testa_news

NEWSLETTER n° 26 - 11 gennaio 2018

  • LECTIO DIVINA - 14 Gennaio 2018 - II Domenica T.O. / B
  • CHI E' LA PERSONA CHE DISCERNE? (Estratto da un articolo di Gaetano Piccolo, padre gesuita)

LECTIO DIVINA

14 gennaio 2018 - II Domenica T.O. / B

Senza titolo



1 Sam 3,3b-10.19; Sal39; 1Cor 6,13c-15a.17-20; Gv 1,35-42

Siamo nella II domenica del “Tempo Ordinario”, tempo di sequela e discepolato, che ci aiuta a vivere le dimensioni essenziali della vita di fede. Spesso il tempo ordinario continua a essere ritenuto semplicemente “il tempo in cui non si celebra niente”. In realtà esso ha un significato “straordinario” per la vita di ogni cristiano, è il tempo dedicato alla "ricerca" di Dio nella quotidianità della vita. A differenza degli altri tempi liturgici, il tempo ordinario non celebra un particolare mistero della vita del Signore e della storia della salvezza, bensì il mistero di Cristo nella sua interezza.

Commento alle letture

Nella prima lettura, tratta dal libro di Samuele, troviamo il racconto della chiamata di Samuele. Un figlio, dono di Dio ad una madre ritenuta sterile e umiliata e offesa dalla rivale, viene offerto al Signore «perché gli appartenga per tutta la vita» (1Sam 2,18.26).
L’incontro tra Samuele e Dio, avviene in tempi in cui la parola del Signore era rara, e le visioni non erano frequenti: tempi di decadenza religiosa e morale. Samuele - che «fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore» - risponde prontamente «eccomi!» alla voce che lo chiamava, pensando che fosse la voce di Eli, che per ben due volte lo rimanda a dormire!
Nella nostra vita c’è il rischio di frequentare il “tempio” senza “conoscere” la voce di Dio. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a capire: Eli, come il Battista nel Vangelo, è una buona guida che indirizza a Dio, non a se stesso. Così Samuele incontra Dio. Dio è colui che muove il primo passo e invita ognuno di noi a entrare in relazione con lui.

Nella seconda lettura, tratta dalla prima lettera ai Corinzi, Paolo osserva che il corpo è stato creato da Dio non per «l’impurità» (porneia, prostituzione), cioè in funzione di un piacere egoistico, ma «per il Signore»; e aggiunge: «Il Signore è per il corpo» (v. 13c). L’idea che i corpi dei credenti, cioè tutta la loro personalità da cui non è separabile l’aspetto fisico, siano membra di Cristo è ispirata a Paolo, sia dall’esperienza battesimale (cfr. 12,12-13.27), sia da quella eucaristica (cfr. 10,17).
«Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi» (v. 19). Il termine «tempio» indica la parte interna del santuario, dove era localizzata la presenza di Dio. La comunità era già stata presentata come tempio di Dio e dello Spirito santo (cfr. 3,16); in modo analogo anche il singolo cristiano, proprio in forza del suo rapporto con Cristo e con la chiesa, rappresenta il luogo in cui Dio abita. Lo Spirito è il dono di Dio per eccellenza, che caratterizza l’irrompere degli ultimi tempi; in forza dello Spirito che opera in loro, i credenti appartengono a lui, cessando così di appartenere a se stessi.

Commento al Vangelo

Un Vangelo che profuma di libertà, di spazi e cuori aperti. Andrea e Giovanni che lasciano il “vecchio” maestro (il Battista) e si mettono in cammino dietro a un “nuovo” maestro, Gesù, di cui ignorano tutto tranne la definizione folgorante del Battista: “Ecco l'agnello di Dio!” (v.35). Ecco l’animale dei sacrifici, immolato presso gli altari di tutto il mondo per togliere il peccato del mondo. Togliere il peccato del mondo è guarire da quel deficit d’amore e di sapienza che fa povera la nostra vita.
Gesù si voltò verso Andrea e Pietro che lo seguivano e disse loro «che cosa cercate?» (v.38), una domanda in cui troviamo in filigrana la definizione stessa dell’uomo: un essere in ricerca, con un punto domanda piantato in fondo al cuore! Ed è attraverso le domande del cuore che Dio ci educa alla fede. La domanda che cosa cerchiamo porta già in sé la risposta, potremmo dire che la domanda è già la risposta. Ciò che ciascuno di noi cerca è la possibilità di vivere nella quotidianità come nelle scelte più importanti, la propria unicità in relazione profonda con il suo Creatore. La prima cosa che il Signore Gesù ci chiede è metterci in un viaggio verso il luogo del cuore, rientrare al centro di noi stessi, incontrare il desiderio che abita le profondità della nostra vita.
La risposta dei discepoli: “Maestro dove abiti?” rivela tutta la loro insicurezza dei primi passi. La fede non è “fare”, “sapere” ma “conoscere”. Noi per primi siamo chiamati ad andare a vedere, a fare l’esperienza della sequela, cioè andare dietro di Lui. È dopo essersi fidati che i discepoli restano, accettano, si lasciano coinvolgere a tal punto che l’ora dell’incontro è segnato nel proprio cuore. Solo dopo avere fatto esperienza profonda di Lui del Suo sguardo nel mio sguardo, si può annunciarlo ad altri e dire: “Abbiamo trovato il Messia” (v. 41).

Commento Francescano

Abbiamo tante testimonianze che ci presentano S. Chiara, come una vera maestra e guida spirituale, infatti nel Processo di canonizzazione troviamo: “Sora Filippa, monaca del monasterio de Santo Damiano, giurando disse: che, dopo quattro anni da poi che santa Chiara venne alla Religione per predicazione de santo Francesco, essa testimonia intrò in quella Religione medesima, però che la preditta santa li propose come el nostro Signore Iesu Cristo per la salute de la umana generazione sostenne passione e morì in croce. E così essa testimonia, compunta, consentì de essere nella Religione e insieme con essa fare penitenzia.” (FF 2967)
Anche Chiara, come Eli, il Battista, è stata capace di indirizzare le sue figlie e sorelle verso l’Unico necessario per la nostra vita, il Signore Gesù.

Preghiera

Signore Gesù, Giovanni Battista vedendoti passare disse: «Ecco l'Agnello di Dio!». E i suoi discepoli ti seguirono. Concedi anche a noi di trovare maestri e guide che ci indicano il cammino, per poterTi incontrare e seguire. Facci fare esperienza di te, per divenire anche noi guide per il cammino degli altri e insieme poter dire: “Abbiamo trovato il Messia”. Amen.

CHI E' LA PERSONA CHE DISCERNE?

(estratto da un articolo di Gaetano Piccolo, padre gesuita)


Discernimento
Trovare il filo

Ci troviamo ogni giorno davanti a una quantità di frammenti che non sempre riusciamo con facilità e immediatezza a rimettere insieme dentro un tutto dotato di senso. Zygmunt Bauman descriveva le molteplici esperienze della vita come perle disperse che non sempre riusciamo a tenere insieme con un filo che permetta di comprendere la catena degli eventi. Il discernimento è proprio quell’esercizio ermeneutico che appartiene solo alla persona; è il tentativo, cioè, di attribuire un valore alle cose per decidere come stare davanti alla vita e cosa farne di quelle perle che continuamente ci troviamo tra le mani. Senza il discernimento i fatti della vita restano sciolti e incomprensibili.

Una persona che desidera

La prima parola del discernimento è desiderio. Una parola che ci riporta proprio a una mancanza: de- è la particella che indica questo vuoto. Non a caso il viaggio è da sempre una metafora della vita: ci mettiamo in viaggio per cercare un porto, una terra in cui essere felici, come i Magi, nel Vangelo di Matteo, che lasciano la terra delle loro sicurezze per cercare qualcosa che anima il loro cuore e li spinge fuori da se stessi (Mt 2,1-12). I Magi non possono che camminare nella notte, ovvero quando il buio permette di vedere le stelle. Non a caso la parola desiderio contiene anche questa immagine: sidussideris, «stella». Il buio, dunque, è certamente il tempo in cui non vediamo esattamente come stanno le cose; il buio può essere inquietante e pericoloso, ma è anche il momento propizio per metterci in viaggio. Proprio quando non ci sono stelle, infatti, la nostra vita diventa un dis-astro, perché ci ritroviamo nella notte senza una stella da seguire.
Il desiderio include una dimensione di sorpresa e di rischio: i Magi si inoltrano anche laddove non si aspetterebbero di trovare quello che cercano. Chi pretende di avere tutto sotto controllo e di muoversi solo quando tutto è chiaro, non si lascia muovere dai desideri e non parte mai.

Una persona che sente

L’antropologia biblica mette in evidenza dimensioni diverse dell’uomo. L’uomo è un essere corporeo ovvero indigente, effimero, bisognoso di cure, continuamente alla ricerca di ciò che può tenerlo in vita. Ma questo stesso uomo, proprio grazie alla sua dimensione fisica, prova anche emozioni che segnalano le sue reazioni davanti agli stimoli che riceve dal mondo esterno, è un uomo psichico, ovvero emotivo. Questo stesso uomo, poi, ha la capacità di riflettere e interpretare quello che sente, è un uomo pneumatico, capace di sentimenti, ed è questa dimensione che gli permette anche di mettersi in relazione con Dio, si tratta infatti della dimensione spirituale.
Questa descrizione mette in luce una distinzione fondamentale per il processo del discernimento: si tratta della distinzione tra le emozioni e i sentimenti, tra psiche e pneuma, tra anima e spirito.
Le emozioni sono, infatti, le nostre reazioni immediate agli stimoli esterni.
I sentimenti, invece, sono il risultato di un’interpretazione personale del soggetto. I nostri sentimenti sono sempre l’espressione di un’interpretazione che stiamo dando alle cose. Dal punto di vista spirituale, questa interpretazione può essere suggerita da Dio o dal Nemico. E’ qui che si inserisce propriamente il discernimento.

Una persona libera

Uno dei motivi per cui il discernimento non è di moda è il fatto che esso richiede un’assunzione di responsabilità. Discernere vuol dire esercitare la libertà rispetto alle passioni. Discernere vuol dire non andare dove ci porta il cuore, ma chiederci cosa ci spinga ad andare in una certa direzione piuttosto che in un’altra. La nostra volontà mette in luce una tensione, davanti alla quale il nostro intelletto è chiamato a riflettere. L’intelletto non obbliga la volontà, mostra piuttosto l’opportunità e le conseguenze. La nostra volontà rimane libera. E la persona è chiamata ad assumersi la propria responsabilità rispetto alla scelta di una certa strada.
Siamo autentici solo quando non ci abbandoniamo alla spontaneità, ma esercitiamo la nostra libertà davanti ai fatti della vita.

Una persona che decide

Le decisioni richiedono tempo: all’inizio, quando spuntano, grano e zizzania sono molto simili. Discernere vuol dire attendere per valutare ciò che dà vita e ciò che invece toglie vita. Arriva però il momento in cui occorre riporre il grano e bruciare la zizzania. È il tempo di una chiarezza sufficiente (mai totale) per decidere.
Ancora una volta, la dinamica della decisione fa emergere la struttura olistica della persona: è la volontà, ovvero il desiderio, che spinge l’intelletto a tornare nei luoghi reconditi della memoria per riconoscere e mettere insieme i frammenti dell’esperienza. È nell’interiorità, diceva infatti sant’Agostino, che è possibile vedere l’intero: «Totum conspicere».

Una persona ancorata alla realtà

Decidere è vedersi nel proprio presente: richiede un ritorno su di sé per confrontarsi con i limiti e le risorse della persona. Possiamo decidere bene solo se siamo sufficientemente consapevoli della realtà in cui siamo. È vero infatti che occorre elaborare possibili scenari tra cui scegliere, ma l’immaginazione funziona solo se è ancorata alla realtà, cioè se elabora percorsi e strategie realmente possibili.

Una persona che valuta

Sant’Ignazio afferma che il discernimento più difficile è quello che occorre fare davanti al bene. È proprio questo, infatti, il caso in cui possiamo maggiormente sbagliarci. Un bene non va scelto per il semplice fatto di essere un bene, ma occorre valutare se si tratta di un bene reale per la persona in questo momento. La situazione contingente della persona è un elemento fondamentale nella valutazione.
clicca il logo per entrare nel sito
LOGO_DR_TRASP_150
MailPoet