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NEWSLETTER n° 41 - 26 aprile 2018


  • LA NOSTRA VITA VARRA' QUELLO CHE VARRA' LA NOSTRA ORAZIONE
  • LECTIO DIVINA - 29 Aprile 2018 - V Domenica di Pasqua /B
  • 9 Maggio 2018: IV centenario della fondazione del nostro Monastero e Professione semplice di sr. Irene Abis

“La nostra vita varrà quello che varrà la nostra orazione”

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Nell’orazione, l’anima si purifica dal peccato, la carità si nutre, la fede si radica, la speranza si fortifica, lo spirito giubila, l’anima si strugge di tenerezza, il cuore si depura, la verità si palesa, la tentazione è vinta, la tristezza fugge, i sensi si rinnovano, la tiepidezza scompare, la ruggine dei vizi è consumata; da questo scambio nascono anche vive scintille, desideri ardenti del cielo, e fra queste scintille arde la fiamma del divino amore (san Pietro di Alcántara).

L’INTIMITÀ DELLA PREGHIERA
Per la pedagogia della santità c’è bisogno di un cristianesimo che si distingua innanzitutto nell’arte della preghiera. È necessario imparare a pregare, quasi apprendendo sempre nuovamente quest’arte dalle labbra stesse del Maestro divino, come i primi discepoli: "Signore, insegnaci a pregare!" (Lc 11,1). Nella preghiera si sviluppa quel dialogo con Cristo che ci rende suoi intimi: "Rimanete in me e io in voi" (Gv 15,4). Questa reciprocità è la sostanza stessa, l’anima della vita cristiana ed è condizione di ogni autentica vita pastorale. Realizzata in noi dallo Spirito Santo, essa ci apre, attraverso Cristo ed in Cristo, alla contemplazione del volto del Padre. Imparare questa logica trinitaria della preghiera cristiana, vivendola pienamente innanzitutto nella liturgia, culmine e fonte della vita ecclesiale, ma anche nell’esperienza personale, è il segreto di un cristianesimo veramente vitale, che non ha motivo di temere il futuro, perché continuamente torna alle sorgenti e in esse si rigenera.
Ci si sbaglierebbe a pensare che i comuni cristiani si possano accontentare di una preghiera superficiale, incapace di riempire la loro vita. Specie di fronte alle numerose prove che il mondo d’oggi pone alla fede, essi sarebbero non solo cristiani mediocri, ma ‘cristiani a rischio’. Correrebbero, infatti, il rischio insidioso di veder progressivamente indebolita la loro fede, e magari finirebbero per cedere al fascino di ‘surrogati’, accogliendo proposte religiose alternative e indulgendo persino alle forme stravaganti della superstizione.
Carissimi fratelli, le nostre comunità cristiane devono diventare autentiche ‘scuole di preghiera’, dove l’incontro con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero ‘invaghimento’ del cuore. Una preghiera intensa, dunque, che tuttavia non distoglie dall’impegno nella storia: aprendo il cuore all’amore di Dio, lo apre anche all’amore dei fratelli, e rende capaci di costruire la storia secondo il disegno di Dio (San Giovanni Paolo II).

FEDELE ALL’ORAZIONE
Voglio essere fedele, molto fedele all’orazione ogni giorno, malgrado le aridità, le noie, i disgusti che potrei avere… Nei giorni di turbamento e di grandi tormenti, mi dirò: Dio lo vuole, la mia vocazione lo vuole, questo mi basta! Farò l’orazione, resterò tutto il tempo che mi è stato prescritto nell’orazione, farò meglio che potrò la mia orazione e quando sarà giunta l’ora di ritirarmi oserò dire a Dio: mio Dio, non ho pregato molto, non ho lavorato molto, non ho fatto molto, ma ti ho obbedito. Ho sofferto molto, ma ti ho mostrato che ti amavo e che volevo amarti (Marthe Robin).

CHI PREGA TROVA L’UNITÀ DELLA VITA
Colui che non prega, in modo sottile ma certo, metterà il suo ‘ego’ al centro della sua vita, e non la persona viva di Dio. Sarà disperso dalla moltitudine dei desideri, delle sollecitazioni e delle paure. Invece colui che prega, anche se dovrà affrontare la pesantezza dell’ego, le forze di ripiegamento su di sé e di egoismo che ci abitano tutti, sarà in movimento di decentramento da se stesso e di ricentramento su Dio che permette a poco a poco a quest’ultimo di prendere (o di riprendere) il suo giusto posto nella sua vita: il primo. Troverà così l’unità e la coerenza della sua vita. "Chi non raccoglie con me disperde", dice Gesù (Lc 11,23). Quando Dio è al centro, tutto trova il suo giusto posto (Jacques Philippe).

LECTIO DIVINA

29 Aprile 2018 - V Domenica di Pasqua / B
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At 9, 26-31; Sal 21/22,26-28.30-32; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

La liturgia della V Domenica di Pasqua sottolinea la necessità di “rimanere” in Gesù, con un legame che non può essere ‘condizionato’ dai nostri stati d’animo ma dalla consapevolezza di essere uniti a Cristo come la vite e i suoi tralci.La vite e i tralci sono una stessa pianta, hanno una stessa linfa e producono lo stesso frutto pur avendo funzioni diverse tra loro. Sentirsi tralcio unito alla vite significa appartenere ad un unico corpo mistico di Cristo che è la Chiesa.

Commento alle letture

Nella prima lettura (At 9,26-31) troviamo la figura di Paolo che con difficoltà è accettato dalla primitiva comunità degli apostoli. Paolo era temuto in quanto da persecutoreera divenuto discepolodella chiesa di Dio ed era difficile credere al cambiamento del suo cuore. Barnaba lo conduce allora dagli apostoli riuniti a Gerusalemme a cui ‘spiega’ la sua conversione e questo legittimerà anche la sua predicazione successiva.
L’esperienza umana e di fede di Paolo ci è di incoraggiamento perché anche se lontani e peccatori, siamo amati da Dio e possiamo sempre convertircie testimoniare con il nostro operare la verità del Vangelo.

Nella seconda lettura (1GV 3,18-24), l’evangelista Giovanni ci invita a concretizzare e a rendere visibile questo “rimanere” in Gesù testimoniando nelle opere l’amore di Cristo: “non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (v 18). La fede e la carità si esprimono nell’amore donato e vissuto nella sincerità e nella concretezza della vita. Se “ci amiamo gli uni gli altri” (v 23) si compie il presupposto necessario perché si realizzi la vita di Dio in noi e si formi la comunità dei credenti.

Commento al Vangelo

Nel Vangelo di Giovanni (15,1-8) troviamo l’affermazione di Gesù: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto” (v 5). SanGiovanni evidenzia il “rimanere” cioè l’unione e la relazione profonda del Figlio con il Padre e del Figlio con ogni uomo e usa la metafora della vite e i tralci. Come il tralcio se si distacca dalla vite si dissecca e muore, così è l’uomo quando si allontana da Dio, pensa di vivere bene ma in realtà vive una vita sterile.Scrive un maestro spirituale “L’azione vera nasce da un cuore che conosce e ama il Signore; se non lo si conosce, si sbaglia nel fare il bene, se non lo si ama, manca la forza per farlo” (Hallemant).
Possiamo essere discepoli di Gesù come battezzati, come consacrati ma solo a parole se non viviamo e pratichiamo la sua Parola. Non portiamo frutto ogni volta che agiamo per i nostri interessi e non per il bene altrui, ogni volta che non gioiamo per i beni che Dio opera nell’altro. Questo accade quando l’io vuole primeggiare, facendo diminuire l’Amore di Dio in noi. Si può con Gesù cambiare mentalità e cuore, uscire dai propri schemi, ‘rinunciare’ per Amore.
Ci sostiene la preghiera e la liturgia domenicale. La liturgia di questa domenica ci ricorda che questo “rimanere” in Gesù è un cammino spirituale che è sempre un percorso e una crescita; convivono in noi capacità di dono ed egoismi. Occorre allora conservare nel cuore gli insegnamenti che riceviamo nella S. Messadove veniamo vivificati, rafforzati dallo Spirito ascoltando la Parola e ricevendo l’Eucaristia. Attingiamo allora dalla Chiesa, nuova vigna, nuova comunità che ha a capo Gesù, la capacità di “rimanere” nell’Amore, in Gesù e nel Padre.

Commento patristico

«Il Signore dice di se stesso di essere la ‘vite’, volendo mostrare la necessità che noi siamo radicati nel suo amore, è il vantaggio che a noi proviene dall’essere uniti a Cristo. Coloro che sono uniti a Lui, ed in un certo qual modo incorporati ed innestati, li paragona ai tralci. Siamo uniti a Cristo mediante lo Spirito Santoche ci rende partecipi della natura di Gesù. Siamo in Lui attraverso la fede, infatti san Paolo dice: “Chi si unisce al Signore forma con Lui un solo Spirito”» (Dal “Commento sul Vangelo di Giovanni”, san Cirillo d’Alessandria, vescovo).

Commento francescano

Santa Chiara esortava le sue figlie a non spegnere mai lo spirito di orazionee di devozione, questo era un modo di rimanere, di dimorare in Dio ogni giorno pur svolgendo varie faccende quotidiane. Ciò Chiara indicava, come se ogni azione o gesto compiuto nella normalità della vita scaturisse dalla preghiera, come se fossero frutto di un’orazione assidua e vissuta nella concretezza della vita. Santa Chiara desiderava essere sempre in unione col Padre, ciò lo augurava anche alle sue figlie-sorelle; infatti, nella sua Benedizione leggiamo: “Il Signore sia sempre con voi, ed ora voi siate sempre con Lui” ( FF 2858).

Orazione finale

Insegnaci Signore a non distanziarci mai da te, soprattutto nelle prove e nelle sofferenze della vita; fa che rimaniamo uniti a te come il tralcio alla vite per portare frutti di gioia, di carità, di amore e di speranza ai fratelli che incontriamo sul nostro cammino. Così sia


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