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NEWSLETTER n° 35 - 15 marzo 2018

  • CHI SONO IO PER GIUDICARE? - Papa Francesco, ed. Piemme
  • LECTIO DIVINA - 18 Marzo 2018 - V Domenica di Quaresima / B
  • LECTIO DIVINA - 19 Marzo 2018 - Solennità di S. Giuseppe

CHI SONO IO PER GIUDICARE?

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CHI SONO IO PER GIUDICARE?

L’umiltà evangelica porta a non puntare il dito contro gli altri per giudicarli, ma a tendere loro la mano per rialzarli, senza mai sentirsi superiori.

SCLEROCARDIA

L’indurimento del cuore giudicante – che il pontefice chiama ‘sclerocardia’ – è conseguenza della chiusura dell’io su se stesso: un io isolato, egoista, ripiegato su tradizioni obsolete che calpestano la dignità delle persone. Occorre che il ‘cuore di pietra’ diventi un ‘cuore di carne’. E, per Francesco, solo le parole del Vangelo che lasceremo cadere, goccia a goccia, nel nostro spirito rigido sapranno renderlo palpitante e compassionevole.

IL PERICOLO DI GIUDICARE

Il pericolo qual è? È che noi presumiamo di essere giusti, e giudichiamo gli altri. Giudichiamo anche Dio, perché pensiamo che dovrebbe castigare i peccatori, condannarli a morte, invece di perdonare. Allora sì che rischiamo di rimanere fuori dalla casa del Padre!
Se nel nostro cuore non c’è la misericordia, la gioia del perdono, non siamo in comunione con Dio, anche se osserviamo tutti i precetti, perché è l’amore che salva, non la sola pratica dei precetti. È l’amore per Dio e per il prossimo che dà compimento a tutti i comandamenti. E questo è l’amore di Dio, la sua gioia: perdonare. Ci aspetta sempre! Forse qualcuno nel suo cuore ha qualcosa di pesante: «Ma, ho fatto questo, ho fatto quello…». Lui ti aspetta! Lui è padre: ci aspetta sempre!
Se noi viviamo secondo la legge dell’ "occhio per occhio, dente per dente”, non usciamo mai dalla spirale del male. Il Maligno è furbo e ci illude che con la nostra giustizia umana possiamo salvarci e salvare il mondo. In realtà, solo la giustizia di Dio ci può salvare!
Io vi chiedo una cosa, adesso. In silenzio, tutti, pensiamo… Ognuno di noi pensi a una persona con la quale non stiamo bene, con la quale ci siamo arrabbiati, alla quale non vogliamo bene. Pensiamo a quella persona e in silenzio, in questo momento, preghiamo per questa persona e diventiamo misericordiosi con questa persona.

NO ALLE CHIACCHIERE

La mitezza è una virtù un po’ dimenticata. Essere miti, lasciare il posto all’altro. Ci sono tanti nemici della mitezza, a cominciare dalle chiacchiere. In parrocchia, in famiglia o nel quartiere. Ma anche tra amici.
Quando viene lo Spirito, ci fa miti, caritatevoli. Se devo dire qualcosa, lo dico a lui, a lei, non a tutto il quartiere; soltanto a chi può rimediare alla situazione.
Questo è soltanto un passo alla vita nuova, ma è un passo quotidiano. Se, con la grazia dello Spirito, riusciamo a non chiacchierare mai, sarà un gran bel passo avanti. E farà bene a tutti.

L’AMORE “CONCRETO”

Il vero amico di Gesù si distingue essenzialmente per l’amore concreto; non l’amore “delle nuvole”, no, l’amore concreto che risplende nella sua vita. L’amore è sempre concreto. Chi non è concreto e parla dell’amore fa una telenovela.
Il Signore vi metterà nel cuore un’intenzione buona, quella di voler bene senza possedere, di amare le persone senza volerle come proprie.

RISPETTO DELL’ALTRO

Noi cristiani dovremmo accogliere con affetto e rispetto gli immigrati dell’islam che arrivano nei nostri Paesi, così come speriamo e preghiamo di essere accolti e rispettati nei Paesi di tradizione islamica.
Prego, imploro umilmente tali Paesi affinché assicurino libertà ai cristiani perché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’islam godono nei paesi occidentali!
Di fronte a episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano, l’affetto verso gli autentici credenti dell’islam deve portarci a evitare odiose generalizzazioni, perché il vero islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono a ogni violenza.

L’ABBAGLIO DEL RELATIVISMO

Vorrei accennare a una cosa che è sempre un fantasma: il relativismo, "tutto è relativo". Al riguardo, dobbiamo tenere presente un principio chiaro: non si può dialogare se non si parte dalla propria identità. Senza identità non può esistere dialogo. Sarebbe un dialogo fantasma, un dialogo sull'aria: non serve.
L’abbaglio ingannevole del relativismo oscura lo splendore della verità e ci spinge verso sabbie mobili, le sabbie mobili della confusione e della disperazione. È una tentazione che nel mondo di oggi colpisce anche le comunità cristiane.
Non parlo qui del relativismo inteso solamente come un sistema di pensiero, ma di quel relativismo pratico quotidiano che, in maniera quasi impercettibile, indebolisce qualsiasi identità.
Senza un radicamento in Cristo, le verità per le quali viviamo finiscono per incrinarsi, la pratica delle virtù diventa formalistica e il dialogo viene ridotto a una forma di negoziato, o all'accordo sul disaccordo. Quell'accordo sul disaccordo... perché le acque non si muovano... Questa superficialità ci fa tanto male.

LECTIO DIVINA

18 Marzo 2018 - V Domenica di Quaresima / B
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Ger 31,31-34; Sal 50; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

In questa V Domenica di Quaresima, la liturgia ci presenta un’altra sfaccettatura dell’alleanza tra Dio e l’uomo ed è quella del desiderio profondo dell’uomo di conoscere Dio, il desiderio del cuore di ‘vedere’ Gesù. “Vogliamo vedere Gesù” chiedono alcuni Greci a Filippo che si reca quindi da Gesù il quale risponde: “E’ venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato”. L’adesione alla volontà del Padre da parte di Gesù, questo accogliere la Gloria passando nella tenebra della croce, è l’atto di abbandono più libero e più umanamente pieno di angoscia di Gesù. Egli si paragona al chicco di grano che sebbene muoia, produce molto frutto.

Commento alle Letture

Nella prima lettura troviamo il profeta Geremia; è definito l’annunciatore della speranza, della ricostruzione, del futuro luminoso di Israele, della nuova alleanza che deve essere scritta nel cuore del popolo di Israele. Attraverso le quattro caratteristiche della nuova alleanza (vv. 33b- 34), cogliamo l’esperienza dell’alleanza definitiva, promessa di misericordia e perdono.
Geremia preannuncia una conoscenza di Dio, non più attraverso la mediazione della Legge, ma attraverso l’esperienza interiore: la conoscenza di Dio entra nel cuore dell’uomo. Questa è la grande soluzione di Dio: entrare nel cuore dell’uomo, nell’interno della sua vita, di tutto il suo essere, affinché l’uomo non possa più rifiutarlo, respingerlo, allontanarlo. Dio entra nel cuore dell’uomo perché questi si apra a Lui, suscitando nell’uomo il desiderio di adesione e della fede.

Nella seconda lettura, tratta dalla lettera agli Ebrei, Gesù offre se stesso in un contesto di preghiera filiale, divenendo così “causa di salvezza eterna” (v. 9) per tutti gli uomini. Per la legge ebraica il sacerdozio era ereditario dalla famiglia sacerdotale, ed era un grande onore nelle categorie umane. Il sacerdozio di Cristo invece di onore, implicava già in partenza l’identificazione con la vittima e la sua gloria, la sua resurrezione passerà per la croce. E la croce spaventa Cristo stesso tanto che si rivolge al Padre con la sua preghiera fiduciosa “offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime” e “per il suo pieno abbandono a lui venne esaudito”(v. 7). La preghiera fiduciosa significa essere convinti di aver già ricevuto ciò che chiediamo, senza aver dubbi: “per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato”(Mc 11,24) … significa pregare anche e soprattutto nei momenti di fatica, di sofferenza, significa continuare a supplicarlo anche nei momenti di aridità.

Commento al Vangelo

“Vogliamo vedere Gesù” (v. 21b). L’invito che ci viene dal brano del Vangelo di Giovanni, è di vivere l’esperienza di quei Greci che erano saliti al tempio durante la festa: poteva essere soltanto una “normale” osservanza di culto, invece diventa per loro occasione di un incontro decisivo. E noi, che ascoltiamo oggi questo Vangelo, non possiamo non sentire questo desiderio di vedere Gesù. Anche per noi si mette in movimento la catena di coloro che ci conducono a Lui, ma poi il cammino si ferma, siamo di fronte a Lui, lo “vediamo”, ma Lui ci spiazza, Lui ci parla, ci conduce dentro la sua e nostra vita intima, dove è possibile vedere chi Lui è veramente.
Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (v.24). Il vero volto, la verità del chicco consiste nella sua storia breve e splendida. Quando leggiamo superficialmente questo versetto, la nostra attenzione è subito attratta dal verbo “morire”, ma l’accento logico e grammaticale cade invece su due altri verbi: rimanere e produrre molto frutto. Il senso della vita del Signore Gesù, e quindi anche il nostro, si gioca sulla fecondità, sul frutto. E’ la vita vissuta in pienezza che dà gloria a Dio, non il morire.
Il germe che nasce dalla morte del chicco altro non è che la parte più profonda, intima, il DNA del seme, non uno che si sacrifica per l’altro, ma l’uno che si trasforma nell’altro. Chicco e germe è un’unica entità, ma il germe è una forma più piena ed evoluta vissuta e trasformata sotto la logica pasquale. Ed è in questa logica pasquale che la pericope evangelica continua con la preghiera del Signore rivolta al Padre; e il Padre parla e dice: “l’ho glorificato e lo glorificherò ancora” (v.28b)
L’adesione alla volontà del Padre da parte di Gesù, questo accogliere la Gloria passando nella tenebra della croce, è l’atto di abbandono più libero e più umanamente pieno di angoscia di Gesù. Karl Rahner diceva: “ per sapere chi sia Dio devo solo inginocchiarmi ai piedi della croce”. Dio entra nella morte perché è nella morte che finisce ogni uomo. Ma dalla morte, risorge, come un germe nuovo, e da esso ogni uomo viene alla luce, con sé. Gesù è il chicco di grano, che muore e fiorisce, una croce, dove già ci fa respirare la risurrezione e che ci attira a sé. La nostra fede sta proprio in questa contemplazione del volto di Dio Crocifisso e Risorto.

Commento patristico

San Cirillo d’Alessandria scriveva in un suo commento: “il genere umano può essere paragonato al grano nel campo: nascendo dalla terra, in attesa della sua conveniente crescita è strappato via via dalla morte lungo il corso del tempo… Cristo stesso si definisce un grano di frumento: “ se il chicco di grano…” (v.24) perciò egli si è fatto davanti al Padre come un anatema, o come qualcosa di consacrato e immolato per noi, simile a un manipolo di spighe, primizie della terra. Un’unica spiga, ma considerata non sola, bensì unita a tutti noi, che, come un manipolo formato da molte spighe, siamo un solo fascio.”

Commento francescano

Chiara aveva intuito e viveva questa logica pasquale a tal punto che per lei è abbracciando la povertà, sposa di Cristo, che si sposa Cristo. Ciò che ci riconcilia a Dio è il servizio al Crocifisso povero che sostenne il supplizio della croce. Chiara fa esperienza del mistero della redenzione come un mistero di scambio. Cristo discende fino a noi (chicco nella terra), abbracciò la povertà e sostenne la passione per noi, (morte del seme) innalzandoci al regno (la vita in Lui).
Il mezzo di questo divino scambio è la povertà che Chiara celebra: “O beata povertà, che procura ricchezze eterne a chi l’ama e abbraccia. O santa povertà a chi la possiede e la desidera è promesso da dio il regno dei cieli ed è senza dubbio concessa gloria eterna e vita beata. O pia povertà, che il Signore Gesù Cristo, in cui potere erano e sono il cielo e la terra, il quale disse e tutto fu creato, si degnò più di ogni altro di abbracciare” (FF2864).

Preghiera finale

Anche noi ti vogliamo vedere, Gesù, in quest’ora in cui, come seme, affondi nella terra del nostro dolore e germogli in turgida spiga, speranza di messe abbondante. Tu sveli come è dolce morire per chi ama e si dona con gioia. Perdere la vita con te e per te è trovarla. Allora anche il pianto fiorisce in sorriso. Nelle tue piaghe troviamo rifugio e in esse trova senso ogni umano patire. Solo guardando te, troviamo la forza di un abbandono fidente nelle mani paterne di Dio. Purifica gli occhi del nostro cuore fino a che, non come in uno specchio né in maniera confusa ma in un eterno e amoroso faccia a faccia, ti vedremo così come tu sei. Amen.

LECTIO DIVINA

19 Marzo 2018 - Solennità di S. Giuseppe
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2 Sam 7,4-5.12-14.16; Sal 88; Rm 4,13.16-18.22; Mt 1,16.18-21.24

In Gesù Cristo Dio ha preso corpo, si è fatto carne umana, dentro una famiglia naturale visitata dal soprannaturale. I temi del corpo, della sessualità, della procreazione e dell’amore di coppia sono oggi esasperati da media, social e politica, che mettono l’accento sull’ego, sull’autodeterminazione, sulla piena disponibilità del proprio corpo e delle facoltà generative, sull’edonismo e sull’estetica, sul machismo e sul sex appeal, sulla confusione di ruoli fra uomo e donna: il Creatore sembra essere scomparso dall’orizzonte della nostra vita fisica e psichica. La figura di San Giuseppe, vero uomo, padre e credente, può essere un modello per ricostruire nuovi equilibri in questo tempo di ansie, di frenesie, di crisi famigliari e di paternità.

Commento alle letture

Il profeta Natan predice a Davide la nascita di un Messia Salvatore all’interno della sua discendenza, un Re il cui trono sarà stabile (2 Sam 7,12). Gesù s’inserisce nell’albero genealogico di Davide grazie a Giuseppe che, al figlio affidatogli in custodia dal Signore, darà il nome Yeshùa, “Dio salva”. Il trono stabile dal quale Egli regnerà sarà quello della croce ovvero del dono per amore della propria vita.

Tramite Giuseppe il “Dio che salva” è anche figlio di Abramo, “padre di molti popoli”, quindi portatore di una salvezza universale (Rm 4,17).
Il giusto è colui che compie, come Abramo, la volontà di Dio. La fede del “fidanzato” Giuseppe (che è fiducia contenuta nel sostantivo “fidanzato/fidanzata”, colui o colei in cui si ha confidenza, sicuri che la promessa sarà mantenuta) è la fede del giusto: per questa “fede” Giuseppe diviene “erede”, ovvero entra in possesso del patrimonio divino, un possesso che non rende padroni assoluti, ma amministratori dei tesori del Signore.

Commento al Vangelo

Giuseppe (in ebraico Yohsèf , “Dio aggiunga”) è un vero ebreo credente ed è, con Maria, il primo cristiano della storia, il primo discepolo di Cristo, colui che fa spazio spazio in sé e nella vita della sua famiglia all’intervento divino.
La narrazione dell’evangelista Matteo sugli eventi dell’infanzia di Gesù è costruita per consentire l’immedesimazione del lettore con Giuseppe: insieme a lui restiamo titubanti e timorosi di fronte alla misteriosa gravidanza di Maryām (“amata da Dio”), con lui apprendiamo dall’angelo in sogno la rivelazione che le Sacre Scritture si stanno compiendo proprio nella fidanzata Maria, con lui ci risvegliamo dal sonno, risorgiamo dalle nostre incertezze e dai timori per agire, per custodire la Parola di Dio e colei che la porta in grembo.
Il silenzio di Giuseppe nei Vangeli mette in risalto la profondità del suo ascolto e la sua natura di uomo d’azione. La Storia della Salvezza si compie dentro una vita normale, dentro una famiglia, dentro il lavoro, dentro la fatica, dentro i timori che accompagnano ogni esistenza umana: quello che manca a noi, spesso, è la radicalità della fede. Giuseppe ha messo radici, genealogiche e spirituali, in Dio e nella Sua Parola: per questo la sua paternità è stabile nonostante le difficoltà; per questo, come ogni padre dovrebbe fare, è in grado di preparare il figlio ad affrontare la vita che lo aspetta.

Commento patristico

“Molti perdonano le mogli adultere spinti dall’amore carnale, volendo tenerle, benché adultere, allo scopo di goderle per soddisfare la propria passione carnale. Questo marito giusto invece non vuole tenerla; il suo alletto dunque non ha nulla di carnale; eppure non la vuole nemmeno punire; il suo perdono, dunque, è solo ispirato dalla misericordia”.
“La Madonna s’era scelta un uomo giusto, che non sarebbe ricorso alla violenza per toglierle quanto aveva votato a Dio, che anzi l’avrebbe protetta contro ogni violenza”.
“Colui dunque che dice: «Giuseppe non doveva essere chiamato padre, perché non aveva generato il figlio», nel procreare i figli cerca la libidine, non l’affetto ispirato dalla carità. Giuseppe con l’animo compiva meglio ciò che altri desidera compiere con la carne. Giuseppe non solo doveva essere padre ma doveva esserlo in sommo grado”.
(da Sant’Agostino, Sermone sulla Genealogia di Cristo, 417 d.C. ca.)

Commento francescano

Per l’uomo biblico i sogni sono più realistici di visioni e apparizioni: nel sogno Dio rivela al credente i suoi disegni. Anche Francesco, prima della conversione, è visitato da Dio nel sonno: la prima volta “si sente chiamare per nome e lusingare con la promessa di tutti quei beni” ovvero “uno splendido palazzo” contenente “armi di ogni specie e una bellissima sposa”. “Il suo spirito mondano gli suggeriva un’interpretazione mondana della visione” inducendolo a prepararsi per “arruolarsi per la Puglia…nella speranza di essere presto insignito del grado di cavaliere” (FF 586).
Mentre viaggia verso la sua destinazione gloriosa, il Signore lo visita di nuovo nel sonno e gli domanda “chi ritiene possa essergli più utile: il servo o il padrone?
“Il padrone”, risponde Francesco.
“E allora – riprende la voce – perché cerchi il servo in luogo del padrone?”.
E Francesco: “Che cosa vuoi che io faccia, Signore?”.
Ritorna – gli risponde il Signore – alla tua terra natale, perché per opera mia si adempirà spiritualmente la tua visione”.
Ritornò senza indugio, fatto ormai modello di obbedienza e trasformato con il rinnegamento della sua volontà da Saulo in Paolo” (FF 587).

Preghiera finale

O Dio, Padre di ogni uomo, che hai voluto consegnare Tuo Figlio nelle mani di Giuseppe, uomo come noi, aiutaci ad essere come lui giusti, nel compiere la Tua volontà, prudenti, nell’agire e nel parlare, forti, nell’affrontare la vita, temperanti, nel soddisfare i nostri bisogni. Aumenta la nostra fiducia in Te, la speranza che la Salvezza ci raggiunge anche nelle pieghe più ordinarie della vita, l’amore per Te e per chi vive insieme a noi. Amen.
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