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NEWSLETTER n° 57 - 29 agosto 2018

  • IL DESTINO DEL TESTIMONE - Silvano Fausti
  • LECTIO DIVINA - 2 Settembre 2018 - XXII Domenica T.O. / B

Il DESTINO del TESTIMONE

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Tragica e degna di ammirazione è la sorte del testimone, come è drammatica e grandiosa la sua figura. Egli non ha nulla dell'eroe, che in uno slancio di generosità sacrifica la propria vita per qualche grande causa, o del superuomo, che sviluppa se stesso in tutte le sue virtualità. Il testimone è al servizio della causa di Dio e della causa dell'uomo. La sua vita è una missione e una vocazione. Non parla e non agisce in nome proprio. Per questo Giovanni Battista è il testimone per eccellenza: «Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce... Egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce» (Gv 1, 7-8). Il testimone non è la verità, ma la attesta. Pubblicamente conferma quanto ha visto e udito. Egli è la coscienza critica dell'umanità e per questo risulta sempre scomodo. Ha sempre il coraggio di non tacere di fronte al male. Denuncia apertamente tutto ciò che offende i diritti di Dio e i diritti dell'uomo. Rifiuta decisamente ciò che non va e prende la difesa del bene, della libertà e della giustizia. Flagella i costumi e smaschera l'ipocrisia. Denuncia l'ingiustizia sociale, l'oppressione e lo sfruttamento dei poveri e dei deboli da parte dei ricchi e dei potenti. Sta perciò dalla parte dei miseri e degli umiliati, degli oppressi e degli sfruttati.
Ma un tale impegno per la causa di Dio e dell'uomo porterà fatalmente il testimone a una fine tragica. Il messaggio che egli porta, lo conduce per forza a un conflitto con i poteri stabiliti. Egli è un provocatore pericoloso, è un contestatore che deve essere eliminato! La sua sorte è già segnata. Nello scontro con il potere sarà sopraffatto. Perché egli è inerme ed è armato solo della forza della verità. Egli è vittima della testimonianza che porta. Paga perciò di persona. Secondo i criteri mondani il testimone della verità, della libertà e della giustizia fallisce e perde. Ma in realtà egli è un vincitore: con la sua morte egli diviene un martire. Realizza così ciò che significa: essere testimone vuol dire essere martire.
La passione e la morte del testimone è perciò l'anticipo e il presagio della passione e della morte di Gesù, il testimone della fede. Esse annunciano la sorte di Gesù che, combattendo e lottando per la causa di Dio e per la causa dell'uomo, finirà la sua vita con una morte violenta. Anche la testimonianza di Gesù sarà misconosciuta, incompresa e rifiutata. Il destino del testimone annuncia anche la sorte dei discepoli in missione e quindi della chiesa. Questa deve presentare all'uomo l'utopia concreta di Gesù Cristo, il suo destino infinito di giustizia, di pace e di amore. Deve perciò essere carica di quello spirito profetico che denuncia ogni situazione presente nel suo stato di insufficienza rispetto al fine. In concreto la chiesa viene quindi ad essere una istituzione critica nei riguardi di ogni istituzione presente, specialmente quando questa offende i diritti fondamentali dell'uomo. La chiesa stessa perderebbe gran parte della sua credibilità se non osasse denunciare i maggiori crimini della storia. Un simile silenzio turberebbe gli stessi credenti, anche se apparisse suggerito da un calcolo diplomatico o dal desiderio di rendere più umano un regime costituzionalmente oppressivi; così pure se si tacesse di fronte a una tirannia che opprima sistematicamente tutto un popolo calpestando i più elementari diritti umani. Persecuzione e martirio, dovuti alla difesa della causa di Dio e dell'uomo, sono invece il senso dell'autenticità della testimonianza (Gv 15, 16-18). La chiesa perciò deve essere libera, povera e profetica, testimoniando a parole e con i fatti la giustizia, la pace e l'amore che ci ha manifestato Gesù Cristo. Essa deve testimoniare il futuro dell'uomo. In quanto futuro, sarà sempre in contraddizione con ogni presente, e con tutti coloro che nel presente «ci stanno così bene» e prosperano.Solo così la chiesa svolgerà la sua funzione di testimone di Gesù Cristo.

LECTIO DIVINA

2 Settembre 2018 - XXII Domenica del T. O. / B
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Dt 4,1-2.6-8; Sal 14; Gc 1,17-18.21b-22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23

Nei vangeli giovannei delle ultime cinque domeniche Gesù ci ha introdotti nell'universo simbolico del "pane". Nelle sue mani questo alimento semplice, basilare, irrinunciabile della dieta di ogni popolo è divenuto simbolo della Parola e dell'amore di Dio per l'uomo, del dono totale di se stessi, della missione, di condivisione e di fratellanza, di eucaristia (ringraziamento), della nuova alleanza fra Dio e l'uomo mediata da un Messia-servo, un Signore che si è lasciato spezzare dal dolore e dall'umiliazione, un Dio semplice, che parla a Giudei e pagani, attraverso la vita quotidiana.
Con la ripresa del Vangelo di Marco il tema centrale diventa, oggi, quello del "cuore" dell'uomo e della sua posizione rispetto a tutto ciò a cui il "pane" di Cristo rimanda. Chi frequenta la Sacra Scrittura sa che il "cuore" biblico (leb) non indica i sentimenti o le emozioni, ma tutta la persona, unità di coscienza, intelligenza, libertà. Nell'alfabeto ebraico la lettera "l", che è anche graficamente più alta rispetto a tutte le altre, e la "b" indicano rispettivamente la "conoscenza" e la "casa". Il cuore dunque è la sede dei pensieri e delle decisioni, della memoria e della progettualità: nell'uomo di fede è la "casa interiore", la dimora della presenza di Dio, il luogo in cui la Sua voce risuona.
Le letture di oggi ci mettono davanti a due vie possibili: quella del "cuore aperto" all'ascolto della voce di Dio o quella della cosiddetta sklerocardía, l'indurimento del cuore, sordo ai richiami del Creatore.



Testo e commento alle Letture

Dal Libro del Deuteronomio (4,1-2.6-8)
Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo. Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: «Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente». Infatti quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi do?

Leggi, norme e comandamenti sono termini che sentiamo distanti, se non addirittura ostili, alla nostra libertà. Per assaporare la sapienza e la bellezza contenuti in questo brano dell'Antico Testamento dobbiamo operare una prima conversione del cuore, del nostro modo abituale di pensare. Le "leggi e le norme" di cui Dio parla sono i Comandamenti consegnati due volte a Mosè e al popolo ebraico sul Monte Sinai (Es 20,1-17 e Dt 5,6-21). Le Tavole della Legge sono intrise di amore, di rispetto, di dedizione dell'uomo verso Dio e dell'uomo verso i suoi simili: Gesù stesso le sintetizzerà nel cosiddetto "comandamento dell'amore" (Mc 12,29-31).
"Il popolo saggio e intelligente" (v.6) ha Dio "così vicino a sè" (v. 7) perchè Egli dimora nel suo cuore.


Dalla lettera di san Giacomo apostolo (1,17-18.21b-22.27)
Fratelli miei carissimi, ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall'alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c'è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature. Perciò liberatevi da ogni impurità e da ogni eccesso di malizia, accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi. Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo.

Impurità e malizia, dirà con chiarezza Gesù nel Vangelo di oggi, escono dal nostro cuore e ci inclinano al desiderio di possedere, di accumulare, di sfruttare. La "docilità" del terreno del nostro cuore al seme della Parola è la malleabilità che accordiamo ai Suoi insegnamenti. E la Parola di Dio, fin dalla Creazione, è azione (cfr. Gen 1, 3 e segg.): azione di misericordia verso chi è più solo, privo di aiuto e di difesa, e impegno, che diventa spesso lotta faticosa, per non lasciarsi trascinare dal pensiero "mondano" che invita all'individualismo, alla soddisfazione di ogni piacere, lecito e illecito, all'indifferenza religiosa e umana. San Giacomo definisce i "fratelli" ai quali si rivolge come a "primizie" (v. 18) del genere umano: la "primizia" è frutto precocemente maturato e perciò raro, di qualità, ed è offerta, "regalo", "dono" (v. 17) che viene dall'alto a beneficio di chiunque voglia accoglierlo.



Testo e commento al Vangelo

Dal Vangelo secondo Marco (7,1-8.14-15.21-23)
In quel tempo, si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: "Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini". Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro». Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall'interno e rendono impuro l'uomo».

Gesù ama i farisei, sa bene che grazie a loro e agli scribi la fede del "popolo eletto" è sopravvissuta a secoli di deportazioni, invasioni, contaminazioni pagane. I "farisei" erano per definizione "separati", gente di fede che non si lasciava contaminare da questo mondo (Gc 1,27). Gesù li riprende con forza come si tenta di correggere un figlio o un fratello in pericolo, per il quale si desidera la salvezza. Oltretutto essi sono guide del popolo e rischiano, con la loro condotta, di trascinare altri sulla via di una religiosità formale, ormai svuotata di significato, letteralmente priva di un cuore di carne.
I riti e i gesti che accompagnano la vita di fede sono simboli importanti: rendono visibile, in questa vita terrena, il nostro rapporto d'amore con l'invisibile. Per un eccesso di difesa nei confronti delle tante contaminazioni pagane, i farisei si sono sclerotizzati sulla difesa dell'involucro esterno, dimenticando che "Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato!" (Mc 2,27-28). È necessario ritornare all'"interno" e ridargli vita, purificarlo per ricostruire un ponte fra ciò che si vede fuori e ciò che nasce "dal di dentro", per ricucire le labbra e il cuore fra loro, per ridare unità, integrità al "cuore" dell'uomo, perchè pensieri, parole e opere siano finalmente unificati.
La bellezza anche esteriore delle nostre liturgie, delle nostre chiese, dei canti che accompagnano la lode, non vanno mai assolutizzate e disgiunte dalla testimonianza di vita: "le prescrizioni più gravi della legge" sono "la giustizia, la misericordia e la fedeltà" (Mt 23, 23), ricorda Gesù nel corso di un altro aspro confronto con i farisei, e aggiunge, "senza omettere quelle", con riferimento particolare al pagamento delle "decime" al Tempio. Nemmeno bandire riti, forme e devozioni dalla nostra vita di fede è dunque la soluzione alla perdita di senso di gesti e parole che ci paiono ormai obsoleti, lontani dal nostro sentire contemporaneo: essi vanno riscoperti, riattualizzati, va loro restituita la sostanza, la vitalità che, come accadde per i farisei al tempo di Gesù, si può infiacchire o spegnere lungo la strada.



Commento patristico

"Il pane di Gesù è la parola con la quale siamo nutriti. Quando egli ammaestrava questo popolo, gettarono lo scandalo nella sua dottrina e mentre lo crocifiggevano, dissero: «Venite, mettiamo il legno nel suo pane».
Il legno messo nel suo pane ha reso migliore il pane. Prendendo l'esempio dalla Legge di Mosè: il legno messo nell'acqua amara l'ha fatta diventare dolce; così il legno della passione di Gesù Cristo, messo nella parola, ha fatto diventare dolce il suo pane. La legge non compresa è un'acqua amara. Quando è venuto il legno di Gesù e la dottrina del mio Salvatore vi ha preso dimora è diventato dolce e la legge di Mosè è diventata soave perché è stata scoperta e conosciuta" (Origene, Omelie su Geremia).



Commento francescano

Nella Regola non bollata, al capitolo XXII, san Francesco ammonisce i frati a guardarsi bene "dalla malizia e dall'astuzia di Satana, il quale vuole che l'uomo non abbia la sua mente e il cuore rivolti al Signore Dio, e girandogli intorno desidera distogliere il cuore dell'uomo con il pretesto di una ricompensa o di un aiuto, e soffocare la parola e i precetti del Signore dalla memoria.
Nella santa carità, che è Dio, prego tutti i frati che, allontanato ogni impedimento e messi da parte ogni preoccupazione e ogni affanno, in qualunque modo meglio possono, si impegnino a servire, amare, onorare e adorare il Signore Iddio, con cuore mondo e con mente pura...
E sempre costruiamo in noi un'abitazione e una dimora permanente a lui, che è il Signore Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo" (FF 59).



Orazione finale

O Dio, sede della Sapienza e Padre di misericordia, ottienici di mantenere in ogni situazione della vita un cuore saggio, intelligente e unificato: guarisci le nostre ipocrisie, la doppiezza che separa le nostre labbra dal cuore e il nostro cuore da te. Amen.

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