IL VIAGGIO DELL’ANIMA – 13 Agosto 2019

         Credo che la prima domanda sulla realtà dell’uomo debba nascere dalla contemplazione di quegli occhi che, per la prima volta, si aprono sul mondo.
         La scienza dell’embriologia ci spiega come si sono formati, ma è impotente nello spiegarci il bagliore di luce antica che brilla là dentro. Lo sguardo che si muove, ancora coperto dal velo lattiginoso della vita uterina, sembra venire da un mondo lontano.
         L’essere è qui, ma non ancora completamente.
         Nel morente succede qualcosa di non molto diverso. A un tratto, lo sguardo si storna, un altro orizzonte lo chiama. Un orizzonte invisibile a noi, ancora pienamente viventi.
         Fin dai tempi più antichi dell’evoluzione, l’uomo ha mostrato la tendenza a credere in una realtà che prosegue dopo la morte. Dato che ogni cosa, per esistere, necessita del suo opposto è chiaro che, se c’è un dopo, ci deve essere anche un prima.
         Da dove viene dunque la parte non misurabile di un bambino?
         Dove va la parte non misurabile di un morente?
         Nel rispondere dobbiamo essere onesti. Non ne abbiamo la minima idea.
         Il viaggio dell’anima è un viaggio coperto da una fitta discrezione, non si può indagare, misurare, classificare.
         E allora.
         Che senso ha perdere tempo con qualcosa che non potremo mai conoscere davvero?
         Non è meglio rimanere ancorati alla concretezza dei giorni?
         Sì, certo lo è, se davanti allo sguardo di un neonato non proviamo turbamento, se di fronte al corpo di un defunto pensiamo unicamente agli organi di ricambio, alle ceneri fertilizzanti, o ai collemboli pasciuti che si nutrirebbero volentieri delle sue carni.

(Susanna Tamaro, “Un cuore pensante”)

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