In Dio, due pesi e una sola misura – XXV DOMENICA DEL T.O./A

 

 

20 settembre 2020 – XXV Domenica del T.O./A

 

Nella XXV domenica del Tempo ordinario la liturgia ci propone la vera immagine di Dio (Misericordia è il suo nome) e dell’Alleanza stretta con il suo popolo. Attraverso la parabola degli operai inviati a lavorare la vigna in diverse ore del giorno, Dio vuole mostrare il suo amore gratuito e benevolo verso ogni uomo. La bontà e generosità di Dio ci sprona a scoprire che siamo debitori di ogni fratello. Nell’eucaristia entriamo in contatto gratuito con gli altri a partire da un evento e un dono che ci precede tutti. Queste dimensioni dicono la verità della nostra vita; dicono, potremmo dire, la nostra dimensione di alterità, il nostro venire da altro, il nostro riceverci in dono (Perché la Parola riprenda suono, Salvatore Currò, Elledici, 2014). L’eucaristia ci richiama al comune destino: l’amore, la comunione, la salvezza di ogni uomo, il dono reciproco di sé stessi.

 

 

Dal libro del profeta Isaia (55, 6-9)

Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

 

 

Dalla prima lettera di San Paolo apostolo ai Filippesi (1, 20c-24.27a)

Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.

 

 

Dal vangelo secondo Matteo (20, 1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

 

Oggi il vangelo ci invita ad accogliere la salvezza di Dio in ogni occasione. Gesù ci presenta il modo di agire, di amare di Dio, la sua compassione. Dio essendo buono dà un uguale salario per il lavoro diseguale causando così il lamento degli operai, la mormorazione (che è mancanza di fede) nei confronti di Dio Padre. Il Signore è descritto come “un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna”: è bello sapere che siamo costantemente cercati dal Signore Gesù per ritrovare la nostra vera natura di Figli amati e perdonati, di alleati di Dio stesso. Nella logica di Dio l’amore non conosce limiti, né mezze vie: il Suo amore è totalità e umiltà allo stesso tempo, al punto che lui stesso esce a cercarci, preoccupato per la nostra umanità sofferente e sola. Come ci ricorda il profeta Isaia nella prima lettura, bisogna cercare, invocare e ritornare al Signore perché la sua onnipotenza si rende visibile nel suo perdono, nella sua pazienza senza misura.

I primi lavoratori della parabola non fanno esperienza della compassione, né della solidarietà tra fratelli: vedono solo i propri interessi, non guardano gli altri lavoratori con gli occhi dell’amore. Come loro, anche il nostro cuore è attirato dalla giustizia umana perciò mormora, crede di essere sano, giusto: in ognuno di noi è radicata la tendenza a mostrare agli altri che siamo noi i primi; ma Dio ci offre il Suo amore gratuitamente, senza che noi esibiamo l’adempimento dei suoi comandamenti perché lui non guarda i nostri presunti meriti.

Il dono di Cristo nell’eucaristia allarga il nostro cuore e lo apre all’incontro con l’altro, lo prepara alla comunione con ogni singolo fratello. È l’amore di Cristo che ci unisce non le nostre prestazioni, progetti, talenti, capacità, conquiste. Solo chi riconosce la propria povertà, fragilità, la propria indigenza è ammesso al regno di Dio e alla sua salvezza. Questa verità si manifesta in San Paolo – come leggiamo nella seconda lettura – che amò come Cristo perché, nella proclamazione del vangelo, non era guidato dalle proprie intenzioni, né dal successo, ma dal vivere in Cristo e per Cristo e in lui si impegnava ad amare ogni fratello senza riserve. Come lui, anche noi abbiamo bisogno di camminare, di cadere tante volte per riconoscerci ultimi; ma lo stupore e la gratitudine ci aiutano a vincere l’egoismo, l’invidia, il nostro falso senso di superiorità e ci aprono un cammino dove possiamo gioire del bene che il Signore compie in noi e nei nostri fratelli. È questo che ci permette di farci eucaristia ovvero dono per tutti: dilata la nostra vita e la rende feconda, presenza viva e umile dell’amore di Dio nel mondo. 

 

 

Commento patristico

L’invidia è un atteggiamento che ci accompagna durante il nostro pellegrinaggio terreno, perciò San Basilio ci esorta a sollevare il nostro sguardo interiore verso il cielo. Nonostante la nostra natura fragile, dovremmo ricordare che siamo partecipi e chiamati a diventare divini, figli di Dio, veri amministratori della bontà di Dio verso ciascun fratello.

Fuggiamo questo intollerabile vizio [l’invidia]…Orbene, limiterò forse il mio discorso alla denuncia di questo vizio? Ma questa sarebbe come la metà di una cura. Mostrare, infatti, all’ammalato la gravità della sua malattia perché si sottoponga a una cura adeguata onde fugare il male, non sarebbe inutile; tuttavia, abbandonarlo a questo punto, senza cioè averlo ancora restituito alla buona salute, significa lasciare il malato in preda al suo male e disperato. E allora, come si potrebbe fare in modo che noialtri, o non contraiamo affatto questa malattia fin dall’inizio oppure, una volta guariti da essa, ne restiamo lontani? Ritenendo anzitutto come non vi sia nulla di grande nelle cose umane: né le ricchezze materiali né la gloria che poi marcisce né la buona salute fisica. Noi non crediamo, infatti, che il sommo bene si trovi nelle realtà transitorie, ma siamo invece chiamati alla partecipazione degli autentici beni eterni. Il ricco, perciò, non è ancora da ritenersi beato per via delle sue ricchezze né potente per l’ampiezza della sua autorità e dignità né forte per l’energia fisica né sapiente per la grande facilità di parola. Questi, infatti, sono strumenti della virtù per coloro i quali se ne servono rettamente, ma non racchiudono affatto in se stessi la felicità. Chiunque, perciò, si serve male di essi, è un miserabile, non diversamente da colui il quale, ricevuta una spada per ferire i nemici, colpisca spontaneamente se stesso. Qualora, invece, si serva rettamente delle cose presenti e sia dispensatore dei beni ricevuti da Dio e non li accolga per servire i propri interessi e il proprio piacere, è degno di lode e d’amore per la sua sollecitudine verso i fratelli e per la sua indole liberale e benefica.

(Basilio il Grande, Omelia sull’invidia, 5)

 

 

Commento francescano

San Francesco ammonisce i suoi fratelli ricordando loro che la tristezza-invidia nasce dal cuore di colui che non guarda benevolmente gli altri; essa offende i fratelli ma soprattutto offende Dio stesso, non benedice il nome santo di Dio, né permette di accogliere la misericordia di Dio su di noi.

Dice l’Apostolo: “Nessuno può dire: Signore Gesù, se non nello Spirito Santo”; e ancora: “Non c’è chi fa il bene, non ce n’è neppure uno”. Perciò, chiunque invidia il suo fratello riguardo al bene che il Signore dice e fa in lui, commette peccato di bestemmia, poiché invidia lo stesso Altissimo, il quale dice e fa ogni bene.

(Ammonizione VIII di San Francesco d’Assisi, FF157)                             

 

Orazione finale

Padre, apri i nostri occhi per guardare le ferite e sofferenze di tanti fratelli e sorelle, fa’ che siamo strumenti del tuo perdono, aiutaci ad essere generosi nei confronti di tutti, donaci un cuore di carne. Per Cristo nostro Signore. Amen.