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NEWSLETTER n° 5 - 17 agosto 2017

097

Lectio Divina

XX Domenica del tempo ordinario /A


Is 56, 1.6-7; Sal 66; Rm 11, 13-15.29-32; Mt 15, 21-28



La liturgia della Parola di questa domenica, ha un filo conduttore: la salvezza è un dono per tutti e Dio Padre non fa privilegi di persone, popoli e culture.



Commento alle letture
Nella prima lettura, dal libro del profeta Isaia, cogliamo che l’elezione del popolo d’Israele da parte di Dio non era per escludere gli altri popoli ma Dio ‘usa’ Israele come strumento per far arrivare a Dio anche ai pagani, agli altri popoli. La ragione è che la salvezza è per tutti gli uomini: “la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli”(Is 56,7).
Nella seconda lettura, Paolo constata che la caduta del popolo d’Israele, cioè quella di non riconoscere Gesù come Messia, si è trasformata ‘in salvezza per i pagani’ ma che anche il popolo d’Israele, pur non avendo accolto il Messia, troverà misericordia perchè “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,29). Il problema dei giudei interessa poi anche i pagani, i pagani che accettano il Vangelo non possono pensare di essere capaci da soli di realizzare, al posto di Israele, il piano di Dio sulla salvezza dell’uomo.

Commento al Vangelo
La pericope evangelica, mira ad offrirci l’atteggiamento di Gesù nei riguardi dei pagani. La missione di Gesù durante la vita terrena si limiterà al popolo giudaico, fatta eccezione per la donna cananea (il brano di oggi) e il centurione romano. La ragione di quest’eccezione è la fede, la grande fede di questa donna. Una donna pagana si reca presso Gesù per ottenere la guarigione della figlia: di fronte alla risposta di Gesù di essere stato mandato per le ‘pecore perdute della casa d’Israele’, la donna non si scoraggia, chiede di nuovo aiuto, ‘si accontenta delle briciole dei beni d’Israele’, si fa piccola e fiduciosa; Gesù ha appena operato la moltiplicazione del pane per i figli, e ne sono rimaste dodici ceste di avanzi e la donna reclama per sé le briciole. Al piano di salvezza di Dio, fa intuire la donna, sono chiamati tutti.
La condizione che è richiesta ai pagani non sono quindi le pratiche esterne del popolo d’Israele ma un cuore che fa spazio al grande mistero di Dio e ha fede in Lui. Cioè è una preghiera di petizione che sgorga da una profonda certezza che Dio può fare tutto, se noi ci abbandoniamo totalmente a Lui. Questa donna pagana osa resistere a Gesù; in un certo modo lotta con lui. Potremmo dire che la sua fede e fiducia in questo Gesù, che aveva sentito dire, è più grande della ‘resistenza’ di Gesù stesso.
Gesù stesso ci invita a: chiedere, cercare, bussare ... è l’atteggiamento della preghiera incessante e perseverante. Ancora una volta il Vangelo ci fa cogliere che l’essenzialità di una vera fede sta nell’aver fiducia in Dio e non dal confidare in noi stessi.

Commento Francescano
Francesco aveva colto il dono della salvezza che il Vangelo propone ed era attento che i suoi frati conducessero a Dio i fedeli. Infatti nella XX Ammonizione scrive: “Beato quel religioso che non ha giocondità e letizia se non nelle santissime parole ed opere del Signore e, mediante queste, conduce gli uomini all’amore di Dio con gaudio e letizia”.
Il suo desiderio di salvezza era tanto grande che, appena finì di restaurare la Porziuncola, si presentò davanti al papa Onorio per chiedergli l’indulgenza e dirgli: “Santo padre, la sua santità voglia dare non anni; ma anime” (FF2706/10) e ai fedeli e ai frati riunitisi intorno alla Porziuncola disse: “Voglio mandarvi tutti in paradiso …” (FF 2706/11).


Preghiera
Donaci, Signore, una fede cristiana capace di accogliere l’altro, la sua ricchezza di fede e aiutaci a non fare della nostra fede un idolo immutabile e ingessato. Fà che comprendiamo che in ogni uomo c’è il seme da te sparso del bene e della salvezza e fà che anche noi sappiamo gioire della fede della cananea, come hai fatto tu.
L’universale esperienza della sofferenza ci accomuni in un'unica casa. La consapevolezza della fragilità, del limite, della malattia e della morte ci ricordi che non siamo in questo mondo per rimanerci per sempre e che i beni più importanti sono la vita e l’amore. Amen
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Pensiero del giorno

dal 7 al 13 agosto

Tanti pensieri riempiono la nostra mente e tanti problemi chiedono a noi risposte chiare. Anche il continuo bombardamento di notizie, spesso angoscianti, influenzano il nostro tempo e fanno crescere in noi preoccupazione e ansia. Il pensiero del giorno che offriamo quotidianamente nel nostro sito, è allora uno spunto che vuole portare nel nostro tempo una luce di speranza e amore.
Sono pensieri attinti per lo più dalle nostre letture e riflessioni spirituali e che sono uniti da un'identica tematica per cui li riproponiamo nella settimana successiva alla loro pubblicazione inviandoli con un'unica newsletter, per offrire anche la possibilità di una lettura continua.

FORMA DI VITA
DELLE SORELLE POVERE

“E affinché non ci scostassimo mai dalla santissima povertà
che abbracciammo,” (Regola Santa Chiara VI,6)

Condivisione della marginalità dei poveri come Cristo
Le costituzioni evidenziano i fondamenti teologici della povertà nelle seguenti espressioni: «guarda Cristo, “fatto per te oggetto di disprezzo e seguilo, rendendoti per amor suo spregevole in questo mondo”» (art. 36.2) e «da ricco che era si è fatto povero per noi, perché diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà» (art. 32.1). Il primo senso della povertà è, quindi, testimoniare che Dio è la vera ricchezza del cuore umano7 e che «la povertà rende liberi dalla schiavitù delle cose e dei bisogni artificiali a cui spinge la società dei consumi, e fa riscoprire Cristo, l’unico tesoro per il quale valga la pena di vivere veramente».
Una scelta di vita che assume la povertà come valore evangelico, ha bisogno di essere visualizzata, però, con comportamenti concreti e congruenti: «La povertà è il segno di appartenenza a Lui, è la garanzia di credibilità del Regno già presente in mezzo a noi. Un segno sempre più convincente ai nostri giorni quando si tratta di una povertà vissuta in fraternità, con uno stile di vita semplice ed essenziale, espressione di comunione e di abbandono alla volontà di Dio».
La povertà radicale, codificata da Francesco e Chiara nell’espressione «vivere senza nulla di proprio», si ispira non alle mode correnti, ma all’amore di Cristo, al Povero per eccellenza (cf. TestsC 45) , da cui entrambi hanno appreso l’arte della spoliazione e dell’abbassamento più radicale e assoluto. Per Chiara e per Francesco la «Santissima povertà» non è semplicemente una virtù, né solo una rinuncia alle cose, ma è soprattutto un nome e un volto: il volto di Gesù Cristo povero e crocifisso (cf. 2 LAg 19). Per Francesco e Chiara, la contemplazione di Cristo povero non si riduce a una bella teoria mistica del distacco, ma prende carne in una povertà reale, concreta, essenziale.
Francesco prima e Chiara successivamente scelgono di vivere come i poveri per «seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signor nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre» (cf. RsC VI, 7): «[…] il momento centrale della conversione di Francesco non è stato quello pauperistico ma […] il passaggio da una condizione umana ad un’altra, l’accettazione del proprio inserimento in una marginalità, l’ingresso fra gli esclusi[ … ]. Francesco dunque non scelse tanto di venire in soccorso degli ultimi: erano già in molti a farlo, anche ai suoi tempi; semplicemente scelse di farsi uno di loro, abbracciando il dolore umano e l’emarginazione come via prediletta per seguire le orme di Cristo crocifisso […]. La sequela Christi, che ritrovava nell’obbedienza e nella povertà i suoi connotati essenziali, portava come sua necessaria conseguenza la condivisione di vita con le categorie marginali della società».



Le sorelle alle quali il Signore ha dato la grazia di lavorare
(Regola Santa Chiara VII, l)


Lavorare come gli altri
Approfondire la categoria del lavoro al tempo di Chiara permette di pensare al lavoro delle sorelle povere nell’oggi. Tenendo presente che anche nel duecento il lavoro non era soltanto un mezzo per combattere l’ozio, ma per poter vivere, la fraternità scelse di essere volontariamente povera, custodendo la formula povertà-lavoro, tipica dei poveri di allora. La filatura e il cucito, lavori tipici del tempo di Chiara descritti nelle Fonti, non erano né un esercizio ascetico né un passatempo, ma una forma di lavoro con cui le sorelle povere si potevano guadagnare il pane, condividendo in questo modo la condizione delle donne lavoratrici. Nello stesso modo con cui si ponevano i frati minori nel lavoro dipendente, artigianale e agricolo, non chiedendo salario, così le sorelle povere offrivano i loro manufatti, quale compenso per aiuti, per elemosine ricevute. Le sorelle povere, come dice la regola, non lavoravano solo per evitare l’ozio, ma per procurarsi con le loro mani di che vivere: il lavoro manuale, scandito da un orario rigoroso, svolto in modo sistematico e non affidato al capriccio di un momento, certamente non era né attività delle religiose del tempo né di nobili dame, ma era esperienza solo delle donne povere, appartenenti a ceti subalterni. Pertanto, così come veniva concepito e vissuto a San Damiano il lavoro costituiva uno degli aspetti più evidenti di quella condizione di minorità che Chiara come Francesco ritenevano non disgiungibile dall’evangelo.
Una specificazione ancora più aderente al tempo circa la concezione del lavoro in Chiara è data dal seguente approfondimento: lavorare con le proprie mani, manibus suis, ha nella forma di vita clariana una dimensione vocazionale, nel contesto di quella “conversione alla povertà” anche dal punto di vista sociale che caratterizzò il movimento evangelico nei secoli XII-XIV.
Questo tema è centrale nello svolgimento della forma vitae, poiché della scelta di povertà il lavoro manuale è conseguenza diretta e importante.
Dalla regola bollata riprende la definizione del lavoro come “grazia”, che apre un orizzonte più vasto rispetto alla concezione tradizionale che vedeva il lavoro solo quale mezzo di sostentamento o impegno ascetico; a questo Chiara aggiunge l’orario del tempo di lavoro, necessario in una struttura monastica come la sua: post horam tertiae, dopo l’ora di terza. Possiamo vedere nel testo clariano la stessa logica di Francesco: lavoro mercede per il sostentamento elemosine (con la differenza che Chiara permette di ricevere la pecunia).
Le sorelle povere sceglievano il lavoro manuale, perché in questo modo si mettevano sullo stesso piano soprattutto di tante donne costrette a vivere nella povertà, condividendo in questo modo la loro esperienza di fatica per un lavoro scarsamente retribuito, nonché per l’umiliazione subita a causa della mendicità: il fine era sostentarsi, da povere, guardandosi da ogni forma di guadagno o di accumulo di beni, una scelta contro corrente sia nei confronti della nobiltà, da cui la gran parte delle sorelle di San Damiano proveniva, sia nei confronti della borghesia in crescente ascesa, per la quale l’economia era sempre più in funzione del massimo guadagno e dell’accumulo illimitato di denaro.


Non estinguano lo spirito della santa orazione e devozione
(Regola di Santa Chiara VII, 2)


Chiara non dimostra una separazione tra vita di preghiera e lavoro, anzi il lavoro è strumento per non estinguere lo spirito della santa orazione e devozione.
Quando si è unificati interiormente intorno alla persona di Gesù Cristo, non c’è frammentarietà nella vita personale e fraterna: il fondamento evangelico della vita consacrata va cercato nel rapporto speciale che Gesù, nella sua esistenza terrena, stabilì con alcuni dei suoi discepoli, invitandoli non solo ad accogliere il regno di Dio nella propria vita, ma a porre la propria esistenza a servizio di questa causa, lasciando tutto e imitando da vicino la sua forma di vita.
Fondate in Cristo, le sorelle povere possono essere, con il dono totale di sé a Dio, “memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli”.
La dimensione contemplativa abbraccia tutta la vita umana vissuta in Dio. Il confronto con la Parola permette di assimilare i sentimenti di Cristo, per poter assumere, da persone unificate, la forma di vita evangelica nel quotidiano. L’ascolto della Parola diviene un incontro vitale e privilegiato con Dio, attraverso il metodo della lectio divina, che fa cogliere nel testo biblico la parola viva che interpella, orienta, plasma l’esistenza.
Non si può essere persone che rendono presente storicamente Dio con la propria esistenza, senza il continuo riferimento alla sua Parola. Se ciò vale per la vita del credente, a maggior ragione, per quella del consacrato, chiamato a coniugare senza sconti la fede con la vita: la Parola di Dio è alimento per la vita, per la preghiera, per il cammino quotidiano, il principio di unificazione della comunità nell’unità di pensiero, l’ispirazione per il costante rinnovamento e per la creatività apostolica. La preghiera e la contemplazione sono il luogo di accoglienza della Parola di Dio e, nello stesso tempo, esse scaturiscono dall’ascolto della Parola. Senza una vita interiore di amore che attira a sé il Verbo, il Padre, lo Spirito (Cfr Gv 14, 23) non può esserci sguardo di fede; di conseguenza la propria vita perde gradatamente senso, il volto dei fratelli si fa opaco ed è impossibile scoprirvi il volto di Cristo, gli avvenimenti della storia rimangono ambigui quando non privi di speranza.



Se accadesse – non sia mai! – che tra sorella e sorella
per una parola o un segno
talvolta nascesse occasione di turbamento o di scandalo
(Regola di Santa Chiara IX, 7)


Testimoni di spiritualità della comunione
Nelle relazioni umane i rapporti non sempre sono autentici. Possono essere dettati da competizione, gelosia, invidia, arrivismo, individualismo, che minano la spiritualità di comunione, a causa di una mancata maturità umana. La Spiritualità della comunione è capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio; è saper fare spazio al fratello portando insieme gli uni i pesi degli altri. Senza questo cammino spirituale, a poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione.
La vera natura dell’amore cercherà sempre di più la felicità dell’altro, si preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e desidererà ‘esserci per’ l’altro.
Per curare la formazione umana bisognerebbe favorire un cammino spirituale autentico, attraverso cui la persona rende visibile l’assunzione consapevole della propria umanità abitata da Dio e la riconosce negli altri. Il riscontro della formazione umana si esprime con le qualità richieste in tutte le relazioni umane: educazione, gentilezza, sincerità, controllo di sé, delicatezza, senso dell’umorismo e spirito di condivisione, la lieta semplicità, la chiarezza e la fiducia reciproca, la capacità di dialogo, l’adesione sincera a una benefica disciplina comunitaria.
Scoprire in fraternità giorno per giorno la gioia di vivere, pur in mezzo alle difficoltà del cammino umano e spirituale e alle noie quotidiane, fa parte già del Regno. Questa gioia è frutto dello Spirito.
Tale testimonianza di gioia costituisce una grandissima attrazione verso la vita religiosa, una fonte di nuove vocazioni e un sostegno alla perseveranza.
Un compito che la Chiesa affida alle comunità di vita consacrata è la crescita della spiritualità della comunione. Quando nelle fraternità le persone si incontrano come sorelle, anche se di differenti età, lingue e culture, testimoniano la possibilità fattiva del dialogo e di una comunione capace di armonizzare le diversità.
L’invito di Gesù: ‘Venite e vedrete’ (Gv 1,39) rimane ancora oggi la regola d’oro della pastorale vocazionale. Essa mira a presentare, sull’esempio dei fondatori e delle fondatrici, il fascino della persona del Signore Gesù e la bellezza del totale dono di sé alla causa del vangelo. Compito primario di tutti i consacrati e le consacrate è, perciò, quello di rendere visibile, con coraggio e con passione, con la parola e con l’esempio, l’ideale della sequela di Cristo, attraverso un ascolto e una risposta costante agli impulsi dello Spirito nel cuore di ciascuna.
Una vita centrata in Cristo non ha bisogno di ripiegarsi, perché il proprio io non è rivolto verso se stessa, ma sempre verso il tu, Dio e gli altri.



«Ammonisco poi ed esorto nel Signore Gesù Cristo,
che si guardino le sorelle da ogni superbia,
vanagloria, invidia, avarizia, cura e sollecitudine di questo mondo,
dalla detrazione e mormorazione,
dalla discordia e divisione»
(Regola di Santa Chiara X,6)

Donne in relazione
La formazione integrale di ogni sorella comporta la maturazione della persona alla relazione con se stessa, con le sorelle, con gli altri, con Dio, per non rendere disincarnata la forma di vita evangelica.
La superbia, la vanagloria, l’invidia, l’avarizia, ecc. sono espressione di problemi umani non risolti: la continua attenzione a Dio rende più delicata e rispettosa l’attenzione agli altri membri della comunità, e la contemplazione diventa una forza liberatrice da ogni forma di egoismo. La persona consacrata si libera progressivamente dal bisogno di mettersi al centro di tutto e di possedere l’altro, e dalla paura di donarsi ai fratelli; impara piuttosto ad amare come Cristo l’ha amata, con quell’amore che ora è effuso nel suo cuore e la rende capace di dimenticarsi e di donarsi come ha fatto il suo Signore.
E ancora: la relazione vera con Dio fa sperimentare la comunità non come luogo di rifugio, ma come luogo per costruire o per scoprire la comunione.



«Siano invece sempre sollecite nel conservare
reciprocamente l’unità della scambievole carità,
che è il vincolo della perfezione»
(Regola di Santa Chiara, X 7)


La santa unità
L’individualismo che può toccare anche le fraternità clariane, in nome del diritto alla realizzazione personale, è oggi il motivo dominante della frantumazione della santa unità. Nello stesso tempo le singole sorelle spesso sono state omologate l’una all’altra in nome dell’unità confusa con l’uniformità: l’unità per Chiara è al di sopra di tutto: l’unità dell’amore è il vincolo della perfezione, il compimento della chiamata di Dio, della sequela di Gesù povero.
Quando l’unità è trasformata in uniformità e la stabilità in fissità, si blocca l’azione dello Spirito di Dio nelle fraternità: ogni carisma comporta, infine, un orientamento verso lo Spirito Santo, in quanto dispone la persona a lasciarsi guidare e sostenere da Lui, sia nel proprio cammino spirituale che nella vita di comunione e nell’azione apostolica, per vivere in quell’atteggiamento di servizio che deve ispirare ogni scelta dell’autentico cristiano.
Bisognerebbe formare ogni sorella ad accogliere la propria e altrui diversità per poter assumere, nella fedeltà dinamica, la forma di vita delle sorelle povere. La verifica di unità di vita può essere fatta sulla fedeltà a Cristo e al vangelo, fedeltà alla Chiesa e alla sua missione nel mondo, fedeltà alla vita religiosa e al carisma proprio dell’istituto, fedeltà all’uomo e al nostro tempo.



Elemento peculiare del carisma dell’Ordine di Santa Chiara, da lei chiamato ” ordine delle sorelle povere”, è questo osservare la povertà e l’umiltà del Signore nostro Gesù Cristo, e partecipare alla povertà di Cristo, in quale da ricco che era si è fatto povero per noi, perché diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (Costituzioni generali, art. 32)

La signiticatività della vita monastica passa anche attraverso piccole fraternità che scelgono di inculturarsi in luoghi di precarietà e di degrado, attraverso fraternità che compongono la solitudine e la comunione, l’autonomia e la consegna di sé nell’obbedienza, il senso di precarietà e la speranza, alla continua presenza di Dio.
La fraternità è chiamata
– a testimoniare che è possibile vivere con gioia il vangelo in altissima povertà;
– a rendersi presente come famiglia riconciliata con il suo esserci
in comunione, dove ogni membro, abitato dallo Spirito, unico e irrepetibile,
riconosce nella parità di relazioni i ruoli diversi;
– a vivere nella marginalità accanto ai poveri, condividendo la loro storia;
– ad abitare in strutture semplici, essenziali e sobrie, tra i poveri, per rendere visibile e credibile la cura di Dio soprattutto verso chi non ha voce e offrire loro segni di speranza.



«Colloca i tuoi occhi davanti allo specchio dell’eternità, colloca la tua anima nello splendore della gloria, colloca il tuo cuore in Colui che è figura della divina sostanza e trasformati interamente, per mezzo della contemplazione, nell’immagine della divinità di Lui. Allora anche tu proverai ciò che è riservato ai soli suoi amici, e gusterai la segreta dolcezza che Dio medesimo ha riservato fin dall’inizio a coloro che lo amano. Senza concedere neppure uno sguardo alle seduzioni, che in questo mondo fallace ed irrequieto tendono lacci ai ciechi che vi attaccano il loro cuore, con tutta te stessa ama Colui che per amor tuo tutto si è donato» (Lett. III,12-15: FF 2888-2889)




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