III Domenica T. O. / A – “Domenica della Parola di Dio”

 

 

Is 8,23b-9,3; Sal 26; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23

 

 

 

Mikrà, in ebraico, è la Sacra Scrittura, una parola gridata (dal verbo karà, “urlare”) dentro l’orecchio: nella folla di voci e informazioni che assordano, attraggono, confondono, la Parola di Dio si fa strada e riempie l’organo dell’ascolto, simbolo della mente e del cuore dell’uomo. Questa “Parola viva” è protagonista, grazie alla recente lettera apostolica del Papa Aperuit illis (“Aprì loro” la mente, Lc 24,45), della III Domenica del Tempo ordinario che, a partire da quest’anno, sarà denominata “Domenica della Parola di Dio”, in prossimità della Settimana per l’unità dei cristiani: la Bibbia “è composta come storia di salvezza in cui Dio parla e agisce per andare incontro a tutti gli uomini e salvarli dal male e dalla morte” (§ 9); “è il libro del popolo del Signore che nel suo ascolto passa dalla dispersione e dalla divisione all’unità. La Parola di Dio unisce i credenti e li rende un solo popolo” (§ 4).

Dall’affollamento di chiacchiere e rumori che ogni giorno rischiano di soffocarla, la voce di Dio va ogni giorno dissotterrata, salvata da quel cumulo di pietre e detriti sotto i quali, come affermava l’ebrea Etty Hillesum, così facilmente la seppelliamo.

 

 

Testo e commento alle letture

  

Dal Libro del profeta Isaia (8,23b – 9,3)

 

In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti.
Il popolo che camminava nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse.
Hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia.
Gioiscono davanti a te
come si gioisce quando si miete
e come si esulta quando si divide la preda.
Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva,
la sbarra sulle sue spalle,
e il bastone del suo aguzzino,
come nel giorno di Mádian.

 

La Parola di Dio visita la terra del nostro cuore e illumina ciò che di pagano abita in esso: Zàbulon, Nèftali, la Galilea e tutta la cosiddetta “curva di Goim”, ovvero dei pagani, sono città sulla “via del mare” che univano l’Egitto e la Mesopotamia attraverso la costa palestinese fino a Damasco. Una terra trafficata, di passaggio, di commerci, di traffici più o meno leciti, di caos e rumori: terra d’esilio, quando perdiamo la “bussola” e ci chiudiamo all’ascolto della voce di Dio; terra di schiavitù, quando siamo ingabbiati dentro le nostre passioni, gli egocentrismi, gli idoli che ci siamo fabbricati; terra di tenebra quando, lontano dal Signore, ogni luce, ogni entusiasmo e desiderio duraturi si spengono.

Il “giorno di Madian” (v. 3), che fa memoria della liberazione di Israele, ad opera di Gedeone,  dalle scorrerie dei terribili Madianiti, è sinonimo di liberazione dall’assalto di un nemico apparentemente più forte, più numeroso, meglio attrezzato: 300 israeliti sconfissero 120mila madianiti senza ricorrere alle armi tradizionali, ma suonando le trombe, simbolo della gloria di Dio, e agitando fiaccole, simboli di quella luce che il Signore accende nelle nostre tenebre, disperdendo il nemico interiore accampato intorno al nostro cuore.

 

  

Dalla Prima lettera ai Corinzi di san Paolo apostolo (1 Cor 1,10-13. 17)

 

Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire.
Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo».
È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?
Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.

 

L’unità dei cristiani è sempre stata a rischio: fin dalle origini, la tentazione di dividersi per seguire un apostolo, un predicatore particolare, dimenticando che l’ispiratore unico del messaggio evangelico è il Figlio di Dio, crocifisso e risorto, ha catturato le menti e i cuori (“pensiero” e “intenti”, v.10) dei fedeli. La “perfetta unione” alla quale san Paolo esorta è l’invito a non distogliere mai lo sguardo dalla persona di Cristo. Ciononostante, sappiamo bene che la Chiesa cristiana è ancora oggi divisa e che buona parte del suo impegno di quest’ultimo secolo, sotto la spinta del mondo anglicano e protestante, si è rivolto alla tessitura di un dialogo nuovo fra le parti. L’unione a Cristo, la Sacra Scrittura, la predilezione per i poveri, la testimonianza dei martiri della fede, sono gli elementi principali sui quali lavorare per contribuire a ridare piena unità al Corpo di Cristo.    

 

 

Testo e commento al Vangelo

 

Dal Vangelo secondo Matteo (4, 12-23)

 

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

 

 

Gesù sceglie di manifestarsi a partire da una terra variegata, ricca di commerci, di opportunità, crocevia di relazioni fra popolazioni diverse fra loro per cultura e religione. Qui Egli annuncia che Dio si è fatto presente qui e ora, nella persona del Figlio.

Diversamente dai rabbini, che venivano scelti dai propri discepoli, Gesù sceglie i propri “allievi”: dietro la Sua chiamata c’è il Padre, che desidera per tutti i Suoi figli una vita luminosa, libera da “malattie” e infermità” (v. 23) dell’anima. Siamo abituati a scegliere, a  decidere in autonomia quali opportunità cogliere, fra le migliaia che abbiamo a disposizione: per questo, spesso, la voce di Dio è percepita come scomoda, le mediazioni della Chiesa soffocanti e poco attraenti. Essere scelti da Lui è, per chi è disponibile all’ascolto della Sua Parola nella preghiera e nei sacramenti, un’esperienza di libertà, di dono, di scoperta continua.

I discepoli lasciano, seguendo Gesù, il lavoro e la famiglia: chiamati, nel caso dei primi quattro, a coppie di fratelli di sangue, sono invitati a fare esperienza di un nuovo modo di vivere le relazioni, diventando fratelli in Cristo, perchè figli di Dio, e a riscoprire il loro talento di “pescatori” secondo lo Spirito. 

 

 

Commento patristico

 

Nelle “Omelie sulla Lettera ai Romani” (14,3), san Giovanni Crisostomo si rivolge ai “neofiti”, ai fedeli che hanno appena ricevuto il Battesimo, sottolineando che, accanto allo spirito di sapienza, di potenza, di guarigione, c’è anche quello di adozione, che muove chi lo riceve a chiamare Dio “Abbà, Padre”. «Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi» (Rm 8, 16-17). Anzi, non solo eredi, ma anche «coeredi di Cristo» (Rm 8, 17). Vedi come [l’Apostolo] insiste nel dimostrare la nostra intimità col Signore? Siccome infatti non sempre i figli sono eredi, precisa che noi siamo figli e eredi. E poichè non sempre si è eredi di grandi ricchezze, afferma che noi abbiamo ottenuto anche questo: di essere figli di Dio. E ancora, poichè può avvenire che uno sia erede di Dio, ma non proprio coerede con l’Unigenito, dimostra che ci è stato dato proprio così”.

 

 

Commento francescano

 

Animato da spirito d’avventura e desideroso di essere “adorato in tutto il mondo” (3Comp II, 4) a motivo della sua futura fama di cavaliere, un giovane Francesco si arma fastosamente per farsi arruolare in Puglia. Il Signore partirà proprio dalle sue ambizioni e dai suoi progetti per farne un cavaliere di ben altro genere: “Una notte, dopo essersi impegnato anima e corpo nell’eseguire il suo progetto, e bruciava dal desiderio di mettersi in marcia, fu visitato dal Signore, che volle entusiasmarlo e sedurlo, sapendolo così bramoso di gloria, appunto con una visione fastosa. Stava dormendo quando gli apparve uno che, chiamatolo per nome, lo condusse in uno splendido solenne palazzo, in cui spiccavano, appese alle pareti, armature da cavaliere, splendenti scudi e simili oggetti di guerra. Francesco, incantato, pieno di felicità e di stupore, domandò a chi appartenessero quelle armi fulgenti e quel palazzo meraviglioso. Gli fu risposto che tutto quell’apparato insieme al palazzo era proprietà sua e dei suoi cavalieri.

Svegliatosi, s’alzò quel mattino pieno di entusiasmo. Interpretando il sogno secondo criteri mondani (egli non aveva ancora gustato pienamente lo spirito di Dio), immaginava che sarebbe diventato un principe. Così, prendendo la cosa come presagio di eccezionale fortuna, delibera di partire verso la Puglia, per esser creato cavaliere da quel conte. Era più raggiante del solito e, a molti che se ne mostravano sorpresi e chiedevano donde gli venisse tanta allegria, rispondeva: “Ho la certezza che diventerò un grande principe”.

Francesco aveva dato una prova sorprendente di cortesia e nobiltà d’animo il giorno precedente a quella visione, e possiamo credere che sia stato quel gesto a meritargliela. Quel giorno infatti aveva donato a un cavaliere decaduto tutti gli indumenti, sgargianti e di gran prezzo, che si era appena fatto fare.

Messosi dunque in cammino, giunse fino a Spoleto e qui cominciò a non sentirsi bene. Tuttavia, preoccupato del suo viaggio, mentre riposava, nel dormiveglia intese una voce interrogarlo dove fosse diretto Francesco gli espose il suo ambizioso progetto. E quello: “Chi può esserti più utile: il padrone o il servo?” Rispose: “Il padrone”. Quello riprese: “Perché dunque abbandoni il padrone per seguire il servo, e il principe per il suddito?”. Allora Francesco interrogò: “Signore, che vuoi ch’ io faccia?”. Concluse la voce: “Ritorna nella tua città e là ti sarà detto cosa devi fare; poiché la visione che ti è apparsa devi interpretarla in tutt’altro senso ”. Destatosi, egli si mise a riflettere attentamente su questa rivelazione. Mentre il sogno precedente, tutto proteso com’egli era verso il successo, lo aveva mandato quasi fuori di sé per la felicità, questa nuova visione lo obbligò a raccogliersi dentro di sé. Attonito, pensava e ripensava così intensamente al messaggio ricevuto, che quella notte non riuscì più a chiuder occhio.

Spuntato il mattino, in gran fretta dirottò il cavallo verso Assisi, lieto ed esultante. E aspettava che Dio, del quale aveva udito la voce, gli rivelasse la sua volontà, mostrandogli la via della salvezza. Ormai il suo cuore era cambiato. Non gl’importava più della spedizione in Puglia: solo bramava di conformarsi al volere divino” (3Comp II, 5-6; FF 1399-1401).

 

 

Orazione finale

 

Ti rendiamo grazie, Signore, per il dono della Tua Parola: fa’ che essa sia per noi quotidiana fonte di luce e di ispirazione, di cambiamento e di scelte che ci portino sempre più vicini a Te. Amen