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NEWSLETTER n° 37 - 26 marzo 2018

  • MEDITAZIONE SUL SABATO SANTO, giorno della sepoltura di Dio: giorno del nascondimento di Dio, giorno dell'assenza
  • LECTIO DIVINA 29 Marzo 2018 - Giovedì Santo, Messa in coena Domini / B
  • LECTIO DIVINA 1 Aprile 2018 - Domenica di Pasqua, Risurrezione del Signore / B
  • LA VITA INTERIORE - cfr. Luciano Manicardi, priore di Bose

Il Sabato Santo,

giorno della sepoltura di Dio:

giorno del nascondimento di Dio,

giorno dell’assenza

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Ci lasciamo guidare dalle parole di Benedetto XVI: “Il mistero terribile del Sabato Santo, il suo abisso di silenzio, ha acquistato nel nostro tempo una realtà schiacciante… l’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un sabato santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa.”

Cristo è morto. Il sepolcro ha accolto il suo corpo e una pietra lo chiude. Tutto sembra finito. E’ il vuoto del cuore, la delusione dei discepoli. Il Sabato Santo è vuoto, la pietra del sepolcro copre il defunto, tutto è passato, la fede sembra essere definitivamente smascherata come fanatismo. Nessun Dio ha salvato questo Gesù che si atteggiava a figlio suo.
Quante volte anche noi proviamo il vuoto del cuore e sentiamo che Dio è assente nel nostro quotidiano? E’ l’esperienza dell’uomo che cerca il suo Dio, il suo salvatore. Quante volte nelle nostre decisioni quotidiane, lavorative, di vita, abbiamo il bisogno di Dio ma non lo sentiamo, sentiamo solo il suo grande silenzio. E’ come se la nostra vita sia solo una grande delusione; è la stessa esperienza dei discepoli di Emmaus che, nell’amarezza della delusione, ritornano a casa con il volto triste senza nemmeno accorgersi che Gesù cammina accanto a loro.

Il Sabato Santo è il giorno del nascondimento di Dio, giorno paradossale, inaudito che noi esprimiamo nel Credo con le parole “discese agli inferi”, disceso dentro il mistero della morte. Il Venerdì Santo potevamo ancora guardare il trafitto.
Viviamo in un mondo in cui l’immagine è al centro di tutto, arriviamo dall’altra parte del mondo con un click; vivere il sabato Santo senza neppure un crocifisso, una croce, è un grande vuoto, ci spiazza, ci disorienta, ma ci sprona a rimetterci in cammino.

La morte di Dio, in Gesù Cristo, è allo stesso tempo espressione della sua radicale solidarietà con noi. Il mistero più scuro della fede è nello stesso tempo il più chiaro di una speranza che non ha confini.
Solo attraverso il fallimento del Venerdì Santo, solo attraverso il silenzio di morte del Sabato Santo, i discepoli poterono essere portati alla comprensione di ciò che era veramente Gesù e di ciò che il suo messaggio stava a significare in realtà. Dio doveva morire per essi perché potesse realmente vivere in essi. Dobbiamo passare nella delusione dell'immagine che abbiamo di Dio, come i discepoli. Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui.

Vorrei condividere con voi una scena del Vangelo di Luca che anticipa in maniera straordinaria il silenzio del Sabato Santo e a che fare con i nostri sentimenti di paure e angosce.
"Un giorno salì su una barca con i suoi discepoli e disse: “passiamo all’altra riva del lago”. Presero il largo. Ora, mentre navigavano, egli si addormentò. Un turbine di vento si abbatté sul lago, imbarcavano acqua ed erano in pericolo. Accostata, lo svegliarono dicendo: “maestro, maestro, siamo perduti!”. E lui, destatosi, sgridò il vento frutti minacciosi; essi cessarono e si fece bonaccia. Allora disse loro: “dov’è la vostra fede?”(Lc 8,22-25).
Vi ricordate il profeta Elia quando una volta aveva preso in giro i preti di Baal, che inutilmente alzavano la voce verso il loro Dio, per farsi sentire caso mai Dio stesse a dormire.
Ma Dio non dorme realmente? Lo scherno del profeta non tocca anche i credenti che viaggiano con lui in una barca che sta per affondare?
Dio sta a dormire: non è questa l’esperienza della nostra vita? La Chiesa, la fede, non assomigliava a una piccola barca che sta per affondare, che lotta inutilmente contro le onde il vento, mentre Dio è assente?
I discepoli gridano nella disperazione estrema e scuotono il Signore, ma egli si mostra meravigliato e rimprovera la loro poca fede.
Come vivo la mia tempesta? Solo quando la tempesta sarà passata, ci accorgeremo di quanto la nostra fede fosse carica di stoltezza.

Ma cos’è realmente accaduto dietro quella pietra del sepolcro? È un grande mistero, si dice in maniera misteriosa “discese agli inferi”. Nessuno è in grado di spiegarlo veramente. Nessuno è in grado di spiegare cos’è realmente la morte e che cosa accade effettivamente quando si scende nelle profondità della morte.
Però, dobbiamo qui fare attenzione al fatto che la morte non è più la stessa cosa dopo che Cristo l’ha subita, dopo che egli l’ha accettata e penetrata; così come la vita, l’essere umano, non sono più la stessa cosa dopo che in Cristo la natura umana poté venire a contatto, e di fatto venne, con l’essere proprio Dio.

Noi siamo fortunati perché viviamo già l’esperienza della Pasqua, lo sappiamo già che è risorto, ma pensiamo ai discepoli che hanno vissuto il primo Sabato Santo nell’assenza più totale di Dio. Per noi la morte è anche vita e quando noi oltrepassiamo la glaciale solitudine della soglia della morte, ci incontriamo sempre nuovamente con Colui che è la vita, che è voluto divenire il compagno della nostra solitudine ultima e che, nella solitudine mortale della sua angoscia nell’orto degli ulivi e del suo grido sulla croce “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, è divenuto partecipe delle nostre solitudini.

Nel libro della Genesi troviamo un passo che esprime tutta la familiarità che Dio ha con l’uomo. “… udirono il Signore Dio che camminava nel giardino alla brezza del giorno e l'uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: "Dove sei?". Rispose: "Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto"(cfr. Gn 3). Il racconto di questo capitolo è un piccolo capolavoro della letteratura di tutti tempi. Ci mette, con arte, in un mondo dove si gode la bontà e la bellezza della creazione: Dio alla brezza del giorno passeggia nel giardino con Adamo e Eva. Il godimento più bello che si possa provare in un dialogo intimo tra l’uomo e Dio. Mi piace pensare che Gesù ‘scende negli inferi’ perché arde di desiderio per poter nuovamente passeggiare con Adamo ed Eva. Dio arde di desiderio per passeggiare con te. Come si fa a non commuoversi scoprendo che Dio vuole e desidera passeggiare con me.
Tutti abbiamo vissuto e sperimentato il buio dell’insicurezza, il carattere sinistro dell’esistenza di sé, cercando il senso del sé. C’è un’angoscia, quella vera, annidata nelle profondità delle nostre solitudini, che non può essere superata mediante la ragione, ma solo con la presenza di una persona che ci ama. Questa angoscia infatti non ha un oggetto a cui si possa dare un nome, ma è solo l’espressione terribile della nostra solitudine ultima.
Quanti di noi hanno sperimentato gli effetti positivi di una parola e di un gesto di affetto?
Ma dove però si ha una solitudine tale che non può essere più raggiunta dalla parola trasformatrice dell’amore, allora noi parliamo di inferno.

“Disceso agli inferi”: questa confessione del Sabato Santo sta a significare che Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo irraggiungibile e insuperabile della nostra condizione di solitudine.
L’inferno è stato vinto dal momento in cui l’amore è entrato nella regione della morte e la terra di nessuno della solitudine è stata abitata da Lui.
Cristo è penetrato nel nascondimento, ma nello stesso tempo, proprio nel cuore del buio impenetrabile, egli è penetrato nella sicurezza, anzi è diventato la sicurezza ultima. La nostra garanzia davanti al Padre.
Anche la parola del salmo è diventata vera: “Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti”. (Sl 138 )
Proprio in questa garanzia che cogliamo i primi raggi luminosi, che fanno fare un cammino alla nostra delusione e ci portano la piena consapevolezza del grande dono di salvezza.



Santa Chiara nel suo testamento scriveva: “…poi Francesco, osservando attentamente e che, pur essendo deboli e fragili nel corpo, non ricusavamo nessuna indigenza, povertà, fatica, tribolazione, o ignominia e disprezzo del mondo, anzi, al contrario, li ritenevamo grandi delizie sull’esempio dei santi e dei suoi fratelli, avendoci esaminato frequentemente, molto se ne rallegro nel signore.”(TestsC. 28)
Chiara, ricordando decine di anni dopo questi eventi iniziali, con un certo orgoglio e forse un po' di rimpianto per quell'entusiasmo degli inizi, accentua il fatto che non solo non temevano quella condizione di vita disagiata, precaria e disprezzata ma addirittura la consideravano come “grandi delizie”, ne godevano intimamente. E’ l’esperienza della gioia nascosta, riservata gli amici di Dio, la gioia del mistero pasquale, di chi trova la vita dentro la morte, e, in altre parole, l’esperienza della “perfetta letizia”. Chi partecipa in qualche modo alla dinamica dell’abbassamento di Gesù non può che gustare nel profondo del cuore questa gioia pasquale, anche in mezzo alla sofferenza.

Il cristiano non è fermo all’esperienza della croce e del Venerdì Santo ma, nell’attesa e nel silenzio del Sabato Santo, è proteso verso il futuro. Il Credo Apostolico afferma che “ discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente: di là verrà a giudicare i vivi e i morti”: questa è la speranza, che Cristo non è soltanto morto e risorto ma anche Colui che sta per venire. Per il cristiano la croce è quindi segno della speranza. Lo spirito della speranza, che alita sulle preghiere del Sabato Santo, dovrebbe nuovamente penetrare tutto il nostro essere cristiani.



O Signore, illumina le nostre anime con la Speranza perché riconosciamo la tua croce e procediamo protesi al futuro, incontro al giorno della tua venuta. Amen.

LECTIO DIVINA

29 Marzo 2018 - Giovedì Santo - Messa in coena Domini / B

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Es 12,1-8.11-14; sal 115, 12-13. 15-18; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

Cominciando il Triduo pasquale con la Messa in Coena Domini del Giovedì Santo, risuonano nel cuore le parole di Gesù riportate dall’evangelista Luca: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi prima della mia passione” (Lc 22,15). La Liturgia odierna, con il gesto della lavanda dei piedi compiuto da Gesù, rivela come questo ardente desiderio si compia nel servizio che Egli rende ai suoi “amandoli sino alla fine” (Gv 13,1).
Perché Signore? – verrebbe da chiedergli - Perché sei arrivato ad abbassarti così tanto? Egli ha compiuto in pienezza il progetto di salvezza che il Padre gli aveva affidato.
All’uomo di ogni tempo che, come i discepoli, cerca il primo posto, il Maestro è venuto ad insegnare che bisogna sporcarsi e scendere in basso per poter incontrare l’uomo e il Dio che lo abita.

Commento alle letture

Nella I lettura, il Signore ordina al popolo, per bocca di Mosè, “di procurarsi un agnello per famiglia” (Es 12,3), per celebrare la Pasqua. Esso doveva essere: “maschio, nato nell’anno” e “senza difetto”. In quanto simbolo della Pasqua di liberazione dalla schiavitù dell’Egitto (e da tutto ciò che teneva Israele lontano dal ‘suo Dio’!), con il sacrificio dell’agnello si radunava tutta la comunità degli israeliti al tramonto. Così si faceva memoria della notte in cui il Signore liberò il suo popolo dalla schiavitù.
Nella II lettura, colui che è “senza difetto e senza macchia”, prefigurato nel sangue dell’agnello ‘sgozzato’, “come immolato” (Ap 5,6) è Gesù che, nell’Ultima Cena, anticipa il suo sacrificio e che Paolo “trasmette” (1 Cor 11,23) alla comunità di Corinto, biasimandoli per il modo indegno di celebrare ‘la Cena del Signore’. L’Apostolo afferma che il Signore “nella notte in cui veniva tradito” (11,23), offrì se stesso per la salvezza del mondo ‘nei segni del pane e del vino’. La consegna che Cristo fa in quella cena, trasforma la Passione da frutto della malvagità e del rifiuto dell’uomo in dono d’amore che Egli fa di se stesso al Padre ‘per i suoi fratelli’.

Commento al Vangelo

Nella pericope evangelica odierna, l’evangelista Giovanni narrando il gesto della Lavanda dei piedi fatto da Gesù, mostra quale coscienza abbia avuto il Signore nell’affrontare la sua morte e del perché Egli si offre (Gv 13,1). Gesù intende vivere la ‘sua Ora’ non per costrizione ma per amore, e questo sino all’ultimo istante della sua vita.
Per questo si fa Servo. Giovanni ci dice che alzatosi da tavola, “depose le vesti” (13,4). Questo gesto e il chinarsi di Gesù, lascerà i discepoli, di cui Pietro si fa interprete, nella condizione di chi non accetta un Dio così, un Dio che per amore si ‘abbassa’ a lavare i nostri piedi. Gesù, in questo modo vuole insegnare ad amare: “Vi ho dato un esempio” (13,15), non vuole imporre un comandamento che non abbia vissuto Lui in prima persona (v. 15). È per questo che “il Signore e il Maestro” rimane, pur sedendo a tavola, ‘Servo’.
L’imitazione di Gesù nell’amore e nel servizio è ciò che regge la comunità rendendoci simili a Lui.

Commento patristico

Melitone di Sardi non è un santo molto noto, ma la sua ‘Omelia in preparazione alla Pasqua’ è la più antica omelia pasquale cristiana giunta fino a noi, ed è tutta una contemplazione della Persona e del Mistero di Cristo, messo al centro del cosmo e della storia:
«È Lui, che in una Vergine s’incarnò, che sul legno fu sospeso, che in terra fu sepolto, che dai morti fu risuscitato, che alle altezze del cielo fu elevato. È Lui l’agnello muto, è Lui l’agnello sgozzato, è Lui che nacque da Maria, l’Agnella pura, è Lui che fu preso dal gregge e all’immolazione fu trascinato, è Lui che di sera fu immolato e di notte seppellito; è Lui che sul legno non fu spezzato, che in terra non andò dissolto, che dai morti è risuscitato. È Lui che ha risollevato l’uomo dal profondo della tomba».

Commento francescano

San Francesco, nel suo Testamento, facendo eco alla parola di Gesù “fate questo in memoria di me” parla dell’Eucaristia in relazione alla persona del sacerdote.
Dice il Santo:

“….E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori, e non voglio in loro considerare il peccato, poiché in essi io vedo il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri”(FF 113).

Questo passo del Testamento fa pensare a quanto sia fondante per un sacerdote (e per ogni cristiano) assumere nella vita le parole consegnate da Gesù nell’Ultima Cena; di dirle, cioè, non solo in Persona Christi, ma anche in persona propria. Questo cambierà la vita di ciascuno, se accetteremo di condividere non solo quello che Gesù ha detto ma di vivere come Lui ha vissuto. Ciò ci condurrà a dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”.

Orazione finale

O Dio, che ci hai riuniti per celebrare la santa Cena nella quale il tuo unico Figlio, prima di consegnarsi alla morte, affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore, fa che dalla partecipazione a così grande mistero attingiamo pienezza di carità e di vita. Per Cristo nostro Signore. Amen.

LECTIO DIVINA

1 Aprile 2018 - Domenica di Pasqua - Risurrezione del Signore / B
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At 10, 34a. 37-43; Sal 117; Col 3, 1-4; Lc 24,13-35



Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” (v. 34). È con questa frase che si potrebbe descrivere lo stupore del cuore dei discepoli dopo il terremoto della passione del Signore. La mattina di Pasqua fino alla sera, è un susseguirsi di passaggi: dalla delusione alla gioia, dallo stare chiusi in casa, al correre. È bello cogliere la fretta e la ricerca, la fedeltà che va al di là delle delusioni. Come i discepoli di Emmaus “speravamo che fosse Lui a liberare Israele” (v 21). Ecco il cammino della Pasqua: la corsa di Maria di Magdala, di Pietro e Giovanni, dei discepoli di Emmaus che ritornano a Gerusalemme.
Tutti i racconti dopo la Risurrezione, sono racconti di movimento. È l’incontro con il Signore che ci trasforma, che mette fuoco al cuore, imprime forza ai nostri passi, da energia all’azione, alla vita. La gioia della Pasqua matura solo sul terreno di un amore fedele.

Commento alle letture

Nella prima lettura, tratta degli Atti degli apostoli, troviamo Pietro che si fa voce della prima Chiesa per portare l’annuncio della fede cristiana e cioè la vita, morte e resurrezione del Signore Gesù Cristo.
Pietro, con gli altri apostoli, passato il primo momento di stordimento e di abbandono per la passione e morte di Gesù, cominciano ad “azzardare” i primi discorsi che implicavano la Risurrezione. Possono dire e descrivere la grandezza di Gesù, le sue parole, i suoi gesti, ma non possono parlare o descrivere il momento della risurrezione. Non l’hanno vista, non c’erano. Per questo Pietro dice: “e Dio che lo ha risuscitato dai morti” (v. 40). Solo grazie alla fede si può “immaginare” che la resurrezione sia stato un intervento diretto, forte di Dio. La risurrezione è un incontro con Gesù risorto, che ci fa gustare il dono della salvezza “chi crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome”(v. 43). “Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni” (v. 37). Pietro rilegge la dimensione storica dell’evento di Gesù attraverso l’esperienza vissuta con il maestro, come esperienza di fede. Dichiara di essere testimone privilegiato, di aver “mangiato e bevuto con lui.” (v. 41b)
E’ questa familiarità umana che indica la predilezione del Signore nella sua manifestazione di Risorto. Per quanto la resurrezione sia opera di Dio, tanto la sua manifestazione necessita di umanità, di una umanità semplice che si tesse di quotidiano. La nostra quotidianità è il luogo della manifestazione del divino. E’ necessario accogliere la storia con serena umiltà, saperne leggere i segni della rivelazione, le indicazioni che Dio ci dona, per fare esperienza della risurrezione.

Il brano della seconda lettura (Col 3,1-4) fa parte della seconda sezione della lettera ai Colossesi, quella dedicata all’esortazione: “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù”(v 1). Paolo, nel secondo capitolo, aveva messo in guardia i Colossesi dalla “loro eresia”, cioè il culto degli angeli e un insieme di pratiche ascetiche che niente avevano a che fare con il Vangelo predicato da Paolo.
I colossesi, come noi oggi, sono chiamati a vivere da risorti, a rivolgere lo sguardo verso Gesù. Essi sono morti allo stile di vita che conducevano prima di conoscere il Vangelo.“Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio”(v.3). Ciò non significa una fuga dal mondo o dalla storia, ma si concretizza in uno stile di vita e di rapporti sociali. “Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete come lui nella gloria” (v. 4). Chi ha abbracciato la sorte di Cristo attraverso il battesimo, è come nascosto il mondo, la sua realtà profonda e autentica, è come se fosse “velata”. Questa attesa della manifestazione piena di Cristo, tempera ogni pretesa trionfalistica o dall’altro lato corregge quella fuga utopica che non tiene conto del quotidiano e della storia.

Commento al Vangelo

Oggi abbiamo scelto di proporvi come Vangelo, il brano di Luca(24,13-35), della messa vespertina. Lo abbiamo fatto perché ci sembra che porti a compimento ed esprime molto bene l’esperienza del cuore, nel momento dell’incontro con il Risorto. La presenza del Risorto, come Verbo Incarnato, si accoglie e non costringe a credere, non fa effetti speciali; il Risorto si pone in cammino nella nostra realtà. Proviamo quindi a rileggere questo brano.
Chi ha accompagnato Gesù a Gerusalemme (liturgia domenica delle palme), in una sola settimana ha visto di tutto. Gesù è stato acclamato come re e accolto in maniera trionfale; ha ardentemente desiderato mangiare la cena di Pasqua con i suoi; e durante la cena ha rivelato il valore della carità con la lavanda dei piedi; ha impegnato i suoi discepoli con il comandamento dell’amore; ha lasciato un segno della sua presenza, spezzando il pane e versando il vino; poi è stato arrestato; ha sopportato tradimenti, rinnegamento e abbandono; è stato condannato a morte, su una croce, morto, sepolto…
Tutto è finito, si chiude, si torna a casa. Nel giro di una settimana sono sfumati progetti, speranze, attese e illusioni che erano cresciute nei suoi discepoli in tre anni di sequela. Tutto è sparito, tutto è scomparso, tutto è definitivamente diventato nulla, dietro quella grande pietra rotolata all’entrata di quel sepolcro. Sembra di sentire l’angoscia, i pianti, la delusione e lo sbigottimento agitarsi nell’aria tra i suoi discepoli, così due di loro ritornano a casa, decidono di tornare alla realtà di prima, alla vita di ogni giorno.
Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma loro erano impediti a riconoscerlo” (v.15-16). Il Risorto ci cerca nelle nostre paure e delusioni. A volte l’amarezza della delusione è più dolorosa di una morte. Il Risorto si fa carico di questa situazione, se la fa raccontare questa sofferenza, li ascolta, permette loro di dire la delusione e in ciò cammina con loro, “noi speravamo che gli fosse colui che avrebbe liberato Israele” (v. 21).
La prima cosa che Gesù fa, per chi si lascia raggiungere dal suo sguardo, è di leggerci dentro nel cuore. C’è un luogo preciso dove il Risorto oggi vuole raggiungerci. Lui si fa vicino, ascolta con pazienza ma una volta che è entrato, parla di sé, porta il nostro baricentro su di lui.
E il primo miracolo si compie già lungo la strada: “non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le scritture?” (v. 32)
La Pasqua è tempo di ascolto della Parola. A Emmaus Gesù, “fa come se dovesse andare più avanti” (v.28), Gesù per farsi riconoscere ci chiede il permesso, è come se consegnasse a noi la sua risurrezione: chiede una partecipazione alla sua salvezza; un gesto concreto che manifesti la nostra fede: Resta con noi perché si fa sera e il giorno e ormai al tramonto”(v.29).
E questo resta con noi perché si fa sera, è il nostro bisogno di lui, è la nostra sera, il nostro buio. Gesù entra, compie il gesto dello spezzare il pane, lì lo riconobbero. Capiamo la forza del gesto che lui ha compiuto nell’ultima cena, compiuto proprio per avere un gesto da rifare dopo la resurrezione, che spiegasse l’offerta della sua vita. La croce è riletta. Il contenuto del pane spezzato è la croce. Ma la croce senza il pane è un evento vuoto, ingiusto. Nel pane spezzato consegnò se stesso, la presenza Sua di Risorto. Nel momento in cui lo riconoscono, scompare e rimane il suo pane spezzato, quasi a dire che è più importante la Sua presenza in quel pane che non la sua apparizione. Lui ha scelto di continuare la logica dell’incarnazione, donando la sua presenza nell’umiltà del pane. Il pane spezzato è più delle apparizioni del Risorto, perché esso spiega l’apparizione, che altrimenti sarebbe rimasta vuota. Questo pane è una forza strepitosa: ha la possibilità di farlo riconoscere, di rimetterli in cammino; hai il potere di trasformare la vita, se ne vanno col volto gioioso. La conoscenza di Lui trasfigura, fa tornare a Gerusalemme, luogo della sua morte, il luogo preciso della nostra sofferenza, ma ci tornano con un volto nuovo, con la gioia di poter dire a chi è ancora chiuso nella sua delusione: “Gesù è vivo ed è apparso a me”.

Commento Patristico

Sant’Agostino dice: “La fede dei cristiani è la risurrezione di Cristo. Non è gran cosa credere che Gesù è morto; questo lo credono anche i pagani, tutti lo credono. Ma la cosa veramente grande è credere che egli è Risorto”.

Commento francescano

La vita di Chiara e Francesco è come un grande libro illustrato, ci svela la ricchezza del Vangelo. Essi sono la scia luminosa di Dio. In queste figure ha voluto dimostrarci come si fa ad essere cristiani; come si fa a svolgere la propria vita in modo giusto, a vivere secondo il modo di Dio. Nel cammino di fede, infatti, ciascuno di noi è guidato e illuminato dalla scoperta di un tratto nuovo del volto di Dio, conosciuto nella verità: è conoscenza intima e profonda, rischiarata dalla preghiera e compreso all'interno della relazione con il Tu di Dio; a volte è conoscenza incarnata nel volto di un fratello o di una sorella che si fanno Epifania di quella verità. Ci sono dei passaggi nella vita di Chiara in cui realmente cogliamo qualcosa di nuovo operato da Dio, una crescita in umanità e nella sua conformazione a Cristo, una trasformazione. Passaggi reali di Dio, che le hanno chiesto un lasciare qualcosa per un bene maggiore, una morte per la vita; passaggi in cui Chiara ha sperimentato la povertà nei suoi diversi aspetti (povertà materiali ma anche relazionali) e che sono stati decisivi per la sua santificazione, per la sua pienezza in umanità “Cristiforme”. Sono passaggi significativi che di volta in volta hanno creato in Chiara qualcosa di nuovo, l'hanno fatta sempre di nuovo "uscire dalla propria terra", l'hanno trasformata "di povertà in povertà" nell'immagine di Cristo, fino a che il modo di Cristo si è realizzato pienamente in lei e nel suo vivere la vocazione evangelica. Un dono che si è compiuto, nella logica della Pasqua, proprio al culmine della sua espropriazione, quando prima di morire chiese ad una sorella a lei vicino: “ Vedi tu lo Re della gloria, lo quale vedo io?” (FF3017).

Orazione finale

Signore Gesù Cristo, nell'oscurità della morte, Tu hai fatto luce; nell'abisso della solitudine più profonda abita ormai per sempre la protezione potente del Tuo amore; in mezzo al Tuo nascondimento possiamo ormai cantare l'alleluia dei salvati. Concedici l’umile semplicità della fede, che non si lascia fuorviare quando Tu ci chiami nelle ore del buio, dell’abbandono, quando tutto sembra apparire problematico; concedici, in questo tempo nel quale attorno a Te si combatte una lotta mortale, luce sufficiente per non perderti; luce sufficiente perché noi possiamo darle a quanti ne hanno ancora più bisogno. Fai brillare il mistero della Tua gioia pasquale, come Aurora del mattino, nei nostri giorni; concedici di poter essere veramente uomini pasquali in mezzo al sabato Santo della storia. Concedici che, attraverso i giorni luminosi e oscuri di questo tempo, possiamo sempre con animo lieto trovarci in cammino verso la Tua gloria futura. Amen.

LA VITA INTERIORE

cfr. Luciano Manicardi, priore di Bose
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La vita interiore è risorsa disponibile solo se si osa l’avventura della conoscenza di sé, dell’educazione, del primato accordato ai valori umani. L’inefficacia del discorso moralistico e impositivo e il logoramento di quello esortativo e paternalistico confermano l’esigenza di cercare altrove le risposte e le indicazioni per il futuro.
Nell’educare, l’altro [il giovane rispetto all’adulto] appare come domanda, come interrogativo. Che non vuole risposte immediate, ma chiede ascolto. Domanda che gli si dia tempo. Ci chiede di fermarci e di sospendere le nostre attività per restargli accanto e ascoltarlo. Inter-rogare etimologicamente vuol dire «domandare tra, in mezzo»: ossia instaurare una pausa nei ritmi dell’agire quotidiano. L’interrogativo opera l’interruzione di un discorso, di un’azione. Agli adulti spetta dunque di essere in grado di fermarsi. Avere il coraggio di non-agire, di non-fare per essere semplicemente presenza a servizio del giovane.
Occorre coraggio per entrare in se stessi e per fare emergere la propria verità interiore. Pensare, interrogare, riflettere, essere attenti e vigilanti, elaborare interiormente le esperienze, conoscere momenti e periodi di silenzio e solitudine, rientrare in se stessi, concentrarsi, sono elementi essenziali di questo cammino interiore. Particolarmente difficile è entrare in contatto con la sofferenza profonda che abita in noi. Solo prendendo contatto con la sofferenza profonda che abita in noi, potremo anche entrare in contatto con la sofferenza degli altri e perciò incontrare in verità gli altri.
Molteplici sono le paure che noi opponiamo all’esperienza di essere amati. L’amore è gratuito ma anche esigente. L’esperienza più frequente è quella della chiusura all’amore: indifferenza, odio, freddezza. Normalmente siamo molto più interessati e attenti a coloro che amiamo piuttosto che a coloro che ci amano. L’esperienza dell’essere amati chiede al credente di saper nominare le proprie emozioni. In noi, per esempio, abitano collere e queste vanno riconosciute e comprese, per poter essere volte in senso positivo, per trasformare l’energia negativa in forza vitale.
Momento centrale del cammino di maturazione umana è il riconoscimento delle carenze che ci abitano, della vulnerabilità, delle debolezze precise: a livello psicologico, morale, intellettuale, spirituale, affettivo, sessuale. Accettare la propria mancanza. Queste debolezze costituiscono certamente una dolorosa ferita interiore ma, una volta accolte, possono divenire lo spiraglio che lascia entrare il raggio luminoso della grazia divina. Il momento dell’accettazione delle proprie lacune e deficienze è doloroso e critico, ma la crisi è necessaria al nascere. E per quanto ci possa spaventare la parola «crisi», occorre ricordare che la crisi più grande nella nostra vita è alle nostre spalle: la nascita è stata l’evento traumatico doloroso più decisivo, ma ovviamente anche il più vitale. E forse, la cosa più grave nel corso di un’esistenza è l’assenza di crisi, il restare alla superficie delle cose, il non andare mai in profondo, e dunque, anche un po’ a fondo.
È importante incontrare uno sguardo che, amandoci, ci sveli la nostra bellezza, che è sempre «bellezza agli occhi di qualcuno». Questo sguardo ci dice che l’unico nostro compito, in cui nessuno può sostituirsi a noi, è quello di diventare noi stessi. Imitare altri, o diventare cloni di altri non farebbe la nostra felicità.
La capacità di condividere, di non fare riserve di sé, di trovare la propria realizzazione personale e la propria gioia nel donare è il vertice di ogni cammino formativo ed è il culmine della maturità umana. Maturità che ha sempre a che fare con la capacità adulta di amare e con la capacità di lavorare efficacemente, il che significa anche la capacità di soffrire. La crescita umano-spirituale della persona raggiunge il suo fine nella capacità di amare. Nel diventare uomini e donne di passione, che conoscono la passione e la sofferenza dell’amore.
La fiducia è la matrice della vita ed è la forza che consente alla persona di non farsi vincere dalla paura, anzi, dalle tante paure che possono abitarla. Questa fiducia consentirà anche lo svilupparsi di una relazione con il tempo equilibrata e non patologica: assumere serenamente il proprio passato senza restarne ostaggio, senza continuare a vivere sotto la sua ombra lunga; aderire all’oggi, al presente senza nutrire sterili fughe in avanti o regressioni all’indietro, proiettarsi verso il futuro senza paure, ma anche senza evasioni e fughe in avanti. E sempre confidando nel Signore misericordioso e compassionevole, autore e perfezionatore della fede, ma anche della nostra umanità.
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