Gesù, chi sei per me?-XXI DOMENICA DEL T.O./A

 

 

23 agosto 2020 – XXI Domenica del T.O./A

 

Nel libro “La chiesa della misericordia” papa Francesco afferma che: «camminare è una delle parole che preferisco quando penso al cristiano, alla Chiesa. La cosa più importante è camminare insieme, collaborando, aiutandosi a vicenda; chiedersi scusa, riconoscere i propri sbagli e chiedere perdono, ma anche accettare le scuse degli altri perdonando”. E poi prosegue, rivolgendosi in particolare alle famiglie, che sono “la prima chiesa domestica”: «Alle volte penso ai matrimoni che dopo tanti anni si separano. Forse non hanno saputo chiedere scusa a tempo. Forse non hanno saputo perdonare a tempo. E, sempre, ai novelli sposi, io do questo consiglio: “Litigate quanto volete. Se volano i piatti, lasciateli. Ma mai finire la giornata senza fare la pace! Mai!”. E se i matrimoni imparano a dire: “Ma, scusa, ero stanco”, o soltanto un gestino: è questa la pace; e riprendere la vita il giorno dopo»

 

 

Dal libro del profeta Isaia (22,19-23)

Così dice il Signore a Sebna, maggiordomo del palazzo: “Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto. In quel giorno avverrà che io chiamerò il mio servo Eliakim, figlio di Chelkia; lo rivestirò con la tua tunica, lo cingerò della tua cintura e metterò il tuo potere nelle sue mani. Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre”.

 

Dalla Lettera di san Paolo apostolo ai Romani (11,33-36)

O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato il suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio? Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli.  Amen.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (14,22-33)

In quel tempo, Gesù giunto nella regione di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “la gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia? Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

 

Oggi nel vangelo Gesù rivolge una domanda importante, fondamentale ai suoi discepoli: “Ma voi chi dite che io sia?” (v. 15). Noi discepoli di oggi ci siamo mai fatti questa domanda? Siamo forse abituati a vivere una liturgia che ha molte formule, una religione cristiana che ha molte regole e precetti ma che poco parla alla nostra vita di credenti e oggi, invece, il Signore ci chiede se conosciamo, se abbiamo incontrato nella nostra vita questo “Cristo Figlio del Dio vivente”.

Dopo che Pietro ha riconosciuto la vera identità del Maestro, Gesù stesso gli dice: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (v. 18). Ha ragione Paolo a esclamare nella seconda lettura: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11, 33): il Pietro di cui si parla nel Vangelo di oggi, colui che guiderà la Chiesa di Cristo, è infatti lo stesso che poi tradirà Gesù e il Figlio di Dio lo sa bene! In quella sera così dolcemente amara, quella dell’ultima cena, Gesù gli predice: “prima che il gallo canti tu mi rinnegherai tre volte”.

Se siamo così fragili e scostanti, chi è per noi il Cristo e che cosa chiede a noi discepoli? Chi è per noi che lo seguiamo e che siamo chiamati a testimoniarlo vivo nei secoli e ancora operante nel mondo? In questo ci può aiutare la prima lettura che parla di Sebna, un ministro della corte arrogante e superbo, che il Signore sostituirà con Eliakim (Is 22, 20-21), uomo giusto che farà da padre ai suoi sudditi. Il potere dato a Eliakim è simboleggiato dalla tunica, dalla cintura e dalla chiave (cfr vv. 21 e 22) che dona pieno potere! Chiave che ritroviamo poi nel vangelo (versetto 21) con lo stesso significato. Il Signore vuole investirci del potere di essere uomini di Dio: non uomini che non sbagliano mai o che hanno sempre la risposta giusta al momento giusto, ma figli che, fidandosi pienamente di Lui, agiscono con la consapevolezza di essere deboli, senza nascondere i limiti che emergono nelle azioni quotidiane e, soprattutto, quando la vita impone delle scelte. Per questo, quando ci accorgiamo di qualcosa che, a nostro giudizio, nella Chiesa non funziona, non puntiamo subito il dito, ma accogliamo l’errore come membri dell’“ekklesia”, la Chiesa intesa come adunanza di fratelli e sorelle chiamati a camminare insieme (v. 18), e adoperiamoci per correggerlo senza avere la pretesa di essere uomini giusti o sedicenti martiri.  

 

 

Commento patristico

Sant’Agostino ha ben capito che Dio ama la sua creatura tanto da scrivere: “O Bontà onnipotente, che ti prendi cura di ciascuno di noi come se avessi solo lui da curare, e di tutti come di ciascuno”. Quanto è difficile, però, per l’uomo ricominciare quando sbaglia! Allora Agostino ci incoraggia a tornare sulla giusta via affermando: “Lode a te, gloria a te fonte di misericordia. Io mi facevo più miserabile, e tu più vicino. Ormai, ormai era accostata la tua mano, che mi avrebbe tolto e levato dal fango e io lo ignoravo”. Ricordiamoci, allora, quanto sia importante sostare “sotto il lavorio della tua mano dolcissima e pazientissima” per poi poter esclamare: “Signore il mio cuore prende forma” (cfr. Sant’Agostino d’Ippona, vescovo, Le confessioni).

 

 

Commento francescano

Francesco fa esperienza di un Dio che, in Cristo Gesù, si è fatto nostra via incarnandosi in questa nostra umanità nel seno della Beata Vergine Maria: vivendo povero ha annunciato il  Regno di Dio portando la salvezza a tutti gli uomini con la sua passione, morte e risurrezione.  Per questo Francesco ”Era davvero molto occupato con Gesù. Gesù portava nel cuore, Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra”(1Cel 115). Francesco “si struggeva al ricordo della passione del Signore: finchè visse portò sempre nel suo cuore le stimmate del Signore Gesù, come si manifestò chiaramente più tardi quando quelle stimmate si riprodussero nel suo corpo, mirabilmente impresse e fatte conoscere in tutta evidenza”(3Comp 14), e così facendo assomigliò all’Amato e portò una ventata buona e nuova alla chiesa dell’epoca che soffriva di un potere troppo temporale!   

 

 

Orazione finale

A Maria, Madre della Chiesa e madre della nostra fede, ci rivolgiamo in preghiera.

Aiuta, o Madre, la nostra fede!

Aiutaci a lasciarci toccare dal suo amore, perché possiamo toccarlo con la fede.

Aiutaci ad affidarci pienamente a lui, a credere nel suo amore, soprattutto nei momenti di tribolazione e di croce, quando la nostra fede è chiamata a maturare.

Semina nella nostra fede la gioia del Risorto.

Ricordaci che chi crede non è mai solo.

Insegnaci a guardare con gli occhi di Gesù, affinchè egli sia luce sul nostro cammino. E che questa luce della fede cresca sempre in noi, finchè arrivi quel giorno senza tramonto, che è lo stesso Cristo, il figlio tuo, nostro Signore!

Amen.

(cfr. Papa Francesco, Lumen fidei, n. 58)