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NEWSLETTER n° 4 - 25 gennaio 2019

  • LO SPAZIO DELLA PROFEZIA - Luigi Bruni
  • LECTIO DIVINA - 27 Gennaio 2019 - III Domenica T.O. / C

Lo spazio della profezia:

per tutti e "contro-tempo"

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L’«Appello ai Liberi e Forti» di Luigi Sturzo fu un atto autenticamente profetico, e quindi ancora capace di ispirare la lettura del nostro tempo e l’azione. Ma quando si attinge acqua dal pozzo profondo della storia, occorre tornare alle domande non alle risposte. Le domande, soprattutto se sono grandi come quelle di don Sturzo, incorporano elementi che non invecchiano e continuano a generare vita, mentre le risposte per essere concrete e utili devono essere necessariamente incarnate nel contesto storico e quindi contingenti e relative. Chi vuole essere fedele alle domande deve cambiare le risposte, mentre chi si affeziona alle risposte storiche finisce inevitabilmente per tradire le domande originarie e vive.

Quell’appello nasceva da una visione della vocazione dell’Italia (che oggi ci manca drammaticamente), di cui sapeva ascoltare le vibrazioni morali e spirituali profonde. Conosceva le istituzioni civili ed ecclesiali. Ma le domande profetiche di Sturzo, e dei popolari, nacquero dalla capacità di ascoltare la propria gente e il grido dei poveri. La risposta, in un periodo in cui la 'grande innovazione' era la nascita dei partiti politici di massa, fu la creazione di un nuovo partito politico. Oggi, in un tempo in cui l’innovazione politica si sta esprimendo in forme e modi nuovi, creare semplicemente un nuovo partito non sarebbe forse una risposta all’altezza della domanda. Difficile pensare che aggiungere una parte in un universo politico e civile frammentato e frantumato, non congiuri ad aumentare la frammentazione e la frantumazione. Bisogna perciò riflettere con urgenza sul fatto che, oggi, quella stessa 'bandiera morale e sociale' può generare un luogo di tutti e per tutti, non un segmento ma un bene comune che ispiri e serva l’azione politica di tutti i partiti, attuali e nuovi. Un soggetto ampio, pluralista e bio-diversificato, che si collochi nella sfera del civile non del politico in senso stretto, e da lì sappia ispirare e animare partiti e governo.

Il cristianesimo dell’Italia di oggi è profondamente diverso da quello dell’Italia di Sturzo. Ma è ancora vivo e vivificante. La tradizione cristiana è però oggi minacciata soprattutto dal suo interno, da chi propone una concezione della fede come consumo emotivo, che difende nostalgicamente un passato che non c’è più perché il Dio cristiano è il Dio dei vivi e dell’oggi. La tradizione cristiana è minacciata da chi non sa e non vuole ascoltare più il grido dei poveri e delle vittime. Una grande domanda di Sturzo riguardava «la lotta all’analfabetismo». Oggi siamo immersi in un enorme e crescente analfabetismo di compassione e di pietas. Abbiamo perso già molto tempo, forse troppo. Nessun cambiamento civile e politico vero è possibile senza ricostruire questo patrimonio di pietas umana, che si sta esaurendo senza che nessuna agenzia globale lo denunci. Ci commuoviamo sempre di più di fronte alla sofferenza dei gatti e delle piante (e lo dobbiamo fare), ma stiamo dimenticando come si deve piangere diversamente e di più quando leggiamo che Omar è morto in mare con la sua pagella cucita nella tasca.

Tutti sentiamo l’urgenza di dare risposte politiche concrete, ma non dobbiamo dare risposte se non le abbiamo, altrimenti le diamo sbagliate e continuiamo a ritardare le azioni davvero necessarie e che siamo in grado di fare. Dovremmo dar vita a tutti i livelli a scuole di alfabetizzazione delle emozioni civili e dell’interiorità, per i bambini e per tutti, e parallelamente inondare il dibattito pubblico con nuove narrazioni. Il cristianesimo, anche quello ancora vivo e profetico, vive una grande crisi narrativa. Non riusciamo più a scrivere testi parlanti come quelli di Luigi Sturzo (o di Giuseppe Toniolo), diciamo troppo spesso parole d’amore in una lingua morta. Anche nell’ambito civile, economico e po-litico, dove le nostre parole parlano poco e solo a chi è già simile a noi, e sono mute per chi è diverso. Perché il cristianesimo generi un luogo per tutti, un bene comune per i liberi e le libere e forti, c’è quindi un urgente bisogno di una rivoluzione narrativa.

Dobbiamo esercitarci – insieme agli artisti, ai giovani, ai bambini, ai nuovi arrivati nel nostro Paese – a raccontare diversamente la nostra grande storia, i nostri valori, i nostri programmi economici, sociali e politici. Certi, però, che queste nuove narrazioni ci sono già, dobbiamo solo scoprirle non inventarle. E sono lì nella vita normale e popolare della gente normale del nostro Paese e del mondo. Sono molte, sono nascoste nel cuore delle gente e nelle relazioni di chi ha saputo attraversare questo scorcio di millennio senza incattivirsi, senza avvelenarsi l’anima, che non ha smesso di vedere il vicino di casa come una persona per bene, che sa cooperare, che ha uno sguardo buono sulla gente che lo circonda e che arriva sulla soglia di casa, che sa che prima delle parti politiche c’è l’umano intero. Che gira per le strade e sa vedere molte cose belle, ma sa che le cose più belle sono le persone. E quando il grande fiume esonda, sa che è tempo di cessare la polemica partitica e correre insieme a rafforzare gli argini.

In sintesi, l’umanesimo cristiano servirà il Paese e l’Europa, la politica e i partiti se tornerà a essere profezia. Quell’appello di cento anni fa deve dar vita a un movimento civile profetico, che sappia dire cose scomode, imprudenti, che non piacciono ai potenti e a chi difende, impaurito e arroccato, i propri interessi. Che quindi non prende né cerca voti perché dice cose che non corrispondono ai gusti dei consumatori di oggi. La profezia è sempre in contro-tempo. Se, paradossalmente, i Geremia, gli Ezechiele, gli Isaia e persino Gesù avessero dato vita a partiti politici, non avrebbero raggiunto l’un per cento dei voti. Ma con la loro azione e con le loro parole diverse hanno migliorato il mondo, e hanno generato secoli dopo civiltà e democrazia. La Chiesa oggi può rivivere una nuova stagione simile all’esilio in Babilonia o ai primi tempi del cristianesimo. Siamo pochi e 'senza potere', e quindi abbiamo la libertà di poter essere un 'resto fedele', sale e lievito per tutta la massa.

Quando l’impero romano stava crollando e gli abitanti di Roma e dell’Italia cercavano, impauriti, di difendersi dai 'barbari' – che, quella volta, scendevano dal Nord –, Agostino e Benedetto vedevano in quel crollo l’inizio di un nuovo mondo. E così non maledicevano, ma benedicevano quel loro tempo difficile. E generarono parole e opere, scritti, regole e monasteri che hanno edificato la Christianitas medioevale. Dobbiamo ridire diversamente le parole di Agostino e di Benedetto, dar vita a nuove opere, che oggi si chiamano banche, imprese, scuole, università, comunità, e altre che ancora non sappiamo chiamare per nome. E le dobbiamo dire e fare con la loro stessa libertà e profezia. Così daremo nuove risposte alle domande di Sturzo, e ne aggiungeremo di nuove, che insieme alle nostre nuove opere lasceremo in eredità alle generazioni future.
l.bruni@lumsa.it




LECTIO DIVINA

27 Gennaio 2019
III DOMENICA T.O. / C

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Ne 8,2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30; Lc 1,1-4; 4,14-21



L'uomo ha sempre cercato risposte ai suoi legittimi interrogativi, ma non sempre le cerca dove meglio le può trovare. Parole su parole, chiacchiere e rumore, immagini e visibilità, strategie... Clicchi su una tastiera è vai a trovare pareri, sentenze e opinioni. Purtroppo per la legge del mercato, che ha sempre cercato di guadagnare punti grazie ad un forte impatto sulla società, il palcoscenico dei Social Network non sempre adempie al valore educativo che da essi si potrebbe pretendere. È indispensabile un sano discernimento per filtrare notizie e responsi, davanti a chi vorrebbe svenderci soluzioni per la vita, a basso costo.
Nel silenzio la voce di Dio, trova più facilmente accoglienza. Vuol diventare luce sul nostro cammino, nutrimento di verità per tutta la nostra esistenza. Nella sinagoga di Nàzaret, mentre «gli occhi di tutti erano fissi su di lui», Gesù legge nel rotolo del profeta Isaia e applica a sé quell’annunzio. Anche noi che vogliamo leggere la Parola di Dio in modo sapienziale scopriamo che l'attualizzazione continua di quella Parola, che si cala nel nostro tempo senza perdere il valore della perennità, avviene in ciascuno di noi quando la incarniamo nella nostra vita: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».


Testo e commento alle Letture

Dal libro di Neemìa (8,2-4a.5-6.8-10)

In quei giorni, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci d'intendere; tutto il popolo tendeva l'orecchio al libro della legge. Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l'occorrenza.
Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. I levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. Neemìa, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i levìti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge.
Poi Neemìa disse loro: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza».

Un giorno di autunno del V secolo a. C., a Gerusalemme, in occasione di una grande festa nazionale il sacerdote Esdra proclama “il libro della legge di Mosè”, riconoscibile forse come una prima sintetica stesura del Pentateuco o come il solo Deuteronomio. Quella lettura pubblica della legge fatta da Esdra è considerata da alcuni come l’inizio della prassi, diffusa fino ad oggi tra gli Ebrei, di leggere ogni sabato nella sinagoga un brano della Torah, l’insieme dei primi cinque libri dell’Antico Testamento. Tra l’altro il capitolo di Neemìa mostra un modo di lettura esemplare nella Bibbia, come probabilmente era praticato in ambito giudaico in quel periodo.
È bella questa disponibilità di «uomini», «donne», e ragazzi in età sufficiente per «intendere», ad ascoltare la Parola di Dio «dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno» (v. 3a)! E che fossero proprio “assetati”, lo dice il fatto che «tutto il popolo tendeva l’orecchio» (v. 3b); forse si potrebbe interpretare in maniera simbolica anche il particolare che il sacerdote Esdra «lesse il libro sulla piazza» proprio «davanti alla porta delle Acque».
Ascoltando, gli Israeliti si commuovono riconoscendo i peccati commessi da loro e dai loro padri. Nasce così la comunità giudaica come nazione sacra, governata dalla legge divina e guidata dal sacerdozio. Ancora oggi però la Chiesa di Dio, il suo popolo santo, “ridiviene” Comunità proprio intorno alla sua Parola, dall’ascolto concorde.



Dalla Prima Lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (12,12-30)

Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.
E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Se il piede dicesse: «Poiché non sono mano, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. E se l’orecchio dicesse: «Poiché non sono occhio, non appartengo al corpo», non per questo non farebbe parte del corpo. Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito, dove sarebbe l’odorato?
Ora, invece, Dio ha disposto le membra del corpo in modo distinto come egli ha voluto. Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; oppure la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi». Anzi proprio le membra del corpo che sono più deboli sono le più necessarie; e le parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha disposto il corpo conferendo maggiore onore a ciò che non ne ha, perché nel corpo non vi sia divisione, ma anzi le varie membra abbiano cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui.
Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano?

Paolo ci aiuta a riflettere sulla realtà profonda della Chiesa, che è il corpo “unico” di Cristo, composto di varie membra. L’unione a Cristo, soprattutto grazie al dono della fede e ai sacramenti (cui potrebbe alludere l’espressione «dissetati da un solo Spirito»), ci fa contemporaneamente “uno e molteplice”, come lo sono le tante membra in un solo corpo. Ciascun membro è arricchito di doni da parte dell’”unico” Spirito di Dio e i vari carismi sono necessari all’armonia e alla piena realizzazione dell’insieme; per cui la tensione tra unità e pluralità si risolve nel movimento dell’edificazione.
L’Apostolo ci dà anche il paradigma di misura per capire se quest’unità che riceviamo in dono è poi vissuta da ciascuno nella pratica: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (v. 26). È dunque la "com-passione", il “sentire con” che ci dice se realizziamo il nostro essere fratelli, facendo nostre in qualche modo speranze e fatiche degli altri, del loro cammino. Si tratta – s’intende – di un condividere nella fede, non tanto di un avvertire a pelle (che gli alti e bassi dei nostri umori farebbero facilmente mutare)!



Testo e commento al Vangelo

Dal Vangelo secondo Luca (1,1-4; 4,14-21)

Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu posa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

La pericope mette insieme il Prologo al Vangelo (1,1-4) e la narrazione della vocazione di Gesù (4,14-21). Il salto che la liturgia qui ci fa fare, permette di notare come gli «avvenimenti» già «compiuti» di cui Luca parla fin dal primo versetto sono l'evento di "Gesù-Vangelo del Padre" in cui ogni promessa divina ha davvero il suo pieno compimento.
Chissà quante volte Gesù aveva ascoltato nella sinagoga le parole di Isaia che quel sabato «si alzò a leggere», ma quel sabato è diverso da tutti gli altri, perché dichiarerà apertamente che quelle parole profetiche si riferiscono a lui. In quel passo del Primo Testamento egli riconosce la propria vocazione e la propria missione. Tutti nella piccola Nàzaret in cui è cresciuto son convinti di conoscerlo bene: dove siamo nati, dove siam vissuti a lungo, pensano di conoscerci, ma chi ci conosce in profondità è solo il Signore. È la Parola di Dio penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto (cfr. Eb 4,12b-13). Attraverso la relazione con il Padre, soprattutto grazie alla "frequentazione" della sua Parola, scopriamo chi siamo veramente e a cosa siamo chiamati. C'è per ognuno un «oggi» in cui la Parola risuona con un accento nuovo, con un appello a seguire il Signore in un modo particolare. Anche noi leggiamo e ascoltiamo le Sacre Scritture anzitutto per gioire della salvezza che ci dona e poi per scoprire in esse il progetto che il Signore ha su di noi e, attraverso la missione affidataci, collaborare all'edificazione del suo regno.
Perché la Bibbia e i Vangeli ancor di più non sono stati scritti per raccontarci una storia che, quasi una fiaba, ormai conclusa potrebbe al massimo edificarci un po'. La Parola entra nelle pieghe della nostra storia umana, familiare, sociale, comunitaria e personale, sconvolgendola con una freschezza insolita. Essere discepoli di Gesù Cristo non vuol dire mandare a mente grandi idee ed elucubrazioni pseudo-spirituali, quasi fossero slogan da pubblicità, ma frequentando appunto la Parola di Dio e scorgendo in essa il senso e la direzione permettere che ancora, per mezzo di ciascuno, la Scrittura ascoltata, oggi si compia.



Commento patristico

«Lo Spirito del Signore è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione” (Is 61,1).
Dopo aver letto questo passo Gesù “arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui” (Lc 4,20). E ora, se volete, in questa riunione i vostri occhi possono scorgere il Salvatore. Quando tu avrai rivolto tutta l’attenzione del cuore a contemplare la sapienza e la verità dell’unigenito Figlio di Dio, i tuoi occhi vedranno Gesù. Beata quell’assemblea di cui ci parla la Scrittura, nella quale gli occhi di tutti stanno fissi su di lui. Come vorrei che anche di questa riunione si potesse dire la stessa cosa, che cioè gli occhi di tutti, dei catecumeni e dei fedeli, delle donne, degli uomini e dei bambini, non gli occhi del corpo, ma quelli dell’anima, vedono Gesù!».
(Origene, “Omelie su Luca”)



Commento francescano

C'è un passo delle Fonti in cui – con un riferimento evidente all'espressione che Gesù nel terzo Vangelo attribuisce a se – Bonaventura allude al fatto che, a somiglianza di lui, Francesco pure si lasciava ammaestrare dallo Spirito di Dio. Lo Spirito Santo difatti è presente in ciascun cristiano grazie ai sacramenti del Battesimo e della Confermazione e vuole prolungare nel tempo l'opera evangelizzatrice del Signore Gesù.

«Lo Spirito del Signore, che lo aveva unto e inviato” (cfr. Lc 4,18), assisteva il suo servo Francesco, ovunque si dirigeva […].
Era, la sua parola, come un fuoco ardente, che penetrava l’intimo del cuore e ricolmava di ammirazione le menti; non sfoggiava l’eleganza della retorica, ma aveva il profumo e l’afflato della rivelazione divina.
Una volta doveva predicare davanti al papa e ai cardinali; per suggerimento del cardinale di Ostia, aveva mandato a memoria un discorso stilato con ogni cura. Se non che, quando si trovò là in mezzo, al momento di pronunciare quelle parole edificanti, dimenticò tutto, così che non riusciva a dire niente del tutto. Allora, dopo aver esposto con umiltà e sincerità il suo imbarazzo, si diede a invocare la grazia dello Spirito Santo. Immediatamente le parole incominciarono ad affluire così abbondanti, così efficaci nel commuovere e piegare il cuore di quegli illustri personaggi, da far vedere chiaramente che non era lui a parlare, ma lo Spirito del Signore».
(LegM XII,7: FF 1210)



Orazione finale

O Padre, tu hai mandato il Cristo, re e profeta, ad annunziare ai poveri il lieto messaggio del tuo regno, fa’ che la sua parola, che oggi risuona nella Chiesa, ci edifichi in un corpo solo e ci renda strumento di liberazione e di salvezza. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

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