristiani, per narrare, come sottolinea il versetto 27, la propria esperienza di Dio, per ascoltare racconti di conversione, per conoscere le storie di tanti missionari che ogni giorno compiono piccoli miracoli d’amore in terre di guerra e di miseria.

  

 

Dal Libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (21, 1-5)

 

1 E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. 2E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. 4E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». 5E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

 

L’Apocalisse ci colloca nella dimensione immaginifica del sogno dove, crollando le resistenze opposte dalla ragione e dai condizionamenti culturali, l’anima è libera di accogliere il messaggio divino in tutta la sua bellezza e potenza. Romano Guardini (teologo, 1885-1968) definì l’Apocalisse il “libro della consolazione” (Il Signore, 1949): in esso così come, attraverso la forza delle immagini, l’uomo può contemplare come in uno specchio tutto il male e gli orrori di cui è capace, può allo stesso modo assaporare la certezza della redenzione dell’umanità in Cristo, dove il mare, simbolo del male, “non c’è più” (v. 1).

Il lungo “sogno” dei racconti dell’Apocalisse prepara la “sposa” (la Gerusalemme celeste, che è simbolo della Chiesa, dell’umanità o dell’anima, come già anticipato all’inizio) all’incontro con lo sposo Cristo-Dio: l’impatto sconvolgente con le visioni che simboleggiano il male ha lo scopo di provocare il pentimento e la conversione. La preparazione al cambiamento passa attraverso l’esercizio della pazienza, della perseveranza, la tribolazione e la povertà, l’amore fraterno, la fede e il servizio, come enunciato nelle lettere alle Sette Chiese (Ap 2). Questo programma di vita consente alla sposa di confezionare il proprio abito nuziale e di rinascere così dall’alto: la voce di Dio che risuona dal trono la addita a tutti gli uomini come “tenda di Dio con gli uomini” (v. 3). Essa stessa diventa “tenda”, dunque luogo mobile d’incontro fra l’uomo e Dio, e la sua trasformazione è visibile e riconoscibile per tutti; nel Vangelo di oggi Gesù dice ai discepoli: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. La trasformazione, se è autentica, deve anche essere visibile per poter essere imitata, per suscitare in altri uomini il desiderio di vivere alla stessa maniera.

Ogni giorno, sugli altari delle nostre Chiese, il “sogno” biblico dell’incontro fra cielo e terra si realizza nella celebrazione eucaristica: lì l’anima si prepara per rinascere dall’alto, per aggiungere nuovi particolari al proprio abito di nozze con l’Eterno.

  

 

Testo e commento al Vangelo

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (13, 31-33. 34-35)

 

31Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. 32Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire.

34Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

 

Siamo nel cuore di una Gerusalemme animata dai preparativi per la Festa di Pasqua; dentro la città, fra i muri di una stanza prenotata da Gesù stesso per consumare la cena pasquale con i suoi, il Maestro rivela ai discepoli lo scopo ultimo della sua vita terrena. L’amore di Dio si rivela nell’intimità di un luogo chiuso, nel contesto di amicizia e di condivisione evocato dal banchetto pasquale.

Gesù proclama il comandamento nuovo dell’amore subito dopo il tradimento e l’uscita di scena dell’amico Giuda, che lascia il cenacolo per andare a vendere al sinedrio, per pochi spiccioli, la vita del Maestro. Gesù sa che l’uomo, di fronte al tradimento, all’incomprensione, alle differenze radicali di vedute e di sentimenti, fa fatica ad amare. Uno dei testi più noti di Jean Vanier (1928-2019), fondatore de L’Arche scomparso da poche settimane, si intitola non a caso “La paura di amare”: coinvolgersi profondamente con l’altro, che è diverso, che scardina i miei schemi e le mie abitudini, la mia cultura e la mia educazione, la percezione che ho di me stesso e che con fatica metterei in discussione, il mio stile di vita… genera in prima battuta timori e forti resistenze. Solo l’amore di Dio Padre, incarnato nel Figlio Gesù, mi consente di vedere nell’altro un fratello o una sorella da amare.    

 

 

Commento francescano

 

L’incontro tra san Francesco e il lebbroso (3Comp 11; FF 1407) segna l’inizio della rinascita dall’alto del santo d’Assisi: Francesco si trasformerà progressivamente in quella “tenda” dell’incontro fra l’uomo e Dio capace di attrarre e convertire ancora oggi, con il suo esempio, tanti cuori. I tratti specifici dell’amore fraterno secondo il fondatore dei Frati minori sono sintetizzati in pochissime battute nel capitolo 6 della Regola bollata:

“E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino tra loro familiari l’uno con l’altro. E ciascuno manifesti all’altro con sicurezza le sue necessità, poichè se la madre nutre e ama il suo figlio (1Ts 2,7) carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale? E se qualcuno di essi cadrà malato, gli altri frati lo devono servire così come vorrebbero essere serviti essi stessi (Mt 7,12)” (Rb 6, 7-9; FF 91-92).

L’amore di Cristo, sul quale si costruisce quello fraterno, non ha dunque confini di spazio; è intriso di familiarità, fiducia, trasparenza nel manifestare agli altri le proprie necessità e mancanze sia materiali sia spirituali. La Regola d’Oro viene riproposta, in particolare, al v. 9, nel caso di malattia, caso estremo di fragilità: l’altro va servito e accudito partecipando della sua sofferenza, consapevoli che le stesse debolezze, fisiche o spirituali, abitano anche in noi o potrebbero toccare anche noi un giorno o l’altro.

 

 

Commento patristico

 

«Riconosci la novità del suo amore verso di noi? La legge comandava di amare il fratello come se stesso. Ma il Signore nostro Gesù Cristo ci ha amati più di se stesso.

Se non ci avesse amati così, non sarebbe sceso dalla natura di Dio e dalla sua uguaglianza col Padre fino alla nostra miseria…

In conseguenza, egli comanda che anche noi ci disponiamo a non preferire nulla all’amore dei fratelli; né la gloria, né le ricchezze, e a non esitare, qualora sia richiesto, di andare persino incontro alla morte, per salvare il prossimo. Questo hanno fatto anche i beati discepoli del nostro Salvatore e quello che hanno seguito le loro orme, anteponendo la salvezza degli altri alla propria vita; non hanno schivato nessuna fatica e non hanno rifiutato di subire i più gravi mali pur di salvare le anime che si perdevano.

Per cui Paolo dice: “Ogni giorno io affronto la morte” (1 Cor 15, 31). E ancora: “Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?” (2Cor 11,29)».

 

(Dal “Commento sul Vangelo di Giovanni” di san Cirillo d’Alessandria, vescovo, Lib. 9).

  

 

Orazione finale

O Padre, che ci hai donato il Salvatore e lo Spirito Santo, guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna. Amen.

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