LO SCANDALO DEL DIO DEI PAGANI – IV DOMENICA T.O./C

 

30 gennaio 2022 – IV Domenica del Tempo Ordinario/C

 

La liturgia di oggi ci ricorda quale è la nostra vera vocazione e missione: “conoscere e amare Dio e l’uomo”. I credenti sono i primi ad essere non solo evangelizzatori ma evangelizzati dalla Parola di Dio per essere strumenti di Dio, dimore della carità, portatori dell’amore gratuito che spinge ad abbracciare il diverso, lo straniero, il nemico, attraverso una vita nascosta e silenziosa di servizio tra gli uomini.

Oggi noi Clarisse della Federazione di Lazio-Toscana celebriamo la solennità di Santa Giacinta Marescotti, alla quale la nostra Federazione è intitolata. Questa donna viterbese del Seicento ha saputo vivere la sua umanità in pienezza, ha vissuto il suo battesimo fino in fondo, si è lasciata guardare con amore amabile da Dio e così è diventata per tanti, fino ad oggi, luce, sostegno e guida. Infatti l’amore amabile genera vincoli, coltiva legami, crea nuove reti di integrazioni, costruisce una solida trama sociale” (Amoris Letitiae n. 100, Papa Francesco). È quello che Santa Giacinta ci ha lasciato: la testimonianza del suo essere profeta di Dio, amica, sorella per ogni uomo e donna di ogni tempo.

 

Dal libro del profeta Geremia (Ger 1,4-5.17-19)

Nei giorni del re Giosìa, mi fu rivolta questa parola del Signore:

«Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto,

prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;

ti ho stabilito profeta delle nazioni.

Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi,

àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò;

non spaventarti di fronte a loro,

altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro.

Ed ecco, oggi io faccio di te

come una città fortificata,

una colonna di ferro

e un muro di bronzo

contro tutto il paese,

contro i re di Giuda e i suoi capi,

contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese.

Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno,

perché io sono con te per salvarti». 

 

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 12,31 – 13,13)

Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime.

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.

E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.

La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.

Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più

grande di tutte è la carità!

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 4,21-30)

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».

All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

 

Gesù si auto-rivela annunciando la sua missione: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”; è con lui che inizia la salvezza, la vera liberazione. La gente, a queste sue parole, risponde con il rifiuto, cacciandolo fuori della città. Il programma di Gesù consiste nell’accogliere gli esclusi, i deboli, i peccatori. Allora potremmo domandarci: sappiamo accogliere l’altro?, escludiamo qualcuno dalla nostra vita?, quali sono i motivi che ci portano a escludere qualcuno?, che cosa mi dà forza per realizzare la missione che Dio mi ha donato? Anche in noi si compie la Scrittura tutte le volte che ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo, dal bene, e compiamo un esodo fuori di noi per accogliere il diverso e tutti quelli che consideriamo scomodi e poco amabili.

Quante volte anche noi rimaniamo meravigliati della sapienza, bellezza e bontà delle persone che riteniamo non credibili, forse atei, o peccatori, piccoli e fragili nella fede, ma è loro che il Signore accoglie, salva, si manifesta e apre il suo cielo dentro il loro cuore.

La parola di ogni profeta annuncia e opera nella costante presenza di Dio. Col battesimo siamo chiamati non solo a riconoscere i profeti del nostro tempo ma a essere luce, testimoni incarnati di Dio, pronti a confrontarsi con il pluralismo del mondo, vivendo senza paure e resistenze le diversità: ecco perche nesssun profeta è bene accetto nella sua patria. L’incontro e l’amicizia con l’altro richiedono impegno, pazienza, fedeltà, rinuncia di sè. Queste sono le dinamiche dell’amore: non preoccuparci troppo di noi stessi perchè questo ci fa perdere energie fisiche e spirituali che possono essere usate nell’amare e sostenere gli altri. Anche se nel donare il nostro tempo agli altri non riceviamo un contraccambio, non abbandoniamo i fratelli e le sorelle perchè il vero amore resta fedele nonostante le infedeltà e sopporta contraddizioni e difetti altrui.

 

 

Commento Francescano

Lo stesso [fra Leonardo] riferì che un giorno il beato Francesco, presso Santa Maria [degli Angeli], chiamò frate Leone e gli disse: “Frate Leone, scrivi”. Questi rispose: “Eccomi, sono pronto”. “Scrivi – disse – quale è la vera letizia”. “Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell’Ordine, scrivi: non è vera letizia. Così pure che sono entrati nell’Ordine tutti i prelati d’Oltralpe, arcivescovi e vescovi, non solo, ma perfino il Re di Francia e il Re d’Inghilterra; scrivi: non è vera letizia. E se ti giunge ancora notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da sanar gli infermi e da fare molti miracoli; ebbene io ti dico: in tutte queste cose non è la vera letizia”. “Ma quale è la vera letizia?”. “Ecco, io torno da Perugia e, a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: “Chi è?”. Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: “Vattene, non è ora decente questa, di andare in giro, non entrerai”. E poiché io insisto ancora, l’altro risponde: “Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”. E io sempre resto davanti alla porta e dico: “Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte”. E quegli risponde: “Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là”. Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima”.

(Della vera e perfetta letizia, FF 278)

 

San Francesco scoprì cammino facendo che la sua identità di Frate minore poteva fare la differenza in un contesto ecclesiale molto fragile. La logica fraterna di Francesco si schiude nel silenzio e nel perdono perchè vede nei fratelli un dono del Signore, una benedizione del Padre, nonchè la strada maestra con la quale fa esperienza di conversione, di missione, di cammino interiore e di fraternità.

Allo stesso modo, il nostro agire e sentire si concretizza attraverso le nostre relazioni.

Vivere nel mondo, essendo sorelle di tutti, in una “fraternità allargata” che arriva ad abbracciare il mondo, non è una pretesa, nè un diritto, è un frutto della Pasqua, un’esperienza dello Spirito Santo, un progettare e lavorare assieme, un condividere tutto con l’altro: la povertà, le gioie, le debolezze, le attese, le ansie, i desideri, i fallimenti, le speranze. Questa è la vera e perfetta letizia, la vera via crucis-lucis, il cammino della fede che porta ad una vita più bella.

 

 

Orazione finale

Signore, nostro Dio, Amore, Verità, Bellezza. Nel giardino di questa tua Chiesa hai fatto fiorire, con una santità esigente, S. Giacinta Marescotti. E le hai dato un amore appassionato per te, nella Croce e nell’Eucarestia, come nei poveri, nei malati, negli ultimi. Noi per Lei ti ringraziamo e ti chiediamo, per la sua intercessione, di conoscere e accogliere il tuo amore che vince l’indifferenza, l’ostilità, l’egoismo, per divenire capaci come Lei – di essere pane, veste, casa e di donare accoglienza, consolazione e amicizia a chi è povero, solo, bisognoso e così accrescere la luce e la carità nella Chiesa, costruire una convivenza umana, giusta, solidale e fraterna con la forza viva e sempre nuova della carità. santa Giacinta prega per noi.

(Mons. Lorenzo Chiarinelli, 1935-2020, Vescovo Emerito di Viterbo)