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NEWSLETTER n° 22 - 13 dicembre 2017

LECTIO DIVINA

17 dicembre 2017
III Domenica di Avvento / B
BA030
Is 61,1-2.10-11;Sal Lc 1,46-50.53-54;1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

Questa terza Domenica di Avvento è per tutti i cristiani la Domenica della gioia”, infatti l’antifona di ingresso della messa inizia con le parole dell’apostolo Paolo: “Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino”. L’invito di Paolo ci spinge ad attendere il Signore con la speranza, con la preghiera e con la vigilanza nel cuore.

Commento alle letture

La prima lettura è tratta da Isaia; il profeta ci consegna la sua esperienza più intima, che è quella dell'essere pervaso, abitato dallo Spirito del Signore Dio: “Lo Spirito del Signore è su di me”. Questa esperienza trasforma la sua identità, rendendolo proprietà del Signore, luogo dove Dio si manifesta: “Mi ha consacrato con l'unzione”. L'unzione è un rito antico con cui si consacrano o il re o il sommo sacerdote. Il profeta è scelto da Dio per portare il lieto annuncio ai poveri, per testimoniare che è finito il tempo della desolazione e dell’afflizione ed inizia un tempo di lode e di ringraziamento a Dio. Il vero profeta è colui che attira lo sguardo su ciò che Dio sta compiendo giorno dopo giorno, nella pazienza di chi sa che per far crescere tutte le cose ci vuole tempo.

Nella seconda lettura l'apostolo Paolo raccomanda di stare lieti, di pregare, di "vagliare tutte le cose" per scegliere solo le ‘buone’ per la vita dell'uomo ed essere pronti con lo spirito, la mente e il corpo ad accogliere il Signore che viene. Ciò che l'apostolo raccomandava allora è oggi valido anche per noi, infatti tutto il nostro essere deve essere libero dai condizionamenti per poter accettare la venuta del Cristo. Paolo rivolgendosi ai Tessalonicesi afferma: “Non spegnete lo spirito, non disprezzate le profezie”, è un invito da parte dell’apostolo a mantenere ‘attivo’ lo Spirito di Dio dentro di noi, con la preghiera e con le opere.

Commento al Vangelo

L’evangelista Giovanni, nel suo brano evangelico di questa terza Domenica di Avvento, ci parla di Giovanni Battista: non ne fa una biografia, ma ciò che gli interessa è la sua testimonianza resa a Gesù. Tutta l'identità del Battista è raccolta nel suo essere testimone, “inviato da Dio”. E' Dio che si rivela attraverso il testimone, raggiunge l'umanità e la illumina. Il testimone orienta verso la luce, non verso di sé.
Giovanni Battista dà la sua testimonianza durante un interrogatorio da parte di una delegazione di sacerdoti e leviti inviata da Gerusalemme. Sembra un processo con domande incalzanti: “Tu chi sei?”, “Cosa dici di te stesso?”, “Perché battezzi?”. Giovanni confessò di esserevoce’, la stessa “voce” di Isaia che gridava nel deserto per preparare le vie al Signore. Attraverso il Battista, la Parola di Dio si fa udire agli uomini. Oggi, anche noi dobbiamo essere ‘voce’ per far udire agli uomini del nostro tempo la Parola del Padre.
Giovanni annunzia il Verbo percorrendo la stessa via di Cristo vivendo in umiltà e afferma: “a Lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”. Non dice chi è, dice chi non è: “Io non sono il Cristo”, non incentra l'attenzione su se stesso ma indica l'Altro che deve venire.
Anche a me è rivolta la domanda “Tu chi sei”? Io non sono la creatura prestigiosa che vorrei essere né insignificante che temo di essere, non sono ciò che gli altri credono di me, né santo, né solo peccatore, né sono il mio ruolo e neanche ciò che appaio. Anche io sono voce, abitata e attraversata da parole più alte di me, strumento di Qualcuno che viene prima di me e che sarà dopo di me. Io sono voce e solo Dio è la Parola. Prepariamo i nostri cuori ad accogliere la Vita che viene ogni giorno nella nostra storia e nei nostri fratelli.

Commento Francescano

Dalla Leggenda Maggiore di san Bonaventura ( FF 1020 ) leggiamo: “Sul beato Francesco, poverello e contrito di cuore, Dio posò il suo sguardo con tanta benignità, che non soltanto lo sollevò dalla polvere della vita mondana, ma anche lo rese tale che facesse professione della perfezione evangelica, ne fosse la guida e l’araldo, e lo scelse come luce per i credenti, affinché, divenuto testimone della luce, preparasse per il Signore la via della luce e della pace nel cuore dei fedeli”.

Orazione finale

O Dio, Padre degli umili e dei poveri, che chiami tutti gli uomini a condividere la pace e la gioia del tuo Regno, mostraci la tua benevolenza e donaci un cuore puro e generoso, per preparare la via al Salvatore che viene. Egli è Dio, e vive e regna con te…

Pensiero del giorno

dal 4 al 10 dicembre
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AMICIZIA - di Don Angelo Casati


Dicendo amico, amica la parola "amicizia", che rischia la periferia dell'astrattezza, viene riportata al cuore, al cuore delle cose quotidiane, quelle che tocchi: gli amici li tocchi con la vita. Vorrei iniziare con la lettura di un testo che, visto l'autore, può rassicurarci che parlare di amici non è evasione intimistica, non è sconfinamento nella privatezza, nella separazione.

Il testo è una poesia di D. Bonhoeffer, pastore e teologo protestante, vittima dei campi di sterminio nazisti. Nella sua poesia parla di altri campi, i campi della vita, dove convivono le due necessità, quelle del grano - ci è necessario il grano - e quella del fiordaliso, l'amicizia.

C’è il campo di grano ma c’è anche il fiordaliso.

L'AMICO

A fianco del campo di grano che dà nutrimento
che gli uomini rispettosamente coltivano e lavorano
cui il sudore del loro lavoro
a fianco del campo del pane quotidiano
lasciano però gli uomini
fiorire il bel fiordaliso.
Nessuno lo ha piantato, nessuno lo ha innaffiato,
indifeso cresce in libertà
e con serena fiducia
che la vita
sotto il vasto cielo
gli si lasci.
A fianco di ciò che è necessario,
formato dalla grave materia terrena,
a fianco del matrimonio, del lavoro, della spada,
anche ciò che è libero
vuol vivere
e cresce e in faccia al sole.
Non solo i frutti maturi
anche i fiori son belli.
Se i fiori ai frutti
o i frutti servano ai fiori
chi lo sa?
E però sono dati ambedue.
Il più prezioso, il più raro fiore
- nato in un'ora felice
dalla libertà dello spirito che gioca,
che osa, che confida -
è l'amico.


Può essere provocatoria questa poesia di Bonhoeffer, per noi che "sappiamo tutto", noi uomini del realismo e abbiamo risolto il problema, cancellando o esiliando tra le cose periferiche l'amicizia, forse non valutando gli esiti di questo deperimento. Nella storia cristiana certamente le idee di fraternità e fratellanza sono prevalse su quelle di amicizia. Il principio è incontestabile: siamo figli di un unico Padre, e dunque inevitabilmente fratelli e sorelle.

Ma l'immagine di fraternità andava letta nell'ottica di un generale appiattimento delle relazioni, un grigio livellamento? C'è il campo di grano, ma c'è anche il fiordaliso.

Vorrei ricavare alcune suggestioni sull'amicizia attingendole alla Bibbia.

Nel Primo Testamento: Abramo.

Mi incuriosisce il fatto che Abramo per ben 4 volte nella Bibbia (2 Cr 20, 3; Is 41, 8; Dan 3, 35; Ge 2, 23) sia chiamato “amico di Dio”. Così nel rotolo di Isaia: "Ma tu, Israele, mio servo; tu Giacobbe che ho scelto, discendente di Abramo, mio amico" (Is 41, 8).

Perché Abramo amico di Dio? E dove il segno della sua amicizia? Forse perché nell'ora calda del giorno, alle Querce di Mamre, aveva ospitato nella sua tenda, con una generosità prorompente, i tre sconosciuti. E quando ospiti uno sconosciuto è come se tu ospitassi Dio.

O forse perché Dio ad Abramo non sa nascondere ciò che ha nel cuore, e questo è dono dell'amicizia, questa trasparenza. E così Dio con Abramo non sa nascondere che sta per punire Sodoma e Gomorra. "Il Signore diceva: Posso io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare?" (Gen 18, 17).

O forse amico perché con l'amico puoi intercedere, puoi osare: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere" (Gen 18, 27). C'è una distanza ed è superata. E Abramo, da buon orientale, "tira sul prezzo" con Dio: "Forse si troveranno cinquanta giusti, quaranta, trenta, venti, forse se ne troveranno dieci…". Lo puoi fare con un amico, puoi tirare di prezzo.

Scelgo ancora nel Primo Testamento la storia di Ruth, la donna moabita, donna senza più marito.
E Noemi, la suocera, anche lei donna senza più mariti, senza i due figli, si alza per ritornare alla sua terra, nel paese di Giuda. E prega le nuore di rimanere nel loro paese, il paese di Moab. I vincoli della carne non spingevano oltre: ognuna portava legami con la sua terra. Ma Ruth rispose: "Non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu andrò anch'io, dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai morirò anch'io e vi sarò sepolta" (Rt 1, 16-17). Amicizia non è forse questo sconfinamento? Fuori dei confini della carne, del tuo popolo? Non è questo camminare insieme, andare, fermarsi e poi andare insieme ? Essere a fianco! E il viaggio non è solo quello fisico. È viaggiare nei pensieri, nei sogni, nelle visioni.

Campi di grano e fiordaliso nella vita di Gesù.

Il terreno della sua vita non è a monocoltura. I suoi rapporti rivelano intensità diverse, l'amore di Gesù non è appiattito su un unico registro, non ha un solo colore, ha molti colori. C'è il suo rapporto con la folla, ne percepisce le stanchezze, la fame, gli aneliti segreti. Sente la mano che sfiora il mantello. C'è il suo rapporto con i discepoli, quelli che dividono giorni e notti con lui e, tra questi, i dodici. E tra i dodici tre, Pietro, Giacomo, Giovanni testimoni del Suo volto invaso dalla luce sul monte della Trasfigurazione, testimoni del Suo volto in preda all'angoscia nell'orto. E tra loro Giovanni il discepolo che lui amava, quello dell'ultima confidenza.

Dunque nel vangelo ci sono segni dell'amicizia. Gesù viene chiamato:
- amico dei pubblicani e dei peccatori
- amico di Lazzaro - "il tuo amico è malato" -
- chiama "amico" Giuda, nell'atto del tradimento, e Gesù non usa parole vuote di senso, tanto per dire, come succede a noi.

Sono tanti i segni.

Ma io vorrei limitarmi ad un'amicizia, legata a una casa, o nei pressi di una casa, perché l'amicizia non è chissà dove, è su questa terra, sfiora le case, sfiora i nostri volti, sfiora la carne.
La casa di Betania, casa di un'amicizia: nel racconto della risurrezione di Lazzaro si dice: "Il tuo amico è malato" (Gv 11, 3), e ancora: “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro” (Gv 11, 5).

L'amico, uno che può essere in ritardo sui tuoi desideri: "Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto"; all'amico puoi muovere un rimprovero, dolce ma non taciuto nel vangelo. L'amico, uno che non sta al di fuori come gli amici di Giobbe, con parole al di fuori, ma entra: "si commosse, si turbò, scoppiò in pianto". Nulla da spartire con gli uomini gelidi che sorvegliano i sentimenti.
L'amico, uno che ti porta fuori dalla casa della desolazione, ti fa guardare oltre, prolunga la visione, ti fa sognare la gloria di Dio: "…se credi, vedrai la gloria di Dio".
L'amico, uno che non si rassegna alle parole di morte, alle situazioni di morte, fa segni di vita, dice parole di vita: "disseppellire Dio nei cuori devastati", un compito che assegnava a se stesso Etty Hillesum.
L'amico, uno che non ti lega, ti sbenda, ti fa camminare, ti libera da tutto ciò che ti lega;
L'amico, uno che muore lui, perché tu viva: "Da quel giorno decisero di ucciderlo".

Un altro momento della casa di Betania (Gv 12), sei giorni prima della Pasqua, la cena, Marta che serviva, Lazzaro uno dei commensali. Maria e l'olio profumato: "cosparse i suoi piedi e l'asciugò con i suoi capelli". Le critiche, pretestuose, la difesa di Gesù: è un brano che apre una fessura da cui sorprendere il bisogno di amicizia di Gesù.
È un aspetto poco indagato, quasi costituisse un attentato alla sua grandezza, a un cosiddetto ascetismo. Bisogno di un'amicizia vera, concreta, non confinata in un falso spiritualismo. Così diverso Gesù da coloro che poiché non sanno amare gli uomini credono di amare Dio.
Betania una casa in cui Gesù ritorna spesso, la sera, nei giorni che precedono la sua Passione, quando si avvicina l'ora. E al centro la donna, una che sfiora il segreto. Nel silenzio, non ci sono parole. L'amicizia può essere senza parole, può essere negli occhi, in un gesto.

Un gesto in cui c'è il profumo della sproporzione.

Un gesto totale, che tocca anche il tuo corpo.

Gesù ha sempre difeso contro i puritani questi gesti della tenerezza. L'amicizia, l'amica non ti toglie il problema, non ti toglie l'ora, ti dà il coraggio di affrontarla. È il profumo che vince il cattivo odore della morte: io ti ungo come Messia.

Quando Gesù cercherà conforto nell'orto non lo troverà.
Ha vissuto anche il tradimento dell'amicizia. Ma ha anche detto: "Amico, per questo sei qui" (Mt 26, 30), a Giuda. Ed erano parole vere, non parole per dire.

I campi di grano e il fiordaliso. L'insegnamento biblico svela le visioni di corto respiro. Svela quanto siano state visioni di corto respiro quelle che gettavano sospetti sull'amicizia, come se l'amicizia fosse cedimento all'amore egoista, come fosse indulgere al ripiegamento nella sfera del sentimento e della privatezza. Lo scolorimento dell'amicizia ha portato inesorabilmente allo scolorimento della fraternità, parola declamata, ma svigorita, privata di ogni sentimento: si ama tutti, e non si ama nessuno, si ama senza guardare, senza toccare, senza abbracciare. Con l'esito di comunità ecclesiali, gelide, asettiche. E aggiungo: ridare calore e intensità all'amicizia significa ridare colore, intensità all'intera vita comunitaria, significa immettere nella società energie sane.
Sì, perché il dinamismo dell'amicizia è il superamento del confine, il confine della parentela, della razza, della religione, di ogni identità escludente; è la seminagione dell'armonia ritrovata tra diversi. Il dinamismo dell'amicizia è un dinamismo di gratuità, seminato là dove vige la logica del mercato, della competizione. È l'attenzione al volto dell'altro. È la seminagione della logica, della comunione dentro una terra segnata dalle differenze gerarchiche. È intravedere la terra nuova di "una alterità senza differenze gerarchiche" (R. Mancini).

È immaginare una terra che sta oltre la legge del dovere, la legge del dovere che sembra -come sottolinea Bonhoeffer- connotare la famiglia stessa, il lavoro, la società. Amicizia, terra del miracolo della libertà.

Una terra, quella dell'amicizia, che può essere profezia di Dio, della Sua presenza. Tant'è che qualcuno ha osato il nome di sacramento per l'amicizia, anzi il più importante dei sacramenti.

"Non vi chiamerò più servi ma amici". Quanto dobbiamo all'amicizia, all'affetto. Io considero l'amicizia una delle più grandi forze del mondo. Si può dubitare di tutto, ma non dell'amico fedele. Quanto si può ricevere attraverso l'amicizia! Se si giunge all'amicizia con Gesù tutto si crede, tutto si spera, tutto si affronta".

Raramente la fede altrui serve; più spesso infastidisce. Quello che aiuta quando si soffre è il cuore amico, sul quale si sa di poter contare sempre.

E vorrei finire dedicando anche a voi questo testo che anni fa dedicavo ai miei amici.
Lo dedico a voi che mi avete ascoltato, dopo una faticosa giornata di lavoro, questa sera.

I volti degli amici
sono come Terra Promessa:
pochi metri
di zolla nera e feconda
che conosco palmo a palmo,
come il ramificarsi
delle vene su una mano.
I volti dei miei amici
sono come lo specchio del tempo.
Li interrogo in silenzio la sera:
negli occhi s'è fissata
e ancora vive, tutta,
l'avventura di un giorno:
ancora inseguono
scomode immagini,
come mozziconi
che nessuno osa spegnere
in ceneri di indifferenza.
Dilaga nella piega
degli occhi
la lotta dei disperati,
l'amore dei folli,
questo nostro sperare
contro ogni speranza.
Sui volti dei miei amici
ripercorro ogni giorno
il sentiero inquieto
delle nostre domande
senza risposta.
Unica certezza
-tra sabbie e deserti
di scelte provvisorie-
il Cristo Presenza e Assenza,
vicino come la carne
di uno sposo,
e atteso nella notte
con fiaccole
che faticano al vento
quasi fossero
sul punto di morire.
E noi, amici?
Noi chiamati
a rischiare la notte,
a decidere al buio
-quando fioca è la luce-
per un cammino o per l'altro.
Perché non parli, o Signore?
Nostra nuova condizione
è non sapere e sperare
contro ogni speranza.
Volti dei miei amici
volti senza presunzione,
immagine
della speranza dei folli.
Volti dei miei amici,
la terra del domani.


Per la Quaresima
il Monastero propone gli Esercizi spirituali aperti a tutti:
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