LECTIO DIVINA – 12 Maggio 2019 – IV Domenica di Pasqua / C

 

At 13,14.43-52, Sal 99/100, 2-3.5; Ap 7,9.14b-17

 

 

 

Per noi la voce del Pastore che raduna il gregge è la Parola di Dio. Nella vita spesso si mescolano molte voci e tra queste voci è importante riconoscere la voce del Padre che ci attende sempre. La porta è sempre aperta, si può scegliere di rimanere o andarsene, nella vita ci si può perdere… ma sappiamo che la porta rimane aperta. La porta sempre aperta è il segno che non siamo prigionieri di Dio, Lui chiede il nostro amore e per questo bisogna essere responsabili, non è tanto un fare le cose che Dio ci chiede, con tanti sacrifici e sentirci ‘bravi’ quanto riconoscersi feriti e bisognosi di relazione con Lui. Questo Dio lascia spazio alla nostra responsabilità.

 

 

Testo e commento alle letture

 

Dagli Atti degli Apostoli (13, 14. 43-52)

 

In quei giorni, Paolo e Bàrnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia, e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero.
Molti Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio.
Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”».
Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

 

Nella prima lettura, troviamo Paolo e Barnaba intenti a diffondere il messaggio di Gesù. Ad Antiochia ci sono parecchi ebrei e Paolo tiene nella sinagoga il discorso missionario, in cui fa vedere la “novità” di Cristo come culmine della storia di Israele. Emergono due atteggiamenti opposti: l’accoglienza gioiosa del messaggio da parte di numerosi pagani, e il rifiuto dei Giudei murati nel loro esclusivismo nazionalistico, rosi dall’invidia, e preoccupati per il successo del nuovo annuncio di salvezza che si rifà a colui che hanno messo in croce!

Ognuno di noi, come Paolo e Barnaba, può sentirsi dire: “Tu sei stato posto per essere luce delle genti”! Nel nostro piccolo, dove viviamo, possiamo essere luce per chi ci vive accanto. Come il popolo eletto, il rischio è di chiudersi in noi stessi, nelle nostre consolazioni spirituali e non accorgerci che non testimoniamo più la salvezza che viene dal Vangelo.

 

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (7,9.14b-17)

 

Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.

E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame né avranno più sete , non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono , sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

 

I vestiti bianchi sono simbolo della gloria del cielo e le palme sono simbolo di vittoria. Giovanni contempla la condizione dei beati: essi stanno sempre davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte, cioè celebrano le sue lodi. Dio da parte sua stende la sua tenda su di loro, cioè se ne prende cura.

 

 

Testo e commento al Vangelo

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (10, 27-30)

 

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

Gesù afferma: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco”, conoscere significa un rapporto di grande confidenza, di grande intimità, “ed esse mi seguono”. Dove lo seguono? Nell’amore che si fa servizio, perché hanno ascoltato nella voce di Gesù la risposta a quel desiderio di pienezza di vita che ogni persona si porta dentro. L’ascolto implica l’obbedienza al Pastore, vale a dire, vivere nell’impegno a prendersi cura dei piccoli, del prossimo, a creare nel mondo una grande fraternità, che metta da parte gli intrecci oscuri della convivenza con il male, e che abbracci con sincerità di cuore la croce che salva il mondo e la risurrezione che ci conduce verso la gloria. Chi ascolta il Figlio diventa, come Gesù, una sola cosa con il Padre: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Essere una cosa sola col Padre significa non solo compiere la sua Volontà ma vivere sempre in presenza di Lui, essere consapevoli che Egli è al fianco di ogni creatura, agire, parlare e vivere secondo il Vangelo.

 

 

Commento patristico

 

“Egli è il nostro Dio, noi il popolo del suo pascolo e le pecore delle sue mani. I pastori-uomini, o anche i signorotti proprietari di bestiame, non hanno formato loro le pecore che posseggono, non hanno creato le pecore che pascolano. Il Signore nostro Dio invece, essendo Dio e Creatore, ha formato lui le pecore che possiede e che pasce. Non è stato un altro a raccogliere le pecore che egli pasce, né lascia pascolare a un altro le pecore che egli ha raccolte (Sant’Agostino, Discorso n 47).

 

 

Commento francescano

 

San Francesco, nella VI Ammonizione, ci esorta a non vantarci per le opere che compiamo ma ci invita a riflettere se seguiamo Cristo anche nelle prove della vita come hanno fatto i santi di cui a volte raccontiamo la loro esperienza di fede.

 

“Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce. Le pecore del Signore l’hanno seguito nella tribolazione e persecuzione nell’ignominia e nella fame, nell’infermità e nella tentazione e in altre simili cose; e ne hanno ricevuto in cambio dal Signore la vita eterna. Perciò è grande vergogna per noi servi di Dio, che i santi abbiano compiuto queste opere e noi vogliamo ricevere gloria e onore con il semplice raccontarle” (Ammonizione VI, FF 155).

 

 

Orazione finale

 

Signore, che in Cristo tuo Figlio ci riveli il Volto del vero pastore del tuo popolo, insegnaci a guidare e ad accompagnare i fratelli che tu metti sulla nostra strada e fa che in ogni nostra azione e in ogni nostra parola emerga la Parola di vita eterna. Amen.

I commenti sono chiusi