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NEWSLETTER n° 27 - 17 gennaio 2018

  • LECTIO DIVINA - 21 Gennaio 2018 - III Domenica T.O. / B
  • HETTY HILLESUM - Un itinerario spirituale

LECTIO DIVINA

21 gennaio 2018 - III Domenica T.O. / B

Duccio-di-Buoninsegna-Vocazione-di-Pietro-e-Andrea
Gio 3,1-5.10; Sal 24; 1 Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

Giovanni Battista è il “leone” (animale simbolo del Vangelo di Marco) che apre, con il grido accorato alla conversione, la strada al Figlio di Dio. Giovanni è la voce, Gesù è la luce, attributo particolare dell’occhio: il Suo sguardo illumina tutto l’uomo, lo ama e ne fa qualcosa di nuovo.
Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni da “pescatori” divengono “pescatori di uomini”: noi chi possiamo diventare sotto lo sguardo amorevole e liberante di Cristo? Non è vivendo “sotto i suoi occhi” che possiamo sottrarci al magnetismo ingannevole di altri sguardi che ogni giorno condizionano il nostro modo di pensare, di vestire, di parlare, di amare, di educare, rimpicciolendo la nostra umanità?

Commento alle Letture
La conversione è “un’inversione a U” sulla strada della vita: scegliere gli “idoli” significa andare verso la morte interiore, scegliere il Signore è scegliere la vita. Per questo Jahvè, per bocca del profeta Giona, grida ai pagani di Ninive di cambiare rotta per non lasciarsi distruggere dal male. “Io non godo della morte dell'empio, ma che l'empio desista dalla sua condotta e viva” (Ez 33,11): Dio offre a Ninive quaranta giorni, un tempo “pieno” simboleggiato dal numero “40”, per comprendere il proprio male e dirigersi verso il bene. Se il cuore è aperto alla verità di sé, come accadde per i niniviti e il loro sovrano (e persino per gli animali della città!), l’esistenza cambia radicalmente.

Sotto lo sguardo di Dio comprendiamo che nulla ci appartiene, di nulla ci possiamo appropriare: la relazione con Lui spiana un orizzonte nuovo negli angusti spazi nei quali spesso ci costringiamo a vivere. Né la gioia né il pianto, né le relazioni più intense, né tanto meno l’acquisto e il possesso di beni materiali possono “strozzare” le nostre giornate: Paolo desidera per i cristiani di Corinto un respiro di vita più ampio, che solo il primato di Dio può dare. Più avanti l’Apostolo dirà: “Voi siete stati comprati a prezzo, non diventate schiavi degli uomini” (1Cor 7,23) cioè di voi stessi e del pensiero mondano dominante.

Commento al Vangelo
Quattro pescatori galilei diventano “pescatori di uomini”: scopriremo, leggendo i Vangeli, che sono diversi fra loro, a volte in competizione, altre incapaci di comprendere il messaggio di Gesù. Eppure, sulle rive del mare di Galilea, Gesù sceglie loro perché imparino a navigare sui mali del mondo (il “mare”), ad attraversare le notti dell’uomo (la pesca era attività notturna) e a salvarlo dalle profondità dell’angoscia, della disperazione.
Lo sguardo di Gesù li mette a nudo senza farli vergognare: lo stesso male che dovranno sanare in altri è presente anche in loro! Più ci si guarda con gli occhi di Dio, più si diventa fonte di guarigione e di libertà per altri. La propria sicurezza non poggia più su ciò che si fa o che si sa fare, sulle posizioni conquistate, su una certa agiatezza frutto di lavoro, di impegno: il vero appoggio sta in un Dio che ama l’uomo e ne realizza compiutamente tutte le potenzialità.
Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni avvertono tutta la potenza racchiusa in quello sguardo, in quella voce, in quella enigmatica promessa (“vi farò pescatori di uomini”) e non resistono: abbandonano lavoro e famiglia. La stessa radicalità, come si può notare facendo passare tutte le singole persone che Gesù incrocia nella sua predicazione, non è richiesta a tutti: il riconoscimento della presenza di Dio e della costruzione del Suo Regno qui e ora, sì.
Il Vangelo di Marco e il brano scelto di oggi sono scanditi dall’avverbio “subito”: l’urgenza che Gesù ha di portarci alla salvezza è pressante, l’amore di Dio si è fatto incontenibile e il Suo desiderio che l’uomo lo accolga non può più attendere. Per questo tutte le letture di oggi sono accomunate dal tema del “tempo”, di quello che in greco si dice “kairos”: si tratta del “momento opportuno”, del “tempo compiuto” (Mc 1,15) che per noi cristiani è quello della presenza di Dio in mezzo a noi nella persona di Cristo. Affrettiamoci ad accoglierlo, a lasciarlo entrare nei ritmi frenetici e abitudinari del nostro “tempo cronologico”.

Commento francescano
La parola “povertà” è sinonimo per noi di “caduta in disgrazia”, di un “abbassamento del tenore di vita” che comporta una serie di rinunce e di umiliazioni. La spiritualità scaturita dall’esperienza del francescanesimo aiuta a ridare valore al significato di una vita “povera” in un mondo che aspira a essere benestante se non addirittura opulento.
Il modo di vivere la povertà si condensa in san Francesco (RnB, FF 4) e in santa Chiara (RsC, FF 2750) nell’espressione “senza nulla di proprio”: nulla si può dire più “mio” perché tutto appartiene a Dio. Si diventa “poveri” quando si abbandonano pensieri e desideri dell’io per lasciar entrare pensieri e desideri di Dio su di noi. Questa è l’espropriazione autentica, che passa anche, come conseguenza, per la povertà materiale: quest’ultima, anziché rappresentare una terribile disgrazia, diventa fonte di maggiore libertà, motivo per ridare valore a ciò che conta veramente.

Preghiera finale
O Dio, fonte di vita e di amore, aiutaci a non fuggire il Tuo sguardo per correre ad aggrapparci a sicurezze destinate a svanire; richiamaci quando scegliamo di percorrere strade che non conducono a Te; accompagnaci quando altri cercano in noi aiuto e amore. Per Cristo nostro Signore. Amen.

HETTY HILLESUM

Un itinerario spirituale

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Etty Hillesum (1914-1943), scrittrice olandese di origine ebraica, è vittima dell’Olocausto. Laureata in giurisprudenza, si interessò di psicologia analitica grazie alla conoscenza con lo psicologo Julius Spier di cui fu paziente, segretaria e intima amica. Nel giugno 1942, mentre si andavano precisando i segni dell’annientamento della comunità ebraica dei Paesi Bassi, questa giovane donna di 27 anni scriveva in una cameretta di Amsterdam: “Quello che vivo interiormente, e che non è solo cosa mia, non ho il diritto di tenerlo solo per me. Sono forse, in questo piccolo pezzo di storia dell’umanità, uno dei numerosi ricevitori che deve in seguito trasmettere più lontano?”.
Questo messaggio che confidava regolarmente a modesti quaderni di scuola, ci tocca oggi ancora più profondamente, perché ci giunge, come per miracolo, attraverso mezzo secolo di silenzio. Solo nel 1981 un editore ha esumato, per la prima volta, alcuni suoi brani che da allora sono già stati tradotti in quattordici lingue. Ci si trovava, improvvisamente, non solo in presenza di uno dei vertici della letteratura olandese, ma anche di un cammino interiore di un’intensità sconvolgente. Così scrive prima di sparire il 15 settembre 1943, nel tragico anonimato di Auschwitz: “Bisognerà pure che qualcuno sopravviva per testimoniare che Dio era vivo, anche in un tempo come il nostro. E perché non potrei essere io questo testimone?”.
Un linguaggio, il suo, creato in assenza di riferimenti espliciti a qualunque confessione religiosa, di una modernità singolare tanto da essere definito, molti anni dopo, la “teologia del dopo- Auschwitz”.
E lascia questa sua testimonianza ad un Diario:

L’anima non ha patria
L’anima non ha patria o, piuttosto, non ha che una sola grande patria, senza frontiere. È possibile comprendersi reciprocamente e avvicinarsi. Io devo contribuirvi da parte mia, poiché provo nella mia anima e nella mia mente un sentimento di solidarietà con tutte le epoche e con tutte le nazioni.

Solitudine
Conosco due specie di solitudine. L’una mi rende triste da morire, e mi dà la sensazione di esser persa, senza direzione. L’altra, al contrario, mi rende forte e felice. La prima deriva dal fatto che ho l’impressione di non avere più contatto con i miei simili, di essere totalmente separata da ciascuno di loro e da me stessa, al punto da non capire più che senso può avere la vita. Mi sembra che non abbia più coerenza e che io non vi trovi il mio posto. Ma l’esperienza di un’altra solitudine mi rende forte e sicura di me stessa: mi sento in comunione con tutti, con tutto e con Dio… Mi sento inserita in un grande insieme pieno di significato, e ho la sensazione di poter condividere anche con altri questa grande forza che è in me.

Un pozzo molto profondo
«C’è in me un pozzo molto profondo. E in questo pozzo c’è Dio. A volte riesco a raggiungerlo. Ma, la maggior parte delle volte, pietre e calcinacci ostruiscono questo pozzo, e Dio vi è sepolto. Bisogna allora riportarlo alla luce» (26 agosto 1941, p. 97).

Preghiera della domenica mattina
«Preghiera della domenica mattina. Mio Dio, viviamo tempi di terrore. Questa notte, per la rima volta, sono rimasta sveglia nel buio, con gli occhi brucianti, e immagini di sofferenza umana si snodavano davanti a me, senza sosta. Ti voglio promettere una cosa, mio Dio, una piccola cosa: mi guarderò dal far pesare sul momento presente, come altrettanti fardelli, le preoccupazioni che suscita in me l’avvenire. Ma questo richiede un certo allenamento. Per il momento, a ogni giorno basta la sua pena. Ti aiuterò, mio Dio, a non spegnerti dentro di me, ma non posso garantirti niente in anticipo. Tuttavia, una cosa mi appare con sempre maggior chiarezza: non sei tu che puoi aiutarci, ma siamo noi che possiamo aiutare te e, facendo questo, aiutiamo noi stessi. È tutto quello che ci è possibile salvare in quest’epoca, ed è anche la sola cosa che conta: un po’ di te in noi, mio Dio. Forse potremo anche contribuire a riportarti alla luce nei cuori devastati degli altri» (12 luglio 1942, p. 516).

Il gelsomino
«Dietro la casa, la pioggia e la grandine dei giorni scorsi hanno devastato il gelsomino. Più in basso i suoi fiori bianchi galleggiano sparpagliati nelle pozzanghere nere, che ristagnano sul tetto del garage. Ma da qualche parte, dentro di me, questo gelsomino continua a fiorire, esuberante e tenero come in passato. Ed espande i suoi effluvi intorno alla tua dimora, mio Dio. Vedi come mi prendo cura di te! Non ti offro solo le mie lacrime e i miei tristi presentimenti. In questa domenica ventosa e grigiastra, ti porto anche un gelsomino profumato! E ti offrirò tutti i fiori incontrati sul mio cammino, e ce ne sono davvero tanti. Così a casa mia ti sentirai meglio possibile! E, per fare un esempio a caso: se, chiusa in una piccola cella, attraverso la stretta finestra a sbarre, vedessi volteggiare una nuvola, te la porterei, mio Dio, se solo ne avessi ancora la forza» (12 luglio 1942, pp. 517-518).

Aiutare Dio
«Se Dio smette di aiutarmi, sarò io ad aiutare Dio. A poco a poco, tutta la superficie della terra non sarà altro che un immenso campo di sterminio, e nessuno, o quasi, potrà restarne fuori. È una fase da attraversa. Qui, gli ebrei si raccontano cose allegre: in Germania, i loro simili vengono murati vivi o sterminati con i gas asfissianti… La giornata di ieri è stata dura, molto dura, e ho avuto molto da sopportare e da accettare. Ma è fatta. Ho assorbito, ancora una volta, tutto quello che mi assaliva, e sono capace di affrontare più cose di ieri. È, forse, questo che mi dà questa gioia e questa pace interiore: sono capace di venire a capo di tutto, sola e senza che il mio cuore si lasci inaridire dall’amarezza, e i miei peggiori momenti di tristezza, di vera disperazione, lasciano in me solchi fertili e mi rendono più forte. Non mi faccio molte illusioni sulla realtà della situazione e rinuncio anche a pretendere di aiutare gli altri. Avrò come principio quello di “aiutare Dio” il più possibile e, se ci riesco, allora ci sarò anche per gli altri».

Case con le porte aperte
«Com’è grande lo sconforto interiore delle tue creature terrestri, mio Dio! Ti ringrazio per aver fatto venire a me tante persone con tutta la loro disperazione. Mi parlano con calma, superficialmente, ed ecco che d’improvviso il loro sconforto si rivela nella sua nudità. E ho davanti un povero, piccolo essere umano disperato, che si chiede come continuare a vivere. È qui che cominciano le mie difficoltà. Non basta parlare di te, mio Dio, per disseppellirti e farti tornare alla luce nel cuore degli altri. Bisogna sgomberare nell’altro la strada che porta a te, mio Dio, e per fare questo bisogna essere grandi conoscitori dell’animo umano.
Talvolta le persone sono per me come case con le porte aperte. Entro, vago attraverso stanze e corridoi. Ogni casa è arredata in un modo un po’ diverso, eppure sono tutte simili, e si dovrebbe poter fare di ognuna di loro un santuario per te, mio Dio. E te lo prometto, te lo prometto, mio Dio, ti cercherò una sistemazione e un tetto nel maggior numero di case possibile. È un’immagine divertente: mi metto all’opera per cercarti un tetto. Ci sono tante case disabitate, e io ti farò entrare come l’ospite più importante che esse possano accogliere».

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