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NEWSLETTER n° 30 - 7 febbraio 2018

  • LA PAURA DI AMARE - Jean Vanier
  • LECTIO DIVINA - 11 Febbraio 2018 - VI Domenica T.O. / B
  • LECTIO DIVINA - 14 Febbraio 2018 - MERCOLEDÌ DELLE CENERI
  • LOCANDINA - Incontro di preghiera dell'11 febbraio 2018

LA PAURA DI AMARE

Jean Vanier
Jean Vanier

La spiritualità attorno alla quale si è costituita l’esperienza dell’Arca, di condivisione di vita con le persone con disabilità mentale, nasce dalla scoperta della fragilità di ciascuno; perchè siamo tutti fragili e feriti, anche se non siamo disabili. Dalla fragilità nascono le nostre paure. E dalle paure, la resistenza all’altro. Jean Vanier ci conduce alla scoperta della possibilità di amare nonostante le nostre paure, e alla rivelazione che nel Vangelo stesso e nella vita secondo lo Spirito ci sono le tracce per la vittoria su ogni male che rischia di abbattere i nostri giorni: sono le tracce della croce di Gesù, luogo di luce inesauribile, in cui sono vinte le nostre tenebre e ci è data l’occasione di superare la paura di amare.
“Sono stato per otto anni nella marina da guerra. Sono stato educato all’efficienza e a una certa concezione dell’autorità. Gesù mi ha condotto a vivere con il povero e con il debole: non sempre è facile. Noi siamo sempre tentati dal grandioso, dall’eroico. Talvolta faccio fatica a stabilire ciò che per me è prioritario e mi capita anche di essere tentato ad abbandonare questa vita di tutti i giorni con tutto ciò che essa implica di ordinario e di insignificante”.
Uno dei grandi problemi dell’Arca è allora come agire quando una relazione non è gratificante, quando in apparenza essa non è sorgente di vita ma, al contrario, rivela in noi stessi un mondo di paure, di difese, di rifiuto. Questa rivelazione è talmente dolorosa, che o fuggo la relazione, o accetto di continuarla, ma con l’aiuto di Dio e degli altri. Io non posso continuare, se non riconosco che, tra me e l’altro, Dio ha stabilito un’alleanza. Egli ha creato dei legami profondi tra noi: noi siamo responsabili l’uno dell’altro.
La luce di Dio non è presente soltanto nella bellezza dell’universo e negli atti generosi; la luce di Dio è presente anche, e oserei dire soprattutto, nella sofferenza umana: i volti sfigurati, i corpi deformati, i cuori feriti, gli psichismi sconvolti. È presente non soltanto nei monasteri, ma anche nelle prigioni, negli asili, nelle bidonvilles, nei campi dei rifugiati, in tutti i luoghi di sofferenza, di oppressione, e di disperazione. Questa discesa non può essere vissuta che con Gesù e in Gesù, altrimenti rischia di diventare depressione o rivolta.
Per accogliere ciascuno nella sua diversità, con le sue ricchezze e difficoltà, abbiamo bisogno del dono dello Spirito Santo. Allora, attraverso la nostra accoglienza, il nostro amore docile e umile, l’unità cresce. Noi ci amiamo non con un amore “naturale”, “spontaneo”, ma con un amore che è dono di Dio. “Colui che ama è nato da Dio e conosce Dio” (cfr. 1Gv 4,7).

LECTIO DIVINA

11 Febbraio 2018 - VI Domenica T.O. / B

LEBBROSO

Lv 13,1-2.45-46; Sal 31; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45



La liturgia di questa domenica, con la guarigione da parte di Gesù del lebbroso, ci dice che anche noi possiamo essere guariti da Gesù, guariti dal nostro peccato per abbattere tutte quelle barriere erette dai nostri egoismi, dal nostro sentirci superiori agli altri, in modo da fare dell'umanità una vera comunità di fratelli, tutti figli dell'unico Padre.

Commento alle Letture

La prima lettura, tratta dal libro del Levitico, ci descrive l’atteggiamento che doveva assumere il popolo di fronte ad un contagio di lebbra, e come la persona contagiata doveva essere allontanata dalla vita sociale. Il lebbroso era abbandonato a sé stesso, destinato ad una lenta morte, infamato in quanto ritenuto per via della malattia un peccatore, che meritava quella malattia e l’allontanamento dal popolo. Nella legge mosaica, la lebbra era vista come simbolo del peccato.
Il peccato, se non viene guarito subito, produce in noi, naturalmente sul piano spirituale, gli stessi effetti della lebbra; ci logora a poco a poco, fino a farci morire, soli ed auto-esclusi dal “popolo”.

Nella seconda lettura, San Paolo educa la comunità dei Corinzi ad una vita comunitaria in grado di rimuovere ogni esclusione, ogni giudizio sul peccato dell’altro, cercando di vigilare affinché nella comunità non ci siano divisioni, non ci siano scandali comportamentali, e li aiuta attraverso i consigli pratici.
Chiude la lunga sezione dedicata alle carni sacrificate agli idoli, con un’esortazione in cui propone un orientamento generale valido in tutti i campi in cui il credente si trova ad operare: «Fate tutto per la gloria di Dio» (v. 31). Ciascuno deve porsi come meta non l’affermazione delle proprie idee e la prassi che ne deriva, ma la gloria di Dio, cioè l’attuazione della Sua volontà che consiste nella ricerca del bene comune.

Commento al Vangelo

Il brano del Vangelo di oggi narra l’incontro di Gesù con il lebbroso. Il lebbroso, l’immondo, il castigato, l’intoccabile diventa fonte di stupore e di Vangelo. E’ l’unico caso nel vangelo di Marco in cui un ammalato si presenta da solo. Il lebbroso, prende l’iniziativa proibita, si reca da Gesù, ha fiducia in Lui perché non gli grida ‘impuro’ e lo supplica in ginocchio: “Se vuoi puoi purificarmi” (v.40). Quante esperienze o situazioni della nostra vita ci fanno sentire o ci isolano dagli altri!
Gesù si commuove, sente il suo patire, la sua esclusione e poi, andando contro le stesse prescrizioni della legge, lo tocca e con un semplice comando lo guarisce: “Lo voglio, sii purificato” (v.41). Gesù tocca il lebbroso, sapendo che per la legge mosaica toccare un lebbroso è diventare impuro. Per Lui l’uomo vale più di questa legge. Con un gesto, un tocco, che purifica, il Signore porta a compimento la legge antica mediante la nuova legge dell’amore e della libertà. Con questa guarigione Gesù rivela il vero volto di Dio. Non è un Dio che condanna, ma il Dio che fa grazia, che guarisce la vita. Questo miracolo di Gesù è un atto di risurrezione, ha un significato profetico, cioè di prefigurare quella restaurazione della persona umana che Gesù risolleva da tutte le malattie, da tutte le piaghe da cui può essere colpita, in modo particolare risana l'uomo dalla più grave, quella del peccato. Sì, perché la guarigione del lebbroso ha soprattutto un significato spirituale. Risanando il lebbroso, e quindi reintegrandolo completamente nella vita della comunità, Gesù prendeva posizione contro quel peccato nel quale, per ragioni che sembravano giustificate dalla legge, cioè quello dell'emarginazione, dello stato di abbandono in cui lasciava la persona colpita dalla “lebbra.”
Ma anche noi, oggi, potremmo cadere nello stesso atteggiamento di discriminare le persone in base a come la pensano, alla razza, alla cultura, alla tradizione, alla religione, alla condizione sociale, a livello intellettuale, alle capacità organizzative, alla malattia, all'handicap, etc. Gesù è venuto a chiamare anche noi, come ha fatto lui nella società del suo tempo, ad abbattere tutti quegli steccati e tutte quelle barriere che possono essere state erette dai nostri egoismi, dal nostro sentirci superiori agli altri, in modo da fare dell'umanità una vera comunità di fratelli, tutti figli dell'unico Padre.

Commento francescano

Verrebbe quasi spontaneo inserire l’esperienza di Francesco con il lebbroso, ma noi vogliamo tenerlo solo in filigrana e meditare e cogliere quanto questo incontro ha inciso nella sua vita. Infatti Francesco così scrive ad un ministro: “E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti comporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdonoE tutti i frati, che fossero a conoscenza del peccato di lui, non gli facciano vergogna né dicano male di lui, ma ne abbiano grande misericordia e tengano assai segreto il peccato del loro fratello, perché non i sani hanno bisogno del medico, ma i malati (Mt 9,12). E sempre per obbedienza siamo tenuti a mandarlo con un compagno dal suo custode” (FF 235ss).
Francesco ci insegna a non scandalizzarci del peccato, a non identificare il fratello con il suo peccato, a custodire il fratello; ma soprattutto ci insegna a non lasciarlo solo.

Preghiera finale

Signore Gesù, fa che nessuna avversità ci paralizzi! Fa che nessun peccato nostro o di altri ci allontani dalla comunità. Aiutaci a non avere paura del mondo, né del futuro, né della nostra debolezza.
Tu che ci hai concesso di vivere in questo momento della storia, fa che grazie alla nostra fede continui a risuonare il Tuo nome in tutta la terra. Amen.

LECTIO DIVINA

14 Febbraio 2018 - MERCOLEDÌ DELLE CENERI

Ceneri.
Gl 2,12-18; Sal 50; 2 Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18

Esporsi al fuoco dell’amore di Dio riduce in cenere tutto ciò che in noi non ha consistenza: l’oro messo nel fuoco del crogiuolo (Sap 3,6) si affina e perde ogni miscela per diventare puro. La superficialità, la menzogna, le manipolazioni, il potere e il denaro, le pretese di dominio sulla realtà… tutto si riduce, più o meno lentamente, ad un mucchietto di polvere. Per questo la cenere è simbolo della fragilità dell’uomo, della facilità con la quale egli volta le spalle a Dio cancellandolo dal proprio orizzonte. L’uomo biblico, pentito, si cosparge il capo di cenere: “Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi” (Sal 50, 5): è il gesto di chi si ri-volge, si volge di nuovo alla misericordia del suo Signore.

Commento alle letture

Nel libro di Gioele (che significa Yahwè è Dio) un popolo intero, quello ebraico, messo in ginocchio da un’invasione di cavallette e dalla siccità, viene invitato dal profeta a riunirsi per ri-volgersi a Dio attraverso la mediazione dei sacerdoti. Quanti di noi, oggi, stretti nelle maglie della “crisi” - personale, famigliare, economica, internazionale - si ri-volgono a Dio, riscoprono la Sua presenza attraverso la Messa e i sacramenti, vedono in un’autentica vita di fede il rimedio primario ai terremoti della vita? Quanti pensano di stringersi attorno alla Chiesa, di “fare Chiesa” cioè comunità raccolta intorno al suo Signore, anziché chiudersi in un’amara solitudine?

Dio ci dice, per bocca dell’apostolo Paolo: «Al momento favorevole ti ho esaudito
e nel giorno della salvezza ti ho soccorso». Ed esorta: “Lasciatevi riconciliare con Dio” che significa “lasciatevi richiamare insieme”. Nel mondo latino il verbo re-cum-calare indicava l’opera di restauro dei mosaici: le tessere mancanti o danneggiate venivano sostituite con altre nuove, che rendevano il mosaico più bello di quanto fosse in precedenza. La nostra bellezza rinnovata si è realizzata pienamente nella morte e risurrezione del Figlio di Dio.

Commento al Vangelo

La misericordia divina è sempre on line, i disconnessi siamo noi: la bellezza della nostra fede è nella fedeltà perpetua di Dio alle sue creature, fedeltà di ascolto e di amore. Per questo la Quaresima ritorna ogni anno come tempo per riconciliarsi con Lui, per ridurre in cenere anche un solo grammo dei nostri peccati.
Le tre vie sulle quali Egli ci attende sempre sono l’elemosina, la preghiera e il digiuno. La prima ci abitua a vivere sapendo che tutto ciò che abbiamo proviene, in definitiva, da Lui e va perciò condiviso, ridistribuito a chi è nel bisogno; la seconda è il dialogo con Lui; il terzo aiuta il nostro “io” a spogliarsi di una dipendenza spesso eccessiva da ciò che è materiale (cibo, TV, Internet, fumo, alcol, sesso…), a liberare le sorgenti profonde del nostro cuore.
Più vivo sotto il Suo sguardo meno ricerco l’ammirazione degli altri uomini, meno sono proiettato verso l’esterno come l’attore sul palcoscenico (in greco hypokritēs). L’ipocrita finge, per definizione, “virtù, buone qualità, buoni sentimenti che non ha sempre al fine di ingannare altri, o di guadagnarsene il favore” (cfr. treccani.it). Si può correre, però, anche il rischio contrario, quello di non mostrare le proprie convinzioni, le proprie buone qualità per timore di essere derisi, esclusi, criticati, perseguitati.
Le tre vie che la Quaresima ci invita a percorrere ci rendono più autentici, meno divisi fra ciò che siamo nell’intimo e ciò che si manifesta all’esterno: per chi muove i primi passi su queste strade l’inizio sarà forse in salita, fatto di aridità, di amarezza per la privazione di piaceri e averi anche legittimi. Se si persevera, chiedendo sostegno a Lui, questo stile di vita diventa pian piano gustoso, indispensabile per i frutti di cambiamento e di gioia che produce.

Commento francescano

Chiara confidava nel suo Signore e amava la città di Assisi, alla quale era grata per i molti beni da essa ricevuti: per lei non c’era separazione fra fede e vita politica, civile, economica. Durante l’assedio dei saraceni alla città di Assisi, Santa Chiara, “confidandose della potenzia de Dio, fece chiamare tutte le sore e fecese portare de la cenere, e con essa coperse tutto lo capo suo… E poi essa medesima pose la cenere sopra li capi de tutte le sore, e comandò loro che tutte andassero alla orazione, ad ciò che lo Signore Dio liberasse la città” (Processo di canonizzazione, FF 2985). L’assedio fu tolto la notte seguente.

Preghiera finale

Dio di misericordia, fedele e paziente nell’amore, rendici autentici e integri: accompagnaci in questo tempo di riscoperta del rapporto con Te nella preghiera, con noi stessi nel digiuno e con chi incontriamo attraverso l’elemosina. Per Cristo nostro Signore. Amen.

INCONTRO DI PREGHIERA MENSILE NELLA CHIESA DEL MONASTERO

Manifesto 11 Febbraio 2018
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