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LA MISSIONE DI CRISTO E’ LA MISERICORDIA DEL PADRE – 30 Luglio 2017

‘Mi manchi!’. E’ il ritornello drammatico dei rapporti umani. Quanto è presente questa espressione nella letteratura, nelle canzoni, nella vita. E’ la grande ferita dei cuori umani, perché creati per compiersi nella relazione, nell’amicizia.

Il Figlio di Dio si offre a noi come ‘pienezza’ di ciò che manca al nostro cuore chiedendoci di seguirLo nella missione che il Padre gli affida. Ma cosa vuole il Padre? Cosa rende possibile Dio mandando il Figlio nel mondo?

Cristo viene a dirci che noi manchiamo al Padre, che nel cuore di Dio c’è uno spazio di amore al quale manchiamo, che ci attende. E’ questa la Misericordia: manchiamo a Dio più di quanto ci manchi Lui. Solo facendo esperienza dell’abbraccio misericordioso di Dio nasce nel cuore dell’uomo la partecipazione alla missione di Cristo.

Che cultura nuova, che mondo nuovo, che soluzione diversa dei mille e tragici problemi del mondo d’oggi, si diffonderebbero se imparassimo dall’abbraccio di Dio ad andare verso tutti, e accogliere tutti, con la coscienza e quindi la testimonianza che ogni persona umana sta mancando al Padre, all’abbraccio e al bacio di un Dio che comunica se stesso come Amore, come Misericordia! Che rivoluzione in ogni lotta per la verità, la giustizia, la pace!

«Ma quando da morte passerò alla vita, sento già che dovrò darti ragione, Signore. E come un punto sarà nella memoria questo mare di giorni. Allora avrò capito come belli erano i salmi della sera; e quanta rugiada spargevi con delicate mani, la notte, nei prati, non visto. Mi ricorderò del lichene che un giorno avevi fatto nascere sul muro diroccato del Convento, e sarà come un albero immenso a coprire le macerie. Allora riudirò la dolcezza degli squilli mattutini per cui tanta malinconia sentii ad ogni incontro con la luce. Allora saprò la pazienza con cui m’attendevi; e quanto mi preparavi, con amore, alle nozze.. » (p. David Maria Turoldo).

LÀ DOVE SBOCCIA LA LIBERTÀ – 29 Luglio 2017

Il vuoto che langue nel nostro cuore d’un tratto ci sorprende. La libertà sboccia là dove c’è un’interrogazione del cuore, un risveglio del cuore alla ‘responsabilità’ nei confronti di ciò che avverte come mancanza. La menzogna del cuore non è là dove non si sa che volto abbia ciò che ci manca, la menzogna scatta là dove il cuore inganna la mancanza che lo riempie con idoli che non lo riempiono. Ci vuole allora qualcosa che faccia sussultare in noi la coscienza della mancanza che ci invade. Deve accadere ad un tratto un richiamo, un lampo nella notte, un tuono nel silenzio, un volto, uno sguardo, una parola nella nebbia della solitudine che riempie il cuore. E’ come una freccia che qualcuno scocca e che viene a trafiggere il cuore e a ridestarlo, a svegliarlo dall’anestesia al suo dolore, al dolore che solo il cuore prova: quello della solitudine, della mancanza di un Altro.

Si, ci vuole una ferita affinché il bisogno vago che ci  invade si concentri in desiderio. La ferita inferta da una freccia è un dolore che attira e concentra l’attenzione del cuore su un desiderio di guarigione, di salvezza. Il cuore ferito, di colpo, d’un tratto, diventa cosciente della sua mancanza.

Quando all’età di 17 anni ho incontrato in una fredda e umida sera di febbraio la Comunità monastica, le persone che mi hanno rivelato il volto vivo della Chiesa, cioè di Cristo, la reazione immediata del mio cuore fu una lancinante tristezza; ma, subito dopo, da quella ferita è sgorgata, è entrata in me la gioia più sorprendente che io abbia mai percepito. Cosa è successo? Un incontro! Un incontro che veniva a rivelarmi a un tratto che ero solo, che vivevo nella solitudine. E ne provavo malessere, da anni, da sempre, ma fino a quel momento non riuscivo a definire la mancanza che riempiva il mio cuore. Ci voleva una scelta, una ferita definitiva. E quando è venuta, la sorpresa fu che essa non era inferta da qualcosa di negativo, di brutto, di triste, da qualcosa che mi odiava. La ferita mi era inferta da una realtà positiva, da una bellezza, da una letizia che mi amava come mai mi ero accorto di essere amato. E’ come uno che vive tutta la vita in fondo ad una caverna e d’un tratto lo raggiunge un raggio di sole, e gli occhi si sentono feriti dalla luce, dalla bellezza, dal bel giorno che inizia, che diventa esperienza. Il cuore è ferito dall’incontro con ciò che gli manca, che ferendolo si rivela, e quindi lo attira  (Padre Mauro Giuseppe Lepori, Si vive solo per morire?).

VITA UMANA E MISTERO – 28 Luglio 2017

Il dolore e la sofferenza (fisica, psicologica), in quanto tali, non sono né buoni né desiderabili, ma non per questo sono senza significato: è qui che l’impegno della medicina e della scienza deve concretamente intervenire per eliminare o alleviare il dolore delle persone malate o con disabilità, e per migliorare la loro qualità di vita, evitando ogni forma di accanimento terapeutico. Questo è un compito prezioso che conferma il senso della professione medica, non esaurito dall’eliminazione del danno biologico. Si dovrebbe guardare alla vita umana come mistero non riducibile al suo livello biologico e non manipolabile da nessuno. È e deve essere una posizione ‘laica’. Si deve garantire al malato, alla persona con disabilità e alla sua famiglia ogni possibile, proporzionata e adeguata forma di trattamento, cura e sostegno. Perché la Vita è una questione di sguardi e di speranza, anche per chi è legato a delle macchine. Guardiamo prima di tutto, e ascoltiamo, la persona, non fermiamoci alla ‘macchina’ e non consideriamo una maledizione la vita quotidiana che essa consente. Ciò che oggi si pensa non essere possibile, domani chissà… la scienza è incredibile! (MARIO MELAZZINI medico, malato di SLA)

SPERANZA E ‘MACCHINE’ – 27 Luglio 2017

Seguiamo tutti con il fiato sospeso la vicenda del piccolo Charlie. La mia è una vicinanza umana: da persona che convive con la Sclerosi Laterale Amiotrofica, malattia rara neurodegenerativa, e che ogni giorno ha bisogno di assistenza per compiere qualsiasi atto quotidiano, che si alimenta tramite un sondino nello stomaco tramite una pompa e che si supporta con un respiratore durante la notte e in alcuni momenti della giornata e nei momenti di stanchezza. Ma pur essendo così ‘dipendente’ dall’altro, prigioniero di un corpo che non risponde più alla mia volontà, ho deciso di non essere ‘dipendente’ dalla malattia. E sfido da diversi anni l’«inguaribilità» della malattia anteponendo con forza quella della «curabilità» della stessa. Perché ne sono fermamente convinto anch’io: «inguaribile» non è sinonimo di «incurabile», e questo determina uno ‘sguardo’ diverso rispetto alla persona malata e al suo percorso di vita. Per me essere nutrito con una pompa nella notte, essere ventilato, è la vita. Come per gli altri mangiare e bere e respirare.

Quante storie di malattia sono legate da uno speciale fil rouge: la speranza. La speranza che definisco come quel sentimento confortante che provo quando vedo con l’occhio della mia mente il percorso che mi può condurre a una condizione migliore e che può diventare strumento di vita quotidiana. Ritengo che sia inaccettabile avallare l’idea che alcune condizioni di salute rendano indegna la vita e trasformino il malato o la persona con disabilità in un peso sociale e in un costo. È lo stesso papa Francesco che ci fa riflettere: «Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo». L’essere umano che soffre, può e riesce a insegnare molto. In questi tempi si deve lavorare concretamente sul riconoscimento della dignità dell’esistenza di ogni essere umano. Questo deve essere il punto di partenza e di riferimento di una società che difende il valore dell’uguaglianza e si impegna affinché la malattia e la disabilità non siano o diventino criteri di discriminazione sociale e di emarginazione (MARIO MELAZZINI medico, malato di SLA).

LA SPERANZA – 26 Luglio 2017

Lo spazio tra la morte e la risurrezione non sfugge al disegno del Padre. L’amore provvidenziale del Padre opera anche dentro la morte. E’ questo un aspetto essenziale della speranza cristiana. La speranza di liberazione dal destino di morte nel quale l’umanità è prigioniera fin dal peccato originale non è solo attesa di un ‘dopo’, di un ‘oltre’ la morte, ma una fiducia possibile anche e già dentro la condizione mortale. La salvezza, la liberazione, la redenzione sono un avvenimento che ci salva dal destino di morte penetrandolo con un disegno divino, con una provvidenza, che trasforma da subito il destino mortale in spazio in cui Dio opera con amore e per una vita più grande, la vita che la resurrezione di Cristo metterà in piena luce.

Là dove la morte è definitiva e si impone come definizione della vita umana, isterilendo ogni anelito di felicità, ecco che si impone una definizione nuova del destino umano, un senso nuovo della vita, in cui la morte non è più limite, ma terreno di risurrezione (Mauro Giuseppe Lepori, Si vive solo per morire?).

IL DESIDERIO DELLA PIENEZZA DELLA VITA – 25 Luglio 2017

Scrive San Benedetto che Dio si aggira in mezzo alla folla e grida il suo desiderio di trovare un uomo che voglia la pienezza della vita e voglia essere felice. Quest’uomo Dio lo cerca come ‘suo operaio’, come uno per il quale ha già stabilito un compito; la condizione per essere utili a Dio non sono delle capacità o qualità ma semplicemente il desiderio della pienezza della vita: “Il Signore, cercando tra la moltitudine il suo operaio, dice: ‘C’è un uomo che vuole la vita e desidera giorni felici?’ (Salmo 33,13). Se tu rispondi ‘Io’ Dio ti dice: se vuoi avere la vita vera ed eterna, trattieni la lingua dal male e le tue labbra non proferiscano menzogna; fuggi il male e fa il bene, cerca la pace e seguila. Che cosa potrebbe esserci per noi di più dolce, fratelli carissimi, di questa voce del Signore che ci invita? Ecco, nella sua misericordia il Signore ci indica la via della vita”.

All’origine di tutto non c’è quindi il desiderio di felicità del nostro cuore, ma Dio che desidera la pienezza della nostra vita, Dio che si fa mendicante del desiderio di felicità del cuore dell’uomo.

Dio non può nulla contro la libertà dell’uomo che gli volta le spalle; ma nessun rifiuto da parte dell’uomo può impedire alla libertà di Dio di amarlo donando se stesso (Mauro Giuseppe Lepori, Si vive solo per morire?).

SI VIVE SOLO PER MORIRE? – 24 Luglio 2017

‘Perché dover andare a scuola, e lavorare, se poi si deve morire?’. E’ la domanda che Maria Cristina, 12 anni, ha posto a sua mamma rientrando da una visita al nonno morente. La domanda di Maria Cristina, però, in un certo senso viene a tranquillizzarmi. Essa denota l’insorgere, proprio all’età in cui lo stesso Gesù Cristo cominciò ad interrogare i dottori della Legge, della domanda più importante che è dato all’essere umano di porsi e di porre: la domanda sul senso della vita di fronte alla morte. Che senso ha vivere se dobbiamo morire?
Che senso ha la vita umana, così grande e così fragile, così sublime e così misera, tesa all’infinito e sfidata dal limite?
E’ questa la domanda del cuore che anima il desiderio e sempre stimola la ragione. E la risposta adeguata non può mai essere solo un discorso, ma la testimonianza di un’esperienza, di un incontro, di un avvenimento che soddisfano il cuore solo nella misura in cui si propongono e trasmettono come tali. Solo un’esperienza di vita che vince la morte senza censurarla è la risposta adeguata alla vita che domanda una pienezza più grande sei suoi limiti (Mauro Giuseppe Lepori, Si vive solo per morire?).

LA VERITÀ INTERIORE – 23 Luglio 2017

La vita interiore ci rivela i nostri limiti e le nostre negatività. E’ ricerca di luce ed esperienza di illuminazione, ma dove la luce splende nel fondo delle tenebre. E’ necessario toccare questo fondo buio di sé per conoscere la luce. Uno splendido racconto mistico musulmano (di Suhrawardî), in forma di dialogo, dice:
– O sapiente, dove si trova la fonte della vita?
– Nelle tenebre. Se vuoi partire alla ricerca di questa fonte mettiti i sandali e avanza nel cammino dell’abbandono confidente, finché arriverai alla regione delle tenebre.
– Da che parte si trova il sentiero per questa regione?
– Da qualunque parta tu vada, se sei un vero pellegrino, tu compirai il viaggio.
– Che cosa segnala la regione delle tenebre?
– L’oscurità di cui si prende coscienza. Quando colui che intraprende questo cammino vede se stesso come uno che è nelle tenebre, allora comprende che egli era anche prima e fino allora nella Notte, e che la luce del Giorno non ha ancora raggiunto il suo sguardo. Eccolo, il primo passo dei veri pellegrini. Il cercatore della fonte della vita nelle tenebre passa attraverso ogni sorta di stupori e angosce. Ma se è degno di trovare questa fonte, finalmente dopo le tenebre contemplerà la luce. Allora non dovrà fuggire davanti alla luce, perché questa luce è uno splendore che, dall’alto dei cieli scende sulla fonte della luce.
E’ la luce della notte, delle tenebre, è la vita trovata là dove muore qualcosa, è il cammino della vita interiore che porta a vedere e accettare le proprie limitatezze e a integrarle in un’esperienza di pacificazione e di unificazione.
Chi vede la propria ignoranza e la conosce può entrare nella vera sapienza; chi vede i limiti della propria mortalità e temporalità può entrare nella vita; chi vede i propri limiti affettivi può entrare nell’autenticità dell’amore. Chi non accetta di vedere i propri limiti non potrà pure iniziare a superarli o meglio, forse, a traversarli. Allora, questa illuminazione che viene dalla conoscenza delle proprie tenebre appare chiaramente come esperienza di resurrezione: se toccare il fondo del proprio cuore è esperienza di morte, la luce che si intravede è ingresso in una nuova vita (Luciano Manicardi, La vita interiore oggi).

VIGILANZA – 22 Luglio 2017

La vita interiore esige la fatica della lotta, del non lasciarsi dominare da pensieri che diventino ossessioni, fantasmi. Il vigilante è l’uomo lucido e critico che si lascia colpire e interpellare dagli eventi. E’ presente a sé e agli altri, ha radici in se stesso e non attende dall’esterno di sé la conferma al proprio agire e alla propria identità. E’ l’uomo paziente e perseverante, capace di dare continuità ad una scelta…
L’uomo vigilante si custodisce con il silenzio. Scrive Pascal: ‘La sventura più grande degli uomini deriva da una cosa sola: dal fatto che non sanno rimanere in riposo nella loro camera’. Noi temiamo il silenzio e la solitudine perché nel silenzio l’uomo coglie la sua insufficienza, la sua impotenza, il suo vuoto. Ma il silenzio pone l’uomo sul piano dell’essere, lo situa di fronte all’essenziale: nel silenzio è insito un potere di osservazione, di chiarificazione, di concentrazione sulle cose essenziali. Il silenzio restituisce limpidezza alla vita. E’ solo dal silenzio che può nascere una parola sensata e autorevole; è il silenzio il grembo generante della parola (Luciano Manicardi, La vita interiore oggi).

ENIGMA – 21 Luglio 2017

La domanda ‘Chi sono?’ non sarà mai resa vana dal progresso scientifico o tecnologico, essa continuerà ad essere finché ci sarà un uomo. Di certo, noi scopriamo in noi stessi una dimensione di enigma, di indicibile, di stranierità a noi stessi. Ma non solo in noi vediamo tale dimensione, bensì anche nel rapporto con il mondo, nel rapporto con gli altri, nel rapporto con Dio.
Nel rapporto con il mondo la razionalità non riesce a sciogliere tutti gli enigmi che fan parte dell’alterità del mondo.
Il rapporto con gli altri ci rinvia alla dimensione dell’affettività, anch’essa incapace di saturare l’uomo, se non all’interno della nefasta illusione della fusione con l’altro.
Anche la fede, che media il rapporto con Dio, conosce e non salta una dimensione di tenebra, di enigma che traversa il rapporto uomo-Dio. La fede non è una bacchetta magica e non riesce a renderci totalmente chiaro e accessibile il Dio che abita una nube, che è avvolto dall’oscurità. Il Cristo stesso muore con sulle labbra il grido che attesta il permanere di un enigma nel rapporto con il Padre: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,24).
La vita interiore passa attraverso questa attività di dialogicità interiore, questo saper riflettere e pensare, porsi domande e interrogativi, nella certezza che la domanda già veglia sulla risposta (Luciano Manicardi, La vita interiore oggi).

IL PELLEGRINAGGIO INTERIORE – 20 Luglio 2017

L’appello è ad iniziare un viaggio, un esodo, un pellegrinaggio interiore. ‘Il viaggio più lungo è il viaggio interiore’: occorrono infatti l’umiltà del cercatore, la sete del viandante, la perseveranza del pellegrino per compiere questo viaggio nel profondo di sé. E’ la ricerca del senso della vita, della verità interiore. Si tratta di trovare un centro che non è fuori di noi, ma in noi.
La vita interiore esige coraggio. Non sappiamo dove ci porterà questo viaggio interiore e quali scoperte ci dischiuderà. Sì, la vita interiore chiede il coraggio di non conformarsi alle mode, di tirarsi fuori dal gregge, rischiando la solitudine, l’impopolarità e perfino la crisi: vedere in faccia se stessi è spesso fonte di disillusioni, è atto che spezza le idealizzazioni di sé, le immagini di noi che ci siamo forgiati. Tutto questo può implicare l’entrare in crisi e il subire ferite. Il lavoro di discesa nel proprio cuore, di ricerca della propria verità non lo intravede chi ha paura delle ferite, della sofferenza che a lui ne può derivare. Quando la verità vuole rivelarsi all’uomo fa uso di un grande dolore: vi è sempre il prezzo di un’acuta sofferenza da pagare al disvelarsi della verità. La paura può paralizzare e impedire il cammino interiore, ma allora si resterà spettatori della vita, ed essa ci passerà accanto come un’estranea (Luciano Manicardi, La vita interiore oggi).

IL NARCISISMO – 19 Luglio 2017

Oggi è possibile rilevare questo dato presente nella nostra società: se da un lato siamo di fronte a un’accentuazione della soggettività (sempre più si presta attenzione ai bisogni soggettivi e ai diritti della soggettività), dall’altro, questa soggettività appare forte in emozioni, ma debolissima nella sua vita interiore. E’ il più delle volte una soggettività segnata patologicamente dal narcisismo e dall’individualismo, dalla carenza della interiorizzazione, cioè del lavoro interiore della vita psicologica, dell’assunzione interiore delle situazioni, degli eventi, dei rapporti, delle relazioni.
Ora, il processo psicologico della interiorizzazione consiste nell’attivare la capacità di intrattenere un dialogo all’interno di sé, di riflettere sulla propria vita integrando gli apporti esterni, di assumere “il vissuto” come materiale da elaborare, di stabilire un sistema di valori in base al quale dar senso alla propria vita. Oggi invece si nota, soprattutto nelle fasce giovanili, una ritirata emotiva di fronte al senso da dare alla vita, di fronte alla progettazione del proprio futuro, si assiste a un ripiegamento su una cultura della sopravvivenza, del giorno per giorno, a una paura che sembra inibire l’assunzione di responsabilità e il compito della propria crescita e della propria maturazione umana. Così, più che l’identità personale saldamente radicata in una vita interiore, si cerca l’apparire, l’immagine di sé da esibire agli altri.
A livello culturale il narcisismo può essere visto come una perdita di valori umani: viene a mancare l’interesse per l’ambiente, per la qualità della vita, per i propri simili. Una società che sacrifica l’ambiente naturale al profitto e al potere, rivela la sua insensibilità per le esigenze umane. La prolificazioni delle cose materiali diventa la misura del progresso del vivere, e l’uomo viene opposto alla donna, il dipendente al datore di lavoro, l’individuo alla società. Quando la ricchezza occupa una posizione più alta della saggezza, quando la notorietà è più ammirata della dignità e quando il successo è più importante del rispetto di sé, vuol dire che la cultura stessa sopravvaluta l’immagine, e deve essere ritenuta narcisistica (Luciano Manicardi, La vita interiore oggi).