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NEWSLETTER n° 52 - 12 luglio 2018

  • Don Lorenzo Milani e il cantautore Jovanotti
  • LECTIO DIVINA - Domenica 15 Luglio 2018 - XV T.O. / B

Don Lorenzo Milani

e il cantautore Jovanotti

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Io provengo da una famiglia cattolica, mio padre ha lavorato in Vaticano come gendarme e per molti anni non mi sono fatto alcun tipo di domanda sulle mie radici religiose. Anzi avevo un'idea abbastanza negativa della Chiesa. Per me la Chiesa erano il Vaticano, i cardinali, il rito del baciamano, per intenderei. Finché nella mia vita c'è stata una svolta quando mi sono interrogato sulle figure di riferimento che avevo assunto.
Don Milani me lo ha fatto conoscere un mio amico prete, don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile di Milano. L'ho conosciuto in trattoria, dove mi chiese di fare un concertino in carcere per i ragazzi detenuti. Da quel momento sono diventato amico di don Gino. È stato lui a dirmi che la Chiesa non era solo lo Ior, il potere temporale ma anche don Milani e i preti come lui. Decisi allora di andare in libreria a comprare un libro per conoscere don Lorenzo.
Di Don Milani mi colpiscono intanto le sue idee sulla scuola. Che un gruppo di studenti, ad esempio, deve procedere tutto insieme per cui il primo della classe deve aspettare l'ultimo, mettersi al suo servizio. Oppure l'idea che non si può bocciare un bambino. Io sono uno che è vissuto nel terrore della bocciatura e quando mi sono imbattuto nella proposta milaniana del non bocciare l'ho trovata rivoluzionaria, così fortemente educativa e fuori dagli schemi convenzionali che abbiamo ricevuto.
Mi piacciono molto le persone che, come don Milani, riescono a stare dentro un'istituzione rimanendo se stessi, in libertà. Don Milani mi ricorda san Francesco. Entrambi hanno vissuto dentro la Chiesa e hanno cercato di cambiarla dall'interno perché è solo stando dentro le istituzioni che possiamo trasformarle, dal di fuori non si cambia niente. Da san Francesco in poi mi hanno sempre fortemente emozionato i personaggi che hanno vissuto liberi dentro un'istituzione e hanno pagato il prezzo della loro libertà. Questo è il senso vero del servizio: cambiare le istituzioni dentro le quali le persone si riconoscono e non uscirne fuori per screditarle perché questo può produrre una gratificazione personale ma alla fine risulta sterile.
Don Milani nasce ricco e quindi poteva essere un ribelle al di fuori delle istituzioni e delle divise. E invece lui che cosa fa? Indossa una divisa, la tonaca di prete ed entra a far parte di un'istituzione forte come la Chiesa. Una volta prete non si adeguò, rimase libero dentro l'istituzione, con la quale si scontrò e pagò con l'esilio a Barbiana la sua autonomia di pensiero, la sua grande libertà interiore. Ma questo atteggiamento gli consentì di servire meglio gli uomini.

LECTIO DIVINA

Domenica 15 Luglio 2018 - XV T.O. / B
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Am 7,12-15; Sal 84; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13

Dio da sempre ha preparato l’umanità ad accogliere la salvezza portata da Cristo. Per questo ha chiamato alcuni uomini perché fossero messaggeri in mezzo agli uomini. Profeti liberi dagli intrighi del potere e pronti ad obbedire alla Parola per il bene dei loro fratelli. Gesù chiama i discepoli a due a due, in una relazione comunitaria, perché attingendo dalla comunione con Lui facciano conoscere a tutti gli uomini la via dell’amore e smascherare l’inganno del male.
Anche a noi è donato lo Spirito Santo, affidata una missione e questo annuncio evangelico sarà tanto più efficace quanto più assumeremo lo stesso stile di urgenza, sobrietà, disinteresse e comunione che hanno i profeti di ogni tempo.

Testo e commento alle letture

Dal libro del Profeta Amos (Am 7,12-15)

In quei giorni, Amasìa disse ad Amos: «Vattene, veggente, ritirati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno». Amos rispose ad Amasìa e disse: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro. Il Signore mi prese,mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va', profetizza al mio popolo Israele ».

Il passo biografico del libro del profeta Amos rivela la sua vera vocazione davanti ad una religione di Stato che lo accusa di essere profeta per professione e lo scaccia perché il suo giudizio è contro la politica del paese e perché non è stato autorizzato a profetizzare dalle legittime istituzioni del tempo. Amos dichiara di essere stato scelto da Dio al di là della sua preparazione e delle sue origini. Era un pastore di bestiame ma Dio lo sceglie a compiere una missione importante: “Va', profetizza al mio popolo Israele” (v.15). Amos si mette così a servizio della parola divina. La voce dei profeti è forte perché portatrice della volontà di Dio. Amos, anche se sarà espulso, avrà comunque portato a termine la missione affidatagli da Dio.
Quante volte abbiamo ignorato e rifiutato la voce di Dio attraverso la voce dei nostri fratelli che annunciano la verità, la giustizia, l’amore? Eppure Dio continua a parlare a ciascuno di noi e ci invita a diventare noi stessi annunciatori del suo regno d’amore nella nostra ferialità. Proviamo ad ‘uscire’ della nostre abitudini per compiere la nostra missione.

Dalla lettera di San paolo apostolo agli Efesini (Ef 1, 3-14)

Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d'intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. In lui siamo anche stati fatti eredi, essendo stati predestinati secondo il proposito di colui che compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà, per essere a lode della sua gloria; noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria.

Nella lettera di San Paolo apostolo agli Efesini, ritroviamo l’origine della nostra vita cioè che Dio ci ha scelti “prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui” (v.4). Abbiamo anche la certezza di essere stati chiamati a condividere il dono dello Spirito Santo. Siamo stati creati per amare ad immagine di Dio, per essere figli che vivono la volontà del Padre cioè che hanno come missione di portare l’amore nel mondo. Nel nostro cammino abbiamo lo Spirito Santo come guida, la voce buona dentro di noi, e che ci viene anche comunicata dal Magistero della Chiesa. Docili alle ispirazioni dello Spirito e obbedienti alla Chiesa che è Madre siamo chiamati ad essere collaboratori e costruttori di amore e di pace nella società e nel nostro semplice quotidiano.

Testo e commento al Vangelo

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 6, 7-13)

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Il Vangelo di questa domenica ci mostra il modello di una comunità missionaria. Gesù fa partecipi gli apostoli della sua predicazione del Regno che comporta una certa urgenza e sobrietà, un impegno totale e una tensione continua. Egli dona loro il potere di compiere gli stessi prodigi che lui ha compiuto: predicare la conversione, guarire i malati, scacciare i demoni. Questa missione dei dodici è proprio una continuazione della missione di Gesù e la condivisione del suo stesso destino di incomprensione e di rifiuto sarà proprio il sigillo di questa chiamata.
La liturgia ci fà comprendere in profondità quanto sia potente la Parola e quali sono le qualità di chi è chiamato ad annunciarla: libertà, fedeltà, abbandono, radicalità, urgenza.
Gesù poi li manda “a due a due” perché la proclamazione del Regno non è un fatto personale e individualista ma ha una dimensione comunitaria. Il numero due rappresenta l’importanza della relazione, il bisogno di ogni uomo di vivere la reciprocità, la comunione e testimoniare così in modo coerente la carità.
Quanta gioia c’è nel sapere che apparteniamo a Dio. Anche noi come i discepoli abbiamo ricevuto il potere di amare, di servire, di donare misericordia su ogni situazione, evento, su ogni fratello e testimoniare l’amore di Cristo che guarisce, serve, perdona, solleva, conforta.

Commento patristico

“Non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada”(Lc10,4). Il predicatore deve avere tanta fiducia in Dio da essere sicuro che, pur non preoccupandosi della vita presente, nulla certamente gli verrà a mancare; e questo perché i suoi pensieri rivolgendosi alle cose materiali, non trascurino di provvedere agli altri le realtà eterne.
(Dalle Omelie sul vangelo di San Gregorio Magno, papa)

Commento Francescano

Nell’Anonimo perugino vediamo la figura di San Francesco come “profeta e uomo di Dio”, si lascia guidare dall’azione dello Spirito Santo ed esorta i frati a vivere secondo la vocazione ricevuta da Dio. San Francesco è chiamato il fratello di tutti perché ha saputo rendersi piccolo e vicino ad ogni uomo nella fede. Esorta anche a noi ad attirare con la parola e l’esempio ogni uomo in modo che possa ritornare sulla vera via di Dio, unica salvezza:

San Francesco, ormai pieno di grazia dello Spirito Santo, preannunciò quanto sarebbe avvenuto ai suoi amici. E chiamati a sé questi sei frati che aveva, nella selva che circondava la Chiesa di Santa Maria della Porziuncola (andavano di frequente a pregare in quella chiesa), disse loro: “Carissimi fratelli, consideriamo la nostra vocazione: Dio misericordioso non ci ha chiamato solo per noi stessi, ma anche per l'utilità e la salvezza di molti. Andiamo dunque per il mondo, esortando e ammaestrando uomini e donne con la parola e con l'esempio, affinché facciano penitenza dei loro peccati e si ricordino dei comandamenti del Signore, che da lungo tempo hanno gettato in dimenticanza (FF1508).

Orazione finale

Donaci, o Padre, 
di non avere nulla di più caro del tuo Figlio, 
che rivela al mondo il mistero del tuo amore 
e la vera dignità dell’uomo; 
colmaci del tuo Spirito, 
perché lo annunziamo ai fratelli 
con la fede e con le opere. 
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
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