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NEWSLETTER n° 20 - 29 novembre 2017

BUON AVVENTO!

Avvento
Da una Lettera all'Ordine dei Frati Minori di P. Giacomo Bini

"Come ogni anno ci apprestiamo ad accogliere il Signore che viene e che bussa ancora una volta alla nostra porta: “Se qualcuno mi apre io verrò a lui” (Ap 3,20). La fedeltà amorosa e ostinata del Signore che va incontro all’uomo non viene mai meno, e tuttavia rimane sospesa alla nostra libertà e disponibilità: solo se “apriamo” Egli irrompe nella nostra solitudine insoddisfatta per trasformarla in relazione vitale e fare di noi la sua abitazione.
Celebrare la natività del Signore significa certamente commemorare un evento di salvezza del passato, ma comporta anche di rinvigorire in noi la sua presenza viva per liberarla da tanti ostacoli e da tante altre presenze invadenti e disturbanti che rischiano di soffocarla.

Siamo minacciati dentro e fuori da tante forme di violenza; sembra che non riusciamo più a custodire le porte della nostra interiorità e lasciamo entrare ogni sorta di “ospiti”, graditi o meno, che attraggono la nostra superficiale curiosità.
Dall’esterno ci sentiamo continuamente aggrediti da un mondo seducente e senza valori che ci distrae dall’essenziale: non sappiamo più come difenderci.
Abbiamo bisogno di un supplemento di discernimento spirituale per ritrovare in noi quella Presenza che dà pace, serenità e fiducia. “Il tempo è vicino... Sì, verrò presto” (Ap 22,10.20). Queste parole dell’Apocalisse rassicurano la nostra speranza: il Signore è venuto, il Signore verrà e, soprattutto, il Signore viene. Il tempo dell’attesa è tanto lungo quanto l’indugio che interponiamo nell’aprire la porta e a disporci ad accoglierlo: “Il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21). Infatti il tempo che viviamo dopo la prima venuta è già tempo della Sua presenza: ci è chiesto solo di aprire gli occhi per coglierla, ravvivarla, renderla attiva e liberante, in noi e attorno a noi. Il Signore sembra ripeterci: “Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura” (Gv 4,35).
Abbiamo bisogno di occhi nuovi per cogliere i segni della messe che già biondeggia, della trasformazione in atto che va al di là di ciò che appare superficialmente; occhi nuovi che riescono a percepire il senso vero della storia e della vita; occhi nuovi che sanno riconoscere il volto del Signore in quello del povero, emarginato ed umiliato, nelle ferite interiori ed esteriori del “lebbroso” del nostro tempo. Solo così la nostra esistenza non sarà un’avventura egoistica senza senso o una ricerca senza approdo, ma verrà coinvolta nella trasformazione lenta e progressiva del mondo, trasformazione di cui solo Dio conosce tempi e modi di piena realizzazione. A noi è chiesto uno sguardo “penetrante” verso orizzonti non ancora delineati; e soprattutto un cuore aperto a tutti, non ripiegato su se stesso, che sa sperare prima ancora di vedere il cambiamento in atto.

Vieni, Signore Gesù: sì, vogliamo che la venuta di Gesù in noi, quest’anno, non ci sorprenda distratti, addormentati o impreparati, come se si trattasse dell’arrivo di un ospite sconosciuto e indesiderato; la presenza del Signore sia un incontro festoso tra amici che si visitano regolarmente e che vogliono rinsaldare legami nuovi di relazione e di amore, così che il nostro cuore sia pacificato, ospitale e riconciliato con tutti.

Ciascuno di noi possa ravvivare questa presenza e diventare trasparenza di Dio e della sua immagine, epifania (manifestazione) di Dio in mezzo ai fratelli e alle sorelle che incontreremo. Così, il nuovo anno che inizieremo diventerà un kairòs, tempo privilegiato di liberazione e di maturazione verso quell’incontro che non avrà mai fine.

LECTIO DIVINA

3 dicembre 2017
I Domenica di Avvento / B
I Avvento. jpg

Is 63,16b- 17. 19b; 64,2-7; Sal 79/80,2-3. 15-16. 18-19; 1 Cor 1,3-9; Mc 13,33-37



“Se tu squarciassi i cieli e scendessi” (Is 63, 19 a). Queste parole che aprono l’Anno liturgico con la I Domenica d’Avvento del ciclo B fanno risuonare nel cuore le parole che si pregano nel Sal 27: “Non nascondermi il tuo volto, ” (v. 9). Questo ardente desiderio del Volto di Dio, guida la vita del credente di ogni tempo e chiede a Dio di manifestare la sua paternità proteggendo con la sua presenza l’uomo che è “opera delle sue mani” (Is 64,7).
“Dio degli eserciti ritorna!”, dice il salmo responsoriale (sal 79). Questo appello accorato sia la spinta a rimanere desti e vigilanti per accogliere con cuore ardente l’appello che Gesù rivolge a tutti: “Vegliate!” (Mc 13,33). Vegliare è vivere responsabilmente, adempiendo con amore ai propri doveri e custodi di noi stessi e del nostro prossimo.

Commento alle letture

Nella prima lettura tratta dal libro del Profeta Isaia il popolo proclama il suo bisogno di un Padre che si faccia responsabile, avvocato del suo popolo: “Se tu scendessi”. A questo pressante appello Dio ha risposto mandando il suo Figlio, fatto uomo. Ci disponiamo così ad attendere la sua venuta, la sua incarnazione celebrando il Natale.
Il popolo riconosce di non essere innocente: “Siamo divenuti come una cosa impura” (64,5). Le relazioni con Dio si sono rotte a causa dell’iniquità dell’uomo e il volto di Dio è nascosto.
Ma il popolo richiama Dio alla sua responsabilità di Padre: “Ma, Signore, tu sei nostro Padre” ricordandogli che esso è per Lui come l’argilla nelle mani del vasaio dichiarando così la sua totale dipendenza dal suo Creatore “Tutti noi siamo opera delle tue mani” (64,7).

Nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera di Paolo ai Corinzi (1 Cor 1,3-9) scelto per questa domenica fa parte dell'apertura della prima lettera ai Corinzi, l’Apostolo afferma di essere molto contento della comunità di Corinto e i motivi di questa sua gioia. La comunità è ricca di carismi: “in Lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza” (1 Cor 1,). La comunità di Corinto è quindi ben ‘equipaggiata’ per affrontare ogni difficoltà della vita e orientarsi a Dio con fortezza e pace del cuore e Paolo la esorta quindi a vivere in attesa della manifestazione del Signore Gesù Cristo.

Commento al Vangelo

Con questa domenica, la prima del tempo della venuta di Cristo (Avvento), iniziamo la lettura del Vangelo secondo Marco che ci accompagnerà in questo nuovo anno liturgico (B).
Marco pone davanti ai nostri occhi la venuta del Figlio dell’uomo alla fine dei tempi e ci indica su come prepararsi a quel giorno. Egli comincia dicendo: “State in guardia e vegliate” (cfr. 13,33) per essere dei combattenti contro ogni pigrizia spirituale, contro ogni non consapevolezza della fede e della nostra umanità, contro l’acedia e la poca carità. L’ascolto della Parola di Dio ci illumina e rafforza, ci libera da ogni ipocrisia e incoerenza.
Nella breve parabola a ciascuno è dato un compito, un servizio da compiere con amore e al ‘portinaio’ viene data la responsabilità di tutta la comunità, è colui che è chiamato a vegliare e risvegliare tutti coloro che gli sono affidati. Ognuno ha il dovere di questa custodia nei confronti di chi gli vive accanto o perché famigliare o amico o perché presiede in una comunità civile o ecclesiale.

Commento francescano

Nell’esperienza e nella vita di Chiara la ‘vigilanza’ è testimoniata dalle sorelle al Processo di canonizzazione e confermata con altrettanta puntualità da Papa Alessandro IV nella Bolla di canonizzazione della Santa descrivendola come una donna “vigilante nella preghiera” ma al contempo premurosa e amabile verso le sue sorelle.
Leggiamo infatti:
“Era vigilante in orazione in contemplazione sublime, in tanto che alcuna volta, tornando essa da la orazione, la sua faccia pareva più chiara che lo usato, e da la bocca sua ne usciva una certa dolcezza” (FF 3026).
“Vigilante nel dovere, premurosa nell’adempimento del servizio a lei affidato, cauta nelle esortazioni, caritatevole nell’ammonire; desiderosa più di servire che di comandare, e di onorare le altre più che di essere onorata” (FF 3297).

Preghiera finale

O Dio, nostro Padre, nella tua fedeltà che mai vien meno ricordati di noi, opera delle tue mani, e donaci l'aiuto della tua grazia, perché attendiamo vigilanti con amore irreprensibile la gloriosa venuta del nostro redentore, Gesù Cristo tuo Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.




Pensiero del giorno

dal 20 al 26 novembre
tratto dal Messaggio di Papa Francesco per la I Giornata Mondiale dei poveri
Senza titolo

NON AMIAMO A PAROLE MA CON I FATTI

« Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità » (1Gv 3,18). Queste parole dell’apostolo Giovanni esprimono un imperativo da cui nessun cristiano può prescindere. La serietà con cui il “discepolo amato” trasmette fino ai nostri giorni il comando di Gesù è resa ancora più accentuata per l’opposizione che rileva tra le parole vuote che spesso sono sulla nostra bocca e i fatti concreti con i quali siamo invece chiamati a misurarci.

LA SEQUELA È L’AMORE

L’amore non ammette alibi: chi intende amare come Gesù ha amato, deve fare proprio il suo esempio; soprattutto quando si è chiamati ad amare i poveri. Il modo di amare del Figlio di Dio, d’altronde, è ben conosciuto, e Giovanni lo ricorda a chiare lettere. Esso si fonda su due colonne portanti: Dio ha amato per primo (cfr 1 Gv 4,10.19); e ha amato dando tutto sé stesso, anche la propria vita (cfr 1 Gv 3,16).
Un tale amore non può rimanere senza risposta. Pur essendo donato in maniera unilaterale, senza richiedere cioè nulla in cambio, esso tuttavia accende talmente il cuore che chiunque si sente portato a ricambiarlo nonostante i propri limiti e peccati. E questo è possibile se la grazia di Dio, la sua carità misericordiosa viene accolta, per quanto possibile, nel nostro cuore, così da muovere la nostra volontà e anche i nostri affetti all’amore per Dio stesso e per il prossimo.

UN PRIMO SEGNO IL SERVIZIO AI POVERI

È certamente uno dei primi segni con i quali la comunità cristiana si presentò sulla scena del mondo: il servizio ai più poveri. Tutto ciò le era possibile perché aveva compreso che la vita dei discepoli di Gesù doveva esprimersi in una fraternità e solidarietà tali, da corrispondere all’insegnamento principale del Maestro che aveva proclamato i poveri beati ed eredi del Regno dei cieli (cfr Mt 5,3).
« Vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno » (At 2,45). Questa espressione mostra con evidenza la viva preoccupazione dei primi cristiani. L’evangelista Luca, l’autore sacro che più di ogni altro ha dato spazio alla misericordia, non fa nessuna retorica quando descrive la prassi di condivisione della prima comunità. Al contrario, raccontandola intende parlare ai credenti di ogni generazione, e quindi anche a noi, per sostenerci nella testimonianza e provocare la nostra azione a favore dei poveri.

DAL DARE AI POVERI A STARE CON I POVERI

Quante pagine di storia, in questi duemila anni, sono state scritte da cristiani che, in tutta semplicità e umiltà, e con la generosa fantasia della carità, hanno servito i loro fratelli più poveri!
Tra tutti spicca l’esempio di Francesco d’Assisi, che è stato seguito da numerosi altri uomini e donne santi nel corso dei secoli. Egli non si accontentò di abbracciare e dare l’elemosina ai lebbrosi, ma decise di andare a Gubbio per stare insieme con loro. Lui stesso vide in quest’incontro la svolta della sua conversione: « Quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo » (Test 1-3: FF 110). Questa testimonianza manifesta la forza trasformatrice della carità e lo stile di vita dei cristiani.
Sempre attuali risuonano le parole del santo vescovo Crisostomo: « Se volete onorare il corpo di Cristo, non disdegnatelo quando è nudo; non onorate il Cristo eucaristico con paramenti di seta, mentre fuori del tempio trascurate quest’altro Cristo che è afflitto dal freddo e dalla nudità » (Hom. in Matthaeum, 50, 3: PG 58). Siamo chiamati, pertanto, a tendere la mano ai poveri, a incontrarli, guardarli negli occhi, abbracciarli, per far sentire loro il calore dell’amore che spezza il cerchio della solitudine.

UNA CHIESA CHE STIMA UNA CHIESA POVERA

La loro mano tesa verso di noi è anche un invito ad uscire dalle nostre certezze e comodità, e a riconoscere il valore che la povertà in sé stessa costituisce. Non dimentichiamo che per i discepoli di Cristo la povertà è anzitutto una vocazione a seguire Gesù povero. È un cammino dietro a Lui, un cammino che conduce alla beatitudine del Regno dei cieli (cfr Mt 5,3; Lc 6,20). Povertà significa un cuore umile che sa accogliere la propria condizione di creatura limitata e peccatrice per superare la tentazione di onnipotenza, che illude di essere immortali.
La povertà è un atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera, al lusso come obbiettivo di vita e condizione per la felicità. È la povertà, piuttosto, che crea le condizioni per assumere liberamente le responsabilità personali e sociali, nonostante i propri limiti, confidando nella vicinanza di Dio e sostenuti dalla sua grazia. La povertà, così intesa, è il metro che permette di valutare l’uso corretto dei beni materiali, e anche di vivere in modo non egoistico e possessivo i legami e gli affetti (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn.25-45).
Facciamo nostro, pertanto, l’esempio di san Francesco, testimone della genuina povertà. Egli, proprio perché teneva fissi gli occhi su Cristo, seppe riconoscerlo e servirlo nei poveri. Se, pertanto, desideriamo offrire il nostro contributo efficace per il cambiamento della storia, generando vero sviluppo, è necessario che ascoltiamo il grido dei poveri e ci impegniamo a sollevarli dalla loro condizione di emarginazione. Nello stesso tempo, ai poveri che vivono nelle nostre città e nelle nostre comunità ricordo di non perdere il senso della povertà evangelica che portano impresso nella loro vita.
Conosciamo la grande difficoltà che emerge nel mondo contemporaneo di poter identificare in maniera chiara la povertà. Eppure, essa ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, da sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata.

I POVERI SONO VOLTI

La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata! Ai nostri giorni, purtroppo, mentre emerge sempre più la ricchezza sfacciata che si accumula nelle mani di pochi privilegiati, e spesso si accompagna all’illegalità e allo sfruttamento offensivo della dignità umana, fa scandalo l’estendersi della povertà a grandi settori della società in tutto il mondo.
Dinanzi a questo scenario, non si può restare inerti e tanto meno rassegnati. Alla povertà che inibisce lo spirito di iniziativa di tanti giovani, impedendo loro di trovare un lavoro; alla povertà che anestetizza il senso di responsabilità inducendo a preferire la delega e la ricerca di favoritismi; alla povertà che avvelena i pozzi della partecipazione e restringe gli spazi della professionalità umiliando così il merito di chi lavora e produce; a tutto questo occorre rispondere con una nuova visione della vita e della società.

MANI BENEDETTE

Tutti questi poveri – come amava dire il Beato Paolo VI – appartengono alla Chiesa per «diritto evangelico» (Discorso di apertura della II sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, 29 settembre 1963) e obbligano all’opzione fondamentale per loro. Benedette, pertanto, le mani che si aprono ad accogliere i poveri e a soccorrerli: sono mani che portano speranza. Benedette le mani che superano ogni barriera di cultura, di religione e di nazionalità versando olio di consolazione sulle piaghe dell’umanità.
Benedette le mani che si aprono senza chiedere nulla in cambio, senza “se”, senza “però” e senza “forse”: sono mani che fanno scendere sui fratelli la benedizione di Dio. Al termine del Giubileo della Misericordia ho voluto offrire alla Chiesa la Giornata Mondiale dei Poveri, perché in tutto il mondo le comunità cristiane diventino sempre più e meglio segno concreto della carità di Cristo per gli ultimi e i più bisognosi. Alle altre Giornate mondiali istituite dai miei Predecessori, che sono ormai una tradizione nella vita delle nostre comunità, desidero che si aggiunga questa, che apporta al loro insieme un elemento di completamento squisitamente evangelico, cioè la predilezione di Gesù per i poveri.

I POVERI DALLE PORTE AL CUORE DELLA CHIESA

Invito la Chiesa intera e gli uomini e le donne di buona volontà a tenere fisso lo sguardo, in questo giorno, su quanti tendono le loro mani gridando aiuto e chiedendo la nostra solidarietà. Sono nostri fratelli e sorelle, creati e amati dall’unico Padre celeste. Questa Giornata intende stimolare in primo luogo i credenti perché reagiscano alla cultura dello scarto e dello spreco, facendo propria la cultura dell’incontro. Al tempo stesso l’invito è rivolto a tutti, indipendentemente dall’appartenenza religiosa, perché si aprano alla condivisione con i poveri in ogni forma di solidarietà, come segno concreto di fratellanza.
Dio ha creato il cielo e la terra per tutti; sono gli uomini, purtroppo, che hanno innalzato confini, mura e recinti, tradendo il dono originario destinato all’umanità senza alcuna esclusione.

Benedette le mani
che si aprono ad accogliere
i poveri e a soccorrerli:
sono mani che portano la
speranza.

Benedette le mani
che superano ogni barriera di cultura,
di religione e di nazionalità
versando olio di consolazione sulle piaghe
dell’umanità.

Benedette le mani
Che si aprono senza chiedere nulla in cambio,
senza “se”, senza “però”, senza “forse”:
sono mani che fanno scendere sui fratelli
la benedizione di Dio.

Per la Quaresima
il Monastero propone gli Esercizi spirituali aperti a tutti:
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