LECTIO DIVINA – 15 Dicembre 2019 – III Domenica di Avvento / A (Gaudete)

 

 

 

Is 35,1-6a. 8a.10; Sal 145; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

 

 

 

Gaudéte in Dómino semper: “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino”(Fil 4,4.5). L’antifona d’ingresso della III domenica di Avvento dà il nome e il tono alla penultima tappa festiva di questo tempo forte, detta appunto domenica gaudete, dove il colore viola del cammino di conversione – fatto di buio e di luce, di aridità e di gioie, di cadute e di risurrezioni – colpito dalla luce del Natale ormai vicino, trascolora nel rosaceo.

La gioia espressa dalle letture odierne si incarna in situazioni storiche precise: nella prima (Is 35, 1-6a. 8a. 10) è la gioia straripante della liberazione dall’esilio; nella seconda (Gc 5,7-10) è la pazienza nelle avversità che conduce all’autentica gioia; nel Vangelo di Matteo è lo svelamento dell’identità di Gesù, un Messia che guarisce e predilige i poveri, cioè coloro che si lasciano amare da Lui. Quale gioia cerca il nostro cuore? Quale gioia assapora? È autentica, ben radicata e quindi duratura o è ancora troppo ancorata a ciò che passa, alla superficie delle cose, all’onda emotiva del momento?

Ricordiamo a proposito della vera natura della gioia cristiana, le parole di papa Francesco nella lettera apostolica Gaudete et exultate (2018): “Ci sono momenti duri, tempi di croce, ma niente può distruggere la gioia soprannaturale, che si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto. E’ una sicurezza interiore, una serenità piena di speranza che offre una soddisfazione spirituale incomprensibile secondo i criteri mondani” (GE 125).

 

 

Testo e commento alle Letture

 

Dal libro del profeta Isaia (35,1- 6a. 8a. 10)

1 Si rallegrino il deserto e la terra arida,

esulti e fiorisca la steppa.

2 Come fiore di narciso fiorisca;

sì, canti con gioia e con giubilo.

Le è data la gloria del Libano,

lo splendore del Carmelo e di Saròn.

Essi vedranno la gloria del Signore,

la magnificenza del nostro Dio.

3 Irrobustite le mani fiacche,

rendete salde le ginocchia vacillanti.

4 Dite agli smarriti di cuore:

«Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio,

giunge la vendetta,

la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi».

5 Allora si apriranno gli occhi dei ciechi

e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.

6 Allora lo zoppo salterà come un cervo,

griderà di gioia la lingua del muto,

perché scaturiranno acque nel deserto,

scorreranno torrenti nella steppa.

7 La terra bruciata diventerà una palude,

il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua.

I luoghi dove si sdraiavano gli sciacalli

diventeranno canneti e giuncaie.

8 Ci sarà una strada appianata

e la chiameranno Via santa;

nessun impuro la percorrerà

e gli stolti non vi si aggireranno.

 

Richiama alla memoria i segni e i simboli delle antiche liturgie battesimali questo brano poetico di Isaia. L’acqua è protagonista e artefice della rinascita di ciò che era arido, aspro, mortifero; anche il narciso, dai petali chiarissimi e luminosi, è simbolo di rinascita. Tutto nel brano concorre a sottolineare la gioia straripante del ritorno alla vita dopo un tempo di sofferenza e di morte. Il profeta sta comunicando al popolo la notizia del ritorno di Israele dall’esilio di Babilonia, terra pagana dove il giogo della schiavitù è opprimente e la fede dei Padri impedita e perseguitata.

Non è facile per chi, come tanti di noi, non ha provato la condizione di esule o di deportato, di schiavo, di oppresso, assaporare la gioia della liberazione, lo spezzarsi di un giogo pesante. Possiamo comprenderlo più facilmente sul piano spirituale, interiore, dove si annidano le forme di schiavitù e di esilio da se stessi più diffuse nella nostra società benestante o comunque sempre in cerca di soddisfazioni immediate, di soluzioni che allontanino fatiche, sacrifici, difficoltà. Gli esili a cui più frequentemente ci sottoponiamo sono quelli dal nostro cuore: gli “smarriti di cuore” (v. 4) di Isaia sono coloro che non si conoscono più, che non trovano il senso del proprio essere, la propria identità. Il cuore di ognuno, come indica Isaia, è Dio stesso: ecco il vostro Dio (v. 4). La ricerca della mia identità, della mia vocazione, del senso della mia vita e delle mie scelte, che io lo sappia o meno, mi porta a Dio: solo Lui può riempire l’orizzonte e dare una direzione a chi si è smarrito; solo lui può “vendicare” (cfr v. 4), cioè liberare dalla schiavitù con un tocco della sua vindicta (la verga con cui si toccava lo schiavo che doveva essere posto in libertà).

Occhi, orecchi e bocca finalmente si aprono; il corpo intero, prima claudicante, si muove libero dai propri limiti (v. 6) e percorre una via piana, diritta, santa, simile al tratto che i catecumeni, subito dopo essere stati immersi nel fonte battesimale, percorrevano per uscire dal battistero ed entrare nella Chiesa antistante. La gioia più vera non è tanto quella della liberazione in sè, che è comprensibile, spontanea, giustamente gridata ad alta voce (cfr v. 6), ma destinata ad esaurirsi nel tempo: la gioia profonda del cristiano è quella di chi cammina nella vita sapendo che tutto viene da Lui e che la mèta di ogni passo compiuto sulla terra rimane sempre il Cielo.

 

 

Dalla lettera di san Giacomo apostolo (5,7-10)

7 Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d’autunno e le piogge di primavera. 8 Siate pazienti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. 9 Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. 10 Prendete, o fratelli, a modello di sopportazione e di pazienza i profeti che parlano nel nome del Signore.

 

L’apostolo Giacomo si rivolge ai cristiani, convertiti dall’ebraismo, dispersi nelle regioni ai confini con la Palestina: il brano è un chiaro invito alla pazienza (termine che si ripete quattro volte in quattro versetti) nell’attesa che il Signore si manifesti nel tempo dell’esclusione, della persecuzione, della fatica. Egli propone due modelli da imitare, che oggi sono per noi poco comprensibili: l’agricoltore palestinese, alle prese con la lavorazione di una terra arida e sassosa, e il profeta, spesso messo nella condizione di parlare ad un popolo dalla dura cervice!

Entrambi insegnano la speranza che è virtù teologale: è dono di Dio. Per questo va chiesta nella preghiera; per questo è essenziale che ci siano sacerdoti, religiosi, cristiani laici che, come san Giacomo, invitino a parole e con le opere a vivere la speranza, a non lasciarla estinguere nei momenti più duri.

Il nostro nemico principale è il tempo: le attese di pochi secondi davanti al pc che “non carica” ormai ci snervano, ci rendono impazienti. Quanto diverso è il ritmo della vita dell’agricoltore, un vero “povero”, uno che per vivere si affida completamente alle mani di Dio, ai climi e alle stagioni che Lui sapientemente alterna. Il “prezioso frutto” del suo lavoro matura alla fine di una lunga attesa fatta di fatica, cura, attenzione; quando le intemperie cancellano in un istante – come accade ancora oggi nelle nostre campagne – mesi di impegno, il Signore è vicino nel suo smarrimento; alla crescita di quel frutto continua a lavorare anche se non è certo di vederlo, perchè il suo lavoro è anche a beneficio di chi verrà.

 

 

Testo e commento al Vangelo

 

Dal Vangelo secondo Matteo (11,2-11)

2 Giovanni intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: 3 «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». 4 Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: 5 I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, 6 e beato colui che non si scandalizza di me». 7 Mentre questi se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? 8 Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! 9 E allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, anche più di un profeta. 10 Egli è colui, del quale sta scritto:

“Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero

che preparerà la tua via davanti a te”.

11 In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.

 

La predicazione di Giovanni Battista ha i toni del viola: nel deserto invita con forza ad abbandonare la via del male per preparare il cuore alla venuta del Messia. Giovanni attende, come ogni giudeo, un Messia forte, un liberatore che farà piazza pulita di nemici e peccatori. Non è “ideologico” Giovanni: in tutto l’Antico Testamento la giustizia è una delle caratteristiche fondamentali di Jahwè. Dio è giusto perché ascolta il grido degli oppressi e li libera. Il suo smarrimento di fronte alla figura di Gesù è dovuto al modo in cui il Messia farà giustizia dei poveri: citando testualmente Isaia (61, 2), Gesù risponde facendo comprendere a Giovanni che è arrivato l’anno di misericordia del Signore, l’era della guarigione e del perdono che solo un cuore preparato, convertito può accogliere. I poveri ai quali Gesù annuncia la buona notizia sono coloro che stanno davanti al Signore nella loro verità e che da Lui si lasciano sanare.

“In Dio giustizia è misericordia e misericordia è giustizia” sintetizza papa Francesco (Omelia, 25/02/2017).Gesù mostra al Battista il volto della misericordia divina, ricordandogli che giustizia e misericordia, in Dio, camminano insieme. Sono come due redini che Dio misura sapientemente affinché possiamo procedere bene sulla strada della vita.

 

 

Commento patristico

Giovanni era figura della Legge precorritrice di Cristo, la quale giustamente era detta legge, perché materialmente imprigionata in cuori senza fede, privi della Lice eterna. La legge non poté portare  a compimento con pienezza la sua testimonianza al disegno divino, senza la garanzia corroborante del vangelo. Giovanni quindi mandò i suoi discepoli a Cristo, per ricevere da lui un supplemento di conoscenza, perché pienezza della legge è Cristo.

Il Signore, quando lo interrogarono sulla sua identità, dimostrò di essere lui non con le parole, ma coi fatti (cfr Mt 11, 4-6). Ma questi esempi della testimonianza del Signore sono ancora poco: pienezza della fede è la croce del Signore, la sua morte, la sua sepoltura. Perciò alle parole suddette aggiunge: “Beato colui che non si scandalizza di me” (v. 6). La croce potrebbe essere uno scandalo anche per gli eletti, ma per quanto riguarda la Persona divina non può esistere testimonianza più valida di questa, nulla vi è che trascenda le cose mane quanto il volontario sacrificio di tutto se stesso, e di sé solo, per la salvezza del mondo: con questo unico atto egli dimostra pienamente di essere il Signore.

(tratto da Commento sul vangelo di Luca, Lib. V, di Sant’Ambrogio, vescovo)

 

 

Commento francescano

Nel donarsi anima e corpo ai lebbrosi, motivo iniziale di ribrezzo, Francesco sperimenta la dolcezza che proviene dalla misericordia (v. Testamento, FF 110), passaggio possibile a chi riconosce di essere a sua volta piccolo, bisognoso e dunque amato da Dio. Abbandonati i sogni di potere e di ricchezza, il Santo arriva a conoscere la gioia autentica, la perfetta letizia che non lo abbandonerà nemmeno nei momenti più forti di prova, di persecuzione, di emarginazione all’interno del gruppo stesso dei frati.

 

Un episodio accosta espressamente giustizia e misericordia nell’esperienza di Francesco: come narra la Legenda maior (FF 1193), ad una nobildonna contrastata e oppressa dal marito, ostile alla fede della moglie, Francesco consigliò di rivolgere al consorte queste parole: “Gli dirai da parte mia e di Dio che ora è tempo di misericordia, poi di giustizia”. A queste parole il cuore duro del marito si sciolse e insieme si misero al servizio di Dio.

Il perdono di chi ci ama, lo sguardo che pur mettendoci a nudo non ci umilia, ma ci accompagna nel cammino di conversione perché possiamo vivere in pienezza, è la medicina migliore nella malattia dello spirito, la luce nel buio, l’acqua nel deserto.

 

 

Preghiera finale

Dio giusto e misericordioso, donaci la tua sapienza perché possiamo scoprire la verità di noi stessi, riconoscere di essere tue creature, sicure di essere amate; donaci la gioia di testimoniare a chi si sente oppresso, senza speranza, la forza del tuo amore e del tuo perdono.

Amen.

 

 

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