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NEWSLETTER n° 55 - 7 agosto 2018

  • IL SILENZIO -Vittorio Luigi Castellazzi
  • LECTIO DIVINA - Sabato 11 Agosto 2018 - Solennità di S. Chiara d'Assisi

IL SILENZIO

silenzio
Oggi è difficile sperimentare il silenzio. In un mondo come il nostro, il bombardamento acustico-visivo minaccia non solo la salute fisica, ma lo stesso equilibrio psichico. Compromette non solo l'udito, ma la stessa consapevolezza del proprio Sé. E' causa sia di ipertensione, di stress, di disturbi cardiaci che dell'aumento dell'aggressività e della perdita della capacità di riflettere.

Nella nostra società consumistica è forte l'interesse a che la massa non pensi e soprattutto non prenda coscienza del proprio mondo interiore. In tal modo è più facilmente manipolabile e uniformabile al pensiero unico. Gunther Anders scrive che soltanto quando abbiamo chiuso la porta dentro di noi, il "fuori" diventa visibile. Solo così si può coltivare una visione critica della realtà che ci circonda.



LECTIO DIVINA

Sabato 11 Agosto 2018 - Solennità di S. Chiara d'Assisi
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L’amore non può aspettare. Chiara, amante e imitatrice del 'Cristo povero e crocifisso' ha saputo tradurre questo sua passione per Dio e per l'uomo seguendo l'esempio donatole da Francesco. Lasciandosi 'sedurre' dall'amore per Gesù "il più bello tra i figli dell'uomo", si è lasciata condurre nel deserto permettendo al Signore di parlare al suo cuore e, fatta portatrice di "Colui che i cieli non possono contenere", come un vaso di creta, si è fatta luogo di accoglienza in cui il Figlio di Dio potesse prendere dimora.



Testo e commento alle letture

Dal libro del profeta Osea (2,16-17.21-22)

"Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.
Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto.
Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto,
nella benevolenza e nell'amore,ti fidanzerò con me nella fedeltàe tu conoscerai il Signore".

“Ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”. Sedurrò: il Signore per bocca del profeta Osea si presenta come un folle innamorato della sua creatura. Attraverso la visione sponsale, vuole condurci a ‘fare memoria’ dell’amore che ha dato origine al nostro esistere e alla nostra relazione d’amore con Lui. Il Signore, benché abbandonato e tradito da Israele, sposa infedele, non ha cessato di amarla e vuole la riconciliazione.
Per questo l’attirerà nel deserto, per far risuonare nel cuore del popolo (e quindi ci ciascuno di noi!) l’appello a fare memoria della storia d’amore che aveva caratterizzato l’inizio del cammino: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore” (Dt 8,2).

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (4,6-10.16-18)

E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo.
Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo.
Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d'un momento, quelle invisibili sono eterne.

La seconda lettura è un forte appello ad avere ‘coscienza’ di essere deboli, vulnerabili e peccatori; che non possiamo salvarci da soli e che solo la potenza di Dio salva. Questo tesoro di Cristo, lo abbiamo nella nostra fragilità: noi siamo creta. Paolo, infatti, ritorna a parlare del ministero apostolico affidatogli per rivelazione da Gesù, accompagnato costantemente dalla fragilità. Perché è la potenza di Dio, la forza di Dio che salva, che guarisce, che mette in piedi!
Il Signore, artefice di ogni chiamata, affida alla nostra debolezza il suo ‘tesoro’; e questa ‘caducità’ funge da ‘vaso di creta’ nel quale il Signore ama versare copiosamente i suoi doni, “perché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio e non viene da noi”.
Il Dio, vicino alla nostra debolezza, è ben presentato da Paolo quando parla di tribolazioni, persecuzioni e oppressioni che però non fanno venir meno la fiducia nella fedeltà di Dio e la certezza che, anche se deboli, siamo ‘creta nelle sue mani’ che il Signore userà per manifestare la sua gloria.

Testo e commento al Vangelo

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,4-10)

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.

Il compimento della fedeltà di Dio è giunto a pienezza nella persona di Gesù. Egli, ‘vite rigogliosa’ che porta molto frutto, esorta ogni discepolo che lo segue, ad essere ‘tralcio fecondo’ rimanendo unito a Lui.
Dice infatti: “Rimanete in me” (15,4). Rimanere in lui è condizione necessaria affinché ogni nostro gesto sia ‘riflesso’ del nostro dimorare nel suo amore. Ma, in concreto, che cosa vuol dire "rimanere" in Gesù? Egli ci supplica di essere uniti a lui come i tralci lo sono alla vite. Questo avverrà se accogliamo e riconosciamo l’amore incondizionato che lui ha per noi conducendoci così a vivere l’amore per i fratelli. Amare Gesù e fare la sua volontà è un atto di libertà nostra nel quale nessuno si può sostituire, neppure Dio. È per questo che separarsi da lui, come dice Gesù, è correre il rischio del tralcio che viene reciso e gettato nel fuoco perché infecondo.

Commento patristico

Come sai di avere in comune coi fiori la caducità, così condividi con le viti la gioia. Da esse, infatti si ricava il vino, che rallegra il cuore dell’uomo.
Magari, o uomo, tu sapessi imitare un tale esempio, sì da far frutti di gioia e di amabilità!
In te è la soavità della grazia, da te sgorga, in te resta è nel tuo intimo, in te stesso devi ricercare la tranquillità di coscienza.
Simili alla vite sono i membri della Chiesa, che si piantano con la radice della fede, e si contengono con le propaggini dell’umiltà, della quale bene dice il Profeta: “Hai trasportato la vigna dall’Egitto, hai piantato le sue radici e se ne riempì la terra; la sua ombra ha ricoperto i monti e i suoi filari i cedri di Dio” (sal 79,9-12).
L’amore ci allaccia alle realtà supreme, ci introduce nel cielo. Se uno ama, Dio resta in lui. Perciò il signore ha detto: “Rimanete in me, e io rimango in voi. Come il tralcio non può dar frutto se non rimane attaccato alla vite, così neppure voi, se non rimanete in me. Io sono la vite voi i tralci” (Sant’Ambrogio: Hexaemeron).

Commento francescano

Dalla lettera scritta dalle Sorelle Povere del Monastero di San Damiano dopo la morte di Chiara

"A tutte le suore dell'Ordine di S. Damiano che si trovano sparse in tutto il mondo, le suore che dimorano ad Assisi augurano salute.
Con il cuore affranto dal dolore ci accingiamo a presentarvi, con molte lagrime, una triste relazione che il sostegno della nostra fraternità non c'è più, colei che incarnava l'ideale della nostra vita religiosa ha terminato il suo cammino quaggiù.
Era assai bella, poteva aspirare a grandi ricchezze, proveniva da una nobile famiglia, ed ecco che invece della porpora nuziale si rivestì di una tunica povera; con una corda costituì la cintura delle nozze.
Meditate e contemplate, o sorelle, la fortezza d'animo in cui brillò la sua delicatezza femminile, l'energia inflessibile di cui ella diede prova.
Quale ascesi ha scelto! Con la pratica della modestia riuscì a domare l'impeto delle passioni tanto che i più violenti assalti delle tempeste non riuscivano a turbare nel suo cuore, la serenità della contemplazione.
In comunità sempre incoraggiava le nostre anime all'unione con Dio e ci confortava con parole serene. Si arrivava talvolta ad essere prive di tutto, senza indumenti, di essere affamate e non c'era cibo; lei se ne accorgeva, faceva tutto il possibile per noi e ci confortava con dolci esortazioni dicendo: "sopportate lietamente, sopportate con pazienza il giogo della povertà e il fardello dell'indigenza; se accetterete tutte queste sofferenze per amor di Dio, la vostra pazienza vi darà per ricompensa le delizie del paradiso e le ricchezze del premio eterno".
Ascoltate quale favore Dio le accordò negli ultimi istanti della sua vita: il Papa la venne a visitare al suo letto di morte , accompagnato dal collegio dei suoi fratelli Cardinali dando prova di una gentilezza ancor più cortese quando, dopo la morte di lei, seguì il corteo funebre e onorò della sua presenza la cerimonia dei funerali.
Ora che ci ha lasciati, il nostro cuore è oppresso da una tristezza umanamente comprensibile, ma facciamo di tutto per aprire le nostre anime alla lode di Dio e per intuire la sua danza di gioia davanti al Creatore”.

Orazione finale

Dio nostro Padre, il tuo sguardo sempre ci avvolge, accordaci di fissare, come Chiara, il nostro sguardo su di te perché ti riconosciamo presente negli eventi dei nostri giorni. Amen.
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