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NEWSLETTER n° 8 - 2 marzo 2019

  • LA FATICA DI SCENDERE NEL CUORE - Enzo Bianchi
  • LECTIO DIVINA - 3 Marzo 2019 - VIII Domenica T.O. / C

La fatica di scendere nel cuore

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Uno degli elementi distintivi della spiritualità cristiana è sempre stato l'attenzione alla dimensione dell'interiorità: la santità non consiste in un insieme di prestazioni, fossero pure buone, sante o eroiche, ma si colloca sul piano dell'essere e tende alla conformazione a Cristo dell'intera persona. Questo significa che la sequela di Cristo esige che l'umano non venga mai disgiunto dallo spirituale e che al movimento di conoscenza del Signore si accompagni sempre il parallelo movimento di conoscenza di sé.

È veramente libero chi conosce se stesso, perché questi può nutrire un rapporto equilibrato con la realtà e con gli altri e scoprire motivi di speranza e di fiducia nel futuro. Il processo della conoscenza di sé consiste nella risposta a un appello: l'appello che si fa sentire in noi, per esempio, quando proviamo il bisogno di starcene soli per un po' di tempo per riflettere e pensare, per «tirarci fuori» dal quotidiano che rischia di intontirci con la sua ripetitività o di travolgerci con i suoi ritmi esasperati. Si tratta dell'appello a compiere un esodo attraverso l'interiorità, un viaggio all'interno di se stessi, viaggio che si svolge ponendosi domande, interrogando se stessi (Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Che senso ha ciò che faccio? Chi sono gli altri per me? ... ) riflettendo, pensando, elaborando interiormente ciò che si vive di fuori. Solo così, attraverso l'interiorizzazione, si diviene soggetti della propria vita e non ci si lascia vivere. Certo, questo cammino nella propria interiorità, questa discesa nel proprio cuore è molto faticosa e dolorosa: normalmente noi la respingiamo, ne abbiamo paura, perché temiamo ciò che di noi può emergere, ciò che di noi può esserci svelato.

La conoscenza di sé esige attenzione e vigilanza interiore, quella capacità di concentrazione e di ascolto del silenzio che aiuta l'uomo a ritrovare l'essenziale grazie anche alla solitudine. Allora si perviene ad habitare securo, ad abitare la propria vita interiore e si consente alla propria verità interiore di dispiegarsi a noi: è anche allora che la conoscenza di noi stessi diviene conoscenza dei limiti, delle negatività, delle lacune che fan parte di noi e che normalmente tendiamo a rimuovere pur di non doverli riconoscere. La conoscenza della propria miseria, accompagnata dalla conoscenza di Dio, può allora divenire esperienza della grazia, della misericordia, del perdono, dell'amore di Dio. Ciò che prima si conosceva per sentito dire, ora diviene esperienza personale. Si tratta di mai scindere questi due momenti dell'itinerario spirituale: la conoscenza di sé e la conoscenza di Dio. Infatti, la conoscenza di sé senza la conoscenza di Dio ingenera la disperazione, e la conoscenza di Dio senza la conoscenza di sé produce la presunzione.

Enzo Bianchi

LECTIO DIVINA

3 Marzo 2019
VIII DOMENICA T.O. / C

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Sir 27,4-7; Sal 91(92); 1Cor 15,54-58); Lc 6,39-45;



La parola relazione è da ricollegarsi al latino relatio, a sua volta da relatus, participio passato di referre = riferire, riportare, stabilire un legame.
La stessa etimologia ci rivela il forte nesso tra la parola (il riferire) e la relazione (stabilire un legame). La parola è uno dei mezzi che costruiscono la relazione. A sua volta, la relazione può condizionare la parola o educare alla parola. Esiste, quindi, un rapporto di influenza reciproca, che può essere vitale o mortifero.

Testo e commento alle letture

Dal libro del Siracide (27,4-7)
4Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti;
così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti.
5I vasi del ceramista li mette a prova la fornace,
così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo.
6Il frutto dimostra come è coltivato l'albero,
così la parola rivela i pensieri del cuore.
7Non lodare nessuno prima che abbia parlato,
poiché questa è la prova degli uomini.


La parola rivela la persona, perché la parola è l’espressione del pensiero. «Con quale spirito io penso? Con lo spirito del Signore o con lo spirito proprio, lo spirito della comunità alla quale appartengo o del gruppetto o della classe sociale alla quale appartengo o del partito politico al quale appartengo? Con quale spirito io penso?». E così, verificando «se io penso davvero con lo spirito di Dio, chiedere la grazia di discernere quando penso con lo spirito del mondo e quando penso con lo spirito di Dio». E per questo, ha concluso papa Francesco, è importante chiedere a Dio anche «la grazia della conversione del pensiero» (Papa Francesco, MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE, 5 marzo 2018).



Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (15,54-58)
Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità, si compirà la parola della Scrittura:
La morte è stata inghiottita nella vittoria.
Dov'è, o morte, la tua vittoria?
Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?
Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

La parola, se non umanizza chi la pronuncia e chi la ascolta, ha due possibilità: essere inutile o essere mortifera. Consapevole di ciò che mi abita, so che le mie parole spesso non si sottraggono a questa triste sorte. Ringrazio però Dio, per la fatica della parola perché mi permette di leggermi dentro, se sono attenta. Mi permette di portare con consapevolezza me stessa davanti a Lui, che ci dà la vittoria.



Testo e commento al Vangelo

Dal Vangelo secondo Luca (6,39-45)
Disse loro anche una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: «Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio», mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.

Nel contributo “Quotidianità e Vangelo” di Manicardi al CONVEGNO NAZIONALE PER SUPERIORE MAGGIORI E CONSIGLI del 10-12 NOVEMBRE 2017, leggiamo che «Il linguaggio e il parlare di Gesù è sapiente. Non si limita all’informazione, e nemmeno alla più elevata conoscenza, ma raggiunge il livello della sapienza».
In questo brano del Vangelo, ci vengono mostrate proprio queste tre modalità di comunicazione.
L’informazione è legata ad un modo di ricevere il dato lasciandolo all’esterno. Lo recepisco ma non mi coinvolge interiormente, non mi suscita domande, non produce veri effetti su di me e sulla mia vita, non mi lega a nessuno. Sono come un cieco: ho gli occhi aperti ma non vedo cosa mi sta davanti. La mia vista non mi permette la conoscenza. Così posso essere molto preparato a livello di informazione ma sono cieco e freddo di fronte alla realtà che mi interpella, non sono sapiente.
La conoscenza è legata ad uno sguardo che va oltre il dato sensibile , oltre ciò che si vede. Distinguo le cose, so leggere gli eventi, so vedere ciò che c’è dentro le persone. Se non lascio che questo “vedere” mi conduca a tendere la mano all’altro, sporcandomi della sua incapacità, del suo buio, della sua infermità, allora ho una conoscenza ancora sterile. Se questa conoscenza non è accompagnata dall’amore, può diventare un’arma. Ferisco l’altro e posso ferirlo a morte, se quella verità gli apre la carne, io scappo via e l’altro rimane con una ferita sanguinante che non sa o non può curare. Gesù di conoscenza ne aveva tanta, più di qualsiasi altro uomo ma non si è mai comportato così, perché lui aveva l’Amore per gli altri. Gesù chiede di mostrare le ferite affinché lui possa guarirle e le guarisce partecipando al dolore altrui. La conoscenza quindi può farmi omicida o violento (Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio). La conoscenza può farmi presuntuoso, se penso di possedere la verità (riconosco la pagliuzza nell’altro ma non mi accorgo che in me si è fatta trave!). La conoscenza può farmi indurire il cuore, se la uso soltanto per giudicare gli altri e non per aiutarli (Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello).
Se, insieme alla conoscenza, ho l’Amore, allora le mie parole più che giudicare, educano; invece che uccidere, guariscono e danno vita. E’ questa la sapienza che proviene da Dio. E’ il parlare e l’agire di Gesù, che produce un frutto buono. Il suo modo di pensare è animato dall’amore per coloro che gli sono davanti agli occhi. «La parola di Gesù è sempre parola che discerne, che si accompagna al discernimento della persona che ha davanti. La parola diviene un lavoro». Gesù parla ed agisce nel tempo giusto per l’altro, con un linguaggio comprensibile per l’altro, condividendo il dolore e le fatiche dell’altro. L’obbiettivo non è dire la verità, è accompagnare l’altro affinché possa rinascere dalla Verità e nella Verità.



Commento patristico (San Giustino, Dialogo con Trifone, CII ,7)

Se il figlio di Dio ha detto che non poteva essere salvato né perché era Figlio, né perché era forte né perché era sapiente ma perché era senza peccato, tanto che, come dice Isaia, non ha commesso peccato neppure con la voce, e nondimeno afferma di non poter essere salvato senza l’aiuto di Dio, come potete ritenere di non ingannarvi voi e tutti gli altri che vi aspettate di essere salvati senza questa speranza?

Gesù, l’uomo senza peccato, non poteva essere salvato senza l’aiuto di Dio! Ogni volta che mi concentro su quanto mi manca per essere come Gesù o, più verosimilmente, per essere un buon cristiano, sbaglio la mira del mio pensiero. Se Gesù aveva bisogno di Dio, chissà quanto ne avrò bisogno io per vivere, oltre che per essere salvato. Non serve pensare a quanta strada ho da fare, rischierei di scoraggiarmi. E’ invece importante e necessario che io confidi in quello che fa Dio, non in quello che posso fare io.



Commento Francescano (Lettera ai fedeli, XII: FF 206)

Io frate Francesco, il minore dei vostri servi, vi prego e vi scongiuro, nella carità che e` Dio, e con il desiderio di baciare i vostri piedi, che queste e le altre parole del Signore nostro Gesù Cristo con umiltà e amore le dobbiate accogliere e mettere in opera e osservare.

Il tono appassionato di san Francesco ci trasmette il suo autentico intento di farsi servo della parola di Dio. Francesco ha a cuore di esserne l’interprete e il testimone nella pratica della vita affinché lo siano anche gli altri. La parola di Dio diventa la sua vita e la sua vita diventa vita per gli altri.



Orazione finale

Padre, ti ringraziamo per la tenerezza con cui guardi le nostre cadute, per l’amore con cui ci accompagni e guarisci, per la pazienza con cui attendi i nostri piccoli passi verso di te. Fa che noi riusciamo ad usare la stessa misericordia col nostro prossimo. Amen




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